QUADERNO N. 5

INDICE


PREFAZIONE

INTRODUZIONE

DAL PARTITO NEL PARTITO. Testimonianze di militanti e dirigenti del P.C.I. negli anni '50 e '60


PREFAZIONE

Con questo numero, i Quaderni del CIPEC riprendono la pubblicazione di testimonianze di militanti della sinistra politica e sindacale del cuneese.
Queste testimonianze non hanno alcuna pretesa di scientificità e di esaustività e conservano, di norma, il carattere parlato. Tutte le conversazioni risalgono all'ormai lontano 1989, ad un periodo, cioè, in cui era in crescita il PSI di Craxi, in cui non era ancora iniziato ufficialmente il processo di scioglimento del PCI, in cui le liste verdi sembravano in forte espansione, non solo elettorale, in cui la nuova sinistra era rappresentata dalla sola DP, alla vigilia di una scissione e delle sue maggiori difficoltà.
La gran parte degli intervistati è ormai lontana da un'attività di militanza che, per molti, risale al decennio passato, ma in tutti sono vive le passioni che l'hanno caratterizzata.
In tutti, una fase della vita è quella che risalta con più interesse e ad un lettore "oggettivo" può sembrare sproporzionata. La Resistenza, l'immediato dopoguerra (la Repubblica, lo scontro con la DC, la campagna elettorale del '48, la forte polemica con la Chiesa, l'isolamento e i diffìcili anni del muro contro muro), la stagione delle lotte, non solo contadine, a metà anni '50, il rilancio degli anni '60, per i sindacalisti la crescita sindacale e le prospettive "unitarie" emergono, nelle singole testimonianze, in misura preponderante, spesso cancellando, o rendendo secondari, altri periodi.
In molti ricordi non è da ricercarsi la perfetta "oggettività storica". Prevale sempre il vissuto soggettivo, sono ancora vive le polemiche (tra partiti, ma spesso anche all'interno dello stesso), in più casi compaiono la delusione (a volte il rimpianto o la disillusione), a tratti si notano confusioni o dimenticanze.
Si è scelto, comunque, di pubblicare le "vite", così come queste sono state raccontate, perdendo in "esattezza storica" (che nessuno, però, potrebbe pretendere da questi quaderni così concepiti), ma offrendo a chi legge uno spaccato sincero (e datato) dì fasi importanti delle vicende della sinistra provinciale.
Alcuni tra gli intervistati non sono più. Ricordiamo Franco Viara, Chiaffredo Rossa, Domenico Trosso, Edmondo Sciolla.
Anche alla loro memoria, come a quella dei tanti militanti di base di una sinistra debole, ma diffusa, è dedicato questo lavoro che ha la soia ambizione di non far dimenticare pagine umili, ma importanti della nostra storia.


INTRODUZIONE

Essendo questo quaderno totalmente dedicato ai ricordi di dirigenti del PCI, tra gli anni '50 e '60, è opportuno per chi non abbia vissuto e per chi non conosca quella fase politica in provincia, tracciare una breve sintesi dei fatti e del dibattito interno al PCI provinciale.
Chi volesse saperne di più, potrebbe consultare il mio "II caso Giolitti e la sinistra cuneese del dopoguerra" (ed. La Torre, Alba 1987) e la, più recente, tesi di laurea di Carlo Giordano sul PCI locale, una sintesi della quale è stata pubblicata dal "Passato e la storia", Cuneo, n. 46, secondo semestre 1994, con il titolo: "II doppio accerchiamento. Il PCI in provincia di Cuneo, 1945-1958".

PRIMA DEL '56
La cronica debolezza della sinistra nella provincia non è cancellata dalla guerra partigiana né dalla ricostruzione di partiti e sindacati. Forte elettoralmente, ma debole strutturalmente, il partito socialista, ancora unificato; più compatto ed organizzato il PCI, il cui peso nella Resistenza non trova corrispondenza a livello organizzativo ed elettorale. Fragile la presenza sindacale, indebolita dalle scissioni del '48-'49 e limitata ad alcune fabbriche (particolarmente Burgo di Verzuolo, "Ferroviaria" di Savigliano, Falci di Dronero).
La maggioranza monarchica al referendum istituzionale dimostra il carattere conservatore della provincia e anche il forte desiderio di "continuità dello stato" presente pure in ceti popolari.
Alle politiche del '48, il Fronte popolare raccoglie solamente il 12,76% ed elegge un solo parlamentare (Antonio Giolitti, presentato dal PCI come continuatore della miglior tradizione liberale e democratica oggi espressa dall'antifascismo e dal movimento operaio). Il forte successo socialdemocratico (11,83%) contribuisce alla sconfitta, all'interno del Fronte, dei candidati socialisti e alle successive gravi difficoltà del PSI.
Nel quinquennio successivo, è forte l'unità tra PCI e PSI (comune anche il periodico locale, "II lavoratore cuneese"). Lo caratterizzano alcune significative battaglie sindacali, seguite dalla scissione di CISL e UIL, polemiche continue sul tema dei caduti e dispersi in Russia, molto sentito in provincia, campagne contro il pericolo di guerra e il Patto atlantico. L'episodio più significativo è la condanna ad un anno di carcere di due militanti (Luigi Borgna e Fiorenzo Tomatis), accusati di incitamento alla diserzione.
Le elezioni politiche del 1953 sono giocate sul tema della legge elettorale maggioritaria ("legge truffa"). A pochi giorni dal voto, il comizio di Togliatti rivolto al liberalismo democratico contro quello "sanfedista", alleato della DC.
La DC perde a destra verso liberali e monarchici e a sinistra (PCI 9,70%, PSl 7,60%).
Il periodo successivo vede, nel PCI, l'emergere di un nuovo gruppo dirigente (Biancani, Montalenti, Borgna, Panero, Martino) e una svolta politica dì non poco conto. Il documento preparatorio per il quarto congresso provinciale ('54) analizza la crisi dell'economia cuneese, già evidenziata da documenti "ufficiali" (perdita di popolazione, problema della montagna, calo degli addetti all'agricoltura, spopolamento della Langa ...). La valutazione sulla struttura economica della provincia e sul limitato peso specifico delle fabbriche è alla base dell'elaborazione della politica di rinascita. La crisi è soprattutto della piccola e media proprietà che non sembra capace di opporsi alla logica dei monopoli da cui è strangolata. Occorre una politica attiva di difesa di questi settori, sorretta da un vasto movimento democratico. Dall'unità di base è possibile risalire a diversi rapporti tra le forze politiche.
Dal congresso, presenti il vicesegretario nazionale Luigi Longo, il segretario regionale Celeste Negarville e Paolo Cinanni, organizzatore delle lotte contadine nel mezzogiorno, nascono convegni e conferenze economiche che tentano di coniugare il disegno nazionale con proposte locali e alleanze sociali. Nel '56 il dazio sul vino, per crediti agevolati, per le pensioni, nella valle Bormida contro l'inquinamento dell'ACNA (Montecatini) di Cengio.
II movimento mette addirittura in discussione l'egemonia della Coldiretti, in alcuni comuni delle Langhe si affermano nuove amministrazioni.
Tra ottobre e novembre, proprio mentre il movimento è in crescita, i fatti d'Ungheria s'abbattono sulla gracile sinistra locale. Nonostante l'approvazione della legge sulle pensioni e l'abolizione del dazio sul vino, il movimento si spegne, esaurendosi sulla grossa crisi del PCI e sul recupero di DC ed istituzioni.

IL CASO GIOLITTI. LA NUOVA SVOLTA
Al congresso provinciale del PCI (fine novembre '56), Giolitti esprime critiche sul giudizio espresso intorno ai fatti ungheresi, sul regime interno al partito (libertà di espressione del dissenso), sul legame tra battaglia per il socialismo e libertà democratiche. Più nettamente, le medesime tesi sono ripetute al congresso nazionale (Roma, dicembre), in cui il deputato cuneese sembra sintetizzare critiche, dissensi, riserve, aspettative di vasti settori, soprattutto intellettuali, del partito.
Nei primi mesi del '57, Giolitti riassume ed amplia le divergenze, pubblicando un testo "Riforme e rivoluzione", ancora interno al dibattito al partito. La risposta è di Luigi Longo con "Revisionismo nuovo ed antico", in cui si confutano, una per una, le tesi del parlamentare cuneese. Il dibattito prosegue con due articoli di Giolitti su "Rinascita" e una risposta di Togliatti. A luglio, nella sua villa di Cavour, il dissidente scrive le sue dimissioni dal partito. Si parla di un suo ritorno allo studio e all'attività teorica, come dimostrerebbe l'uscita di "Passato e presente", rivista che si somma alle molte nate dalla volontà di ridiscussione e di ricerca aperta dal trauma del '56.
Si manifesta, invece, in provincia e fuori, un movimento che guarda con attenzione ad un suo ritorno alla battaglia politica e al rinnovamento del PSI locale. Si hanno defezioni dal PCI soprattutto nell'area di Saluzzo e Barge e gioca un ruolo attivo il Raggruppamento provinciale autonomo socialista che, sotto la guida di Manlio Vineis, raccoglie fuorusciti dal PCI, dal PSDI, e numerose personalità convinte che un PSI autonomo e rinnovato possa giocare un ruolo centrale nella vita politica della provincia.
Nella primavera del '58, Giolitti è quindi candidato del PSI alle politiche ed inizia a caratterizzarsi come una delle figure più significative del riformismo socialista che prefigura la stagione del centro sinistra. I risultati vedono una nuova crescita democristiana e un forte successo socialista che non assorbe, però, interamente, la frana comunista.
Proprio questa sconfitta frontale è l'occasione per il rilancio di un forte scontro nel PCI cuneese che vive il suo momento più difficile. Privo di parlamentari (Biancani subentrerà all'astigiano Villa solo nel '61), di consiglieri provinciali (l'unico è passato al PSI), vive la sua maggior crisi organizzativa (perdita di iscritti e di sezioni) e politica.
Il democristiano Sarti, coniando un'espressione poi molto usata, lo definisce un "corpo estraneo alla provincia". Lo scontro interno produce una sterzata rispetto alla politica di Rinascita, una netta polemica verso socialisti e forze laiche, l'accentuazione delle scelte di partito su quelle di movimento, il ritorno alla centralità operaia, secondo alcuni erroneamente abbandonata.
Diventa segretario il vercellese Nestorio, da tempo funzionario a Cuneo. Ancor oggi, come testimoniano i ricordi di militanti e dirigenti, questa fase è giudicata in modi differenti. Se per alcuni è quella di una indispensabile resistenza contro gli attacchi esterni e di una doverosa affermazione dì una autonomia ed una identità che poi scompariranno, per altri, la gestione Nestorio segna la chiusura di rapporti e contatti, una autosufficienza settaria, rapporti interni autoritari.
Lo stesso lavoro parlamentare di Biancani è oggetto di critiche (pesa su di lui l'accusa di non aver combattuto frontalmente l'eresia giolittiana).
Non tocca a questi quaderni il compito di esprimere valutazioni, giudizi, o ancor più di ricercare la "verità storica". A chi legge l'incombenza di orientarsi tra interpretazioni soggettive e ricordi spesso ancora legati alle polemiche di anni ormai lontani.
(Sergio Dalmasso)


Testimonianze di militanti e dirigenti del P.C.I. negli anni '50 e '60

Pietro Panero

Una scelta di vita
Sono nato a Saluzzo, mio padre aveva una panetteria e ho fatto il panettiere sino all'età di 20 anni. Poi sono partito per il militare e quindi, nel '46, sono entrato alle Ceramiche Besio, dopo un lungo periodo di difficoltà, di disoccupazione. Non mi ero presentato alla chiamata della Repubblica di Salò perché avevo già fatto quasi quattro anni di militare in Francia e in Grecia.
La fabbrica è stata per me un'esperienza positiva dì vita. Ho aderito al partito comunista nel 1945, per istinto di classe. Dopo Saluzzo abitavo a Mondovì, nel quartiere Borgato. Davanti a noi viveva una grande famiglia, ricca che teneva sempre le finestre aperte. Dalla mia finestra vedevo la tavola sempre imbandita; noi invece non avevamo niente, neanche la tessera del pane, perché io ero renitente, quindi non esistevo. Dopo un rastrellamento, i tedeschi mi hanno portato a Cuneo e ci sono rimasto un mese. Sono riuscito ad uscirne con l'astuzia.
Quando mi hanno proposto di entrare nel partito, io ho chiesto che cosa voleva e quando mi hanno risposto che voleva togliere i padroni, mi sono iscritto. Non eravamo preparati ideologicamente, culturalmente, ci siamo fatti piano piano.
Sono subito stato eletto membro di commissione interna e riconfermato fino al '50. Poi nel '50 sono stato chiamato a reggere la Camera del lavoro di Mondovì come segretario e ho chiesto l'aspettativa per due anni. Nel '51, Borgna che era segretario della Camera del lavoro provinciale è stato arrestato per motivi polìtici e io sono stato chiamato a sostituirlo. Ho mantenuto quell'incarico sino al '62, quando ho chiesto di essere sostituito, di cambiare attività per fare esperienze nuove. Sono passato all'Alleanza contadini. In quel periodo ero solo. Ho cercato dì ritessere l'organizzazione che si era un po' persa e dopo pochi mesi il partito mi ha chiamato come funzionario.
Sono stato per alcuni mesi responsabile dell'organizzazione e poi per tre anni segretario provinciale. Ero, però, più interessato ai movimenti sindacali e ho chiesto di tornare all'Alleanza contadini dove sono rimasto per undici anni, fino al 1980, quando sono andato in pensione.
Sono stato per 15 anni consigliere comunale a Savigliano, come capogruppo del PCI e dal '62 al '64 consigliere provinciale sostituendo Mario Giglio di Saluzzo che era morto. Dal '70 all'80 sono stato riconfermato consigliere a Savigliano, ma ho optato per Pradleves, dove sono stato sindaco per dieci anni.
Ho anche fatto l'assessore all'agricoltura di quella comunità montana composta da nove comuni. Con la pensione, sono stato per sei anni al sindacato pensionati che ho abbandonato con il congresso dell'87.
La decisione di uscire dalla fabbrica per fare il sindacalista è stata diffìcile, perché allora il sindacalista era pagato com'era pagato ed era veramente una scelta di vita, perché sapevo di andare incontro a difficoltà enormi per anni. Dal '50 sino ai primi ani '60, lo stipendio non era mai regolare ed era inferiore a quanto percepiva un operaio di qualsiasi fabbrica del cuneese. lo allora, alla Besio, prendevo 25.000 lire al mese e mia moglie che lavorava anche in fabbrica, ne prendeva 18.000. Quando ci siano trasferiti da Mondovi a Cuneo, abbiamo lasciato le due fabbriche e quindi i due stipendi e siano andati avanti con 25.000 lire al mese, quando l'operaio percepiva mediamente 30.000 lire e anche qualche cosa di più, a seconda dei settori di produzione. Per i contributi, non si può dire pubblicamente, ma eravamo evasori.
In alcuni periodi, ci pagavamo i contributi volontari.
In quegli anni abbiamo incontrato molte difficoltà, compiuto molti errori. La maggioranza di chi dirigeva il sindacato aveva la quinta elementare. Ci siamo fatti le ossa con l'impegno e con le scuole di partito, come ha fatto Borgna, come ho fatto io, andavo due mesi ad un corso di economia politica a Trofarello.
Quell'esperienza mi è stata utile perché mi ha dato conoscenza che non avevo.
Non è vero che in provincia non ci siano state esperienze positive di lotta.
Nei '43 vi sono stati scioperi contro il fascismo. Nel '51, la provincia dì Cuneo, su iniziativa nostra, ha iniziato una battaglia che poi è diventata nazionale contro le gabbie salariali. Nel '51 abbiamo incominciato da soli, perché CISL e UIL non erano d'accordo a modificare la contingenza. E' stata durissima, perché avevamo contro tutti, comprese CISL e UIL e poi perché non c'era quella capacità dì lotta che si incontrava in altre cose. Comunque, nonostante fossimo soli, siamo riusciti a strappare risultati fabbrica per fabbrica, evitando di chiudere una vertenza senza conquistare qualcosa.
Questa è stata la mia prima esperienza. Ero alle prime armi.
La seconda è stata nel '53 contro la Legge truffa. Le fabbriche più importanti della provincia hanno risposto bene: la Burgo, la Falci di Dronero, la FIMET di Bra, la Bongioanni di Cuneo, a Mondovì i ceramisti che erano una categoria molto combattiva. lo ho avuto la prima esperienza come segretario provinciale dei ceramisti e sono entrato nel direttivo nazionale. Ho avuto modo di farmi un'esperienza nazionale perché andavo sovente a Pisa e a Livorno dove c'erano le fabbriche della Richard Ginori.
Cuneo era ancora una provincia agricola-industriale, non industriale-agricola.
I lavoratori dipendenti erano più o meno 25.000 per cui il sindacato faticava.
Poi vi era la politica delle rappresaglie. Non era a livello dì Valletta alla FIAT, però, ancora dopo essere andato in pensione, ho incontrato compagni che mi hanno confessato che ogni volta che scadeva il mandato della commissione interna, avevano paura che io chiedessi di ricandidarsi. Anche solo la candidatura nella CGIL rappresentava un pericolo per il posto di lavoro. Era difficile anche per i collettori che giravano in fabbrica, mese per mese, per chiedere le 30, le 50 lire. Le riunioni si tenevano la domenica mattina o alla sera, non in orario di lavoro. Al sabato sì lavorava tutto il giorno. Lentamente siamo cresciuti, ma le difficoltà economiche della CGIL imponevano un apparato ridottissimo rispetto agli impegni. In tutta la provincia i funzionari erano sette o otto. Oggi solo il comprensorio di Cuneo ne ha una ventina.
Nei primi anni '50, i funzionari erano Parri, Cappellaro di Saluzzo, Umberto Nardo per i poligrafici, Conte a Bra, Prunotto, Antonietta Squarotti come impiegata, Mario Giglio e Elvira Marescotto a Saluzzo, a Mondovì Angeloni che era alla Besio, dove avevamo lavorato Borgna e io. Il primo segretario è stato Giraudo che allora seguiva l'ufficio vertenze.

Le lotte in provincia
A metà anni '50 sono cominciate le battaglie contadine. La CGIL partecipava ad organizzare le passeggiate dimostrative che hanno avuto risonanza nazionale. Gli obiettivi erano l'abolizione del dazio sul vino, ma anche la conquista della mutua e delle pensioni contadine. Quelle conquiste sono state strappate anche dal movimento operaio, il merito non è di Bonomi e di quelli della Coltivatori diretti.
Abbiamo organizzato anche una grande battaglia all'ltalcementi di Borgo San Dalmazzo. Quaranta giorni senza lasciar entrare o uscire un camion. Abbiamo messo la tenda davanti alla fabbrica e passato quaranta giorni e notti. Si è chiesta la solidarietà in provincia agli operai che sottoscrivevano, molti negozianti davano pasta e riso per aiutare i lavoratori a resistere. Poi la lotta è finita malamente perché non ha resistito tutto il gruppo Italcementì.
Sono rimaste in piedi solo la fabbrica di Borgo e una di Casale e così abbiamo dovuto chiudere la vertenza con risultati molto scarsi. Molti operai ci hanno accusati di tradimento. Poco è mancato che Bertolino della CISL e io fossimo buttati dalla finestra.
L'esperienza più bella, ma, al tempo stesso, negativa è stata quella della Ferrero di Alba. Il primo sciopero è avvenuto nel 1960 per iniziativa della CISL. Richiedeva miglioramenti contrattuali a livello aziendale, per le qualifiche, il salario. La Ferrero aveva assunto donne che erano figlie di contadini della Langa, chiedendo la trasformazione da vigneto a noccioleto, perché le interessavano le nocciole. I rapporti in fabbrica erano molto paternalistici, basati anche sui premi personali. Le operaie venivano prese nei paesi dagli autobus e questi arrivavano a velocità altissima, entravano direttamente in fabbrica, non scaricavano le donne prima dei cancelli, perché non avessero contatti con i sindacalisti.
Gli anni in cui sono stato segretario della Camera del lavoro dal 1950 al 1962, sono stati anni di lotte difensive. Ogni giorno si apriva una falla, perché c'era un continuo attacco padronale all'occupazione. In quel periodo è fallita la Manfredi, sono state chiuse aziende, come la Beltrandi di Mondovì; è stata ridimensionata la Bongioanni. Quando ha chiuso la Richard Ginori, i lavoratori sono stati ricollocati un po' qua e un po' là. Ci siamo battuti contro i licenziamenti all'Erba di Piasco, ai cotonifici di Piasco e di Clavesana.
A Clavesana, a mezzogiorno, le operaie uscivano a consumare il pasto nel prato, perché non c'era neanche una mensa degna dì questo nome. Il sindacato non era presente, a mala pena riuscivamo a formare la commissione interna. Alla Cinzano abbiamo tentato di formare la commissione interna. A fatica abbiamo trovato quattro o cinque elementi che ci rappresentassero. Quando il padrone lo ha saputo, ha messo in moto la CISL che ha formato la sua lista. Quando, però, ha visto che i due programmi erano simili, quasi identici, allora ha formato lui una lista di indipendenti e ha vinto le elezioni. Nei cotonifìci era ancora peggio. All'infuori dell'Erba di Paesana, non c'era la tradizione socialista ed erano diffìcilissime la penetrazione del sindacato, la formazione di commissioni interne.
Abbiamo iniziato a crescere solo con gli anni '60, quando è stata lanciata la politica dì contrattazione aziendale. Noi temevamo di privilegiare il salario a scapito della normativa, ma il salario era l'elemento trainante. I lavoratori si mobilitavano sugli aumenti salariali, sul premo di produzione. Su queste basi abbiamo aperto molte vertenze, fra tutte alla Quarzite di Barge, a Moretta alla Locatelli; la più importante alla Falci di Dronero che è durata trenta giorni.
Anche Cuneo ha riposto a Tambroni nel 1960 e si sono avuti scioperi politici come nel '48, dopo l'attentato a Togliatti. lo avevo rappresentato a Genova il comitato "Cuneo brucia ancora" e avevo preso la parola.

All'Alleanza contadini
All'Alleanza contadini sono entrato come segretario nel 1963. Non c'era più nulla. Ho dovuto incominciare dall'elenco dei coltivatori che ho trovato. Ne ho convocati alcuni e ho ripreso i primi contatti. L'Alleanza era poco estesa dal punto di vista organizzativo. Avevamo punti di forza in Val Grana, soprattutto a Caraglio, poi ci siamo estesi a Busca, a Carrù, a Dogliani. L'organizzazione è cresciuta. Nel '70 sì è istituita la Regione e questa ha iniziato a darci i contributi per la formazione professionale, per i CATA e i CIPA.
Noi abbiamo avuto, cosi, la possibilità di assumere personale tecnico, periti agrari che coprivano parte dell'attività tecnica, facevano ottenere prestiti, mutui, collaboravano alla trasformazione di determinate produzioni, seguivano tutto quanto attiene all'attività produttiva della azienda, i piani di formazione, di sviluppo. Dal nulla siamo arrivati ad essere la seconda organizzazione contadina della provincia. Con i CATA ci siamo estesi in tutta la provincia, da Mondovì a Barge, a Bagnolo, a Paesana con le cooperative, a Chiusa Pesio dove vi era una buona presenza socialista.
Con la nostra crescita, abbiamo sollecitato anche la Coltivatori diretti. Vi sono state manifestazioni comuni dove affrontavamo questioni concrete, quelle dei finanziamenti alle aziende. Perché il problema è sempre stato quello dell'efficienza che noi chiedevamo dì valutare non sull'estensione del prodotto, ma sulla qualità.
Nel mondo contadino, abbiamo incontrato le stesse difficoltà vissute in quello operaio, anzi, qui erano maggiori perché le tessere erano poche e quindi molti i problemi di finanziamento. Eppure, a distanza di anni, contiamo su una presenza estesa e qualificata, fatta di compagni diplomati e laureati. Noi, invece, avevamo una professionalità basata solamente sulla pratica e sull'esperienza.

Il partito
Al mio trasferimento a Cuneo, il segretario provinciale del PCI era Crosetti.
Poi vi è stata la lunga segreteria Biancani. Quindi quella di Nestorio. lo facevo parte delle segreterie perché non esisteva l'incompatibilità fra cariche sindacali e politiche.
Gli anni dì Biancani sono stati difficili, ma belli. Vi era un dibattito serrato con i due gruppi "operaisti" e "contadinisti". E' sbagliato appioppare etichette che sono schematiche, perché, ad esempio, a me dicevano che ero operaista, ma ho dimostrato nei fatti di essere presente a tutte le lotte contadine, guidandole, organizzandole, perché le preparavamo e tenevamo anche i comizi. Facevamo il boia e l'impiccato. Alcuni di noi sostenevano che il partito fosse debole nella politica operaia e che occorresse "accerchiare la cittadella", accerchiare la fabbrica con movimenti per condurre una politica a livello territoriale che comprendesse i problemi operai, contadini, del commercio, dell'artigianato e non per compartimenti stagni. Quindi, la battaglia sulla politica di rinascita aveva questo significato. Nessuno rifiutava di impegnarsi perché le fabbriche chiudevano, l'agricoltura non era sostenuta, come è oggi. La situazione imponeva queste due politiche, contadina ed operaia, ma occorreva un lavoro comune, una "troica", del partito, dell'organizzazione contadina, di quella sindacale che avrebbero dovuto darsi obiettivi comuni e precisi. La lotta nel partito era di questa natura, non aveva caratteri personali. I problemi personali sono insorti con la segreteria Nestorio.
Nestorio veniva da Vercelli ed era stato scelto in sostituzione di Biancanì, perché si riteneva che non ci fossero, sul posto, compagni in grado di prendere le redini. Quelli sono stati gli anni peggiori; si era creato un clima di disistima fra i compagni, Nestorio era rigido, settario.
Io, ad esempio, ero stato contestato, perché considerato troppo aperto, un socialdemocratico nella CGIL, perché avevo applicato subito la politica unitaria. Con Baralis della CISL abbiamo scritto volantini in cui si chiedeva l'iscrizione al sindacato, senza specificare a quale. La segreteria era settaria.
Quando si è fatta la lotta contrattuale a livello aziendale nel saluzzese e si sono strappati aumenti salariali e non conquiste normative, sono stato messo sotto accusa, perché avrei ceduto, non avrei capito il problema delle ferie, del riposo.
Quando sono stato eletto io segretario, abbiamo chiesto a Mario Romano di andare ad Alba, a dirigere la zona, e lui si è rifiutato e ha lasciato.
Negli anni '50, nel partito c'era però uno spirito che non ho mai più trovato.
E' vero, c'erano tante utopie, la maggiore quella di distruggere il capitalismo, ma quella era la molla che ci caricava. Vi è stata la delusione quando è caduto il mito di Stalin, ma sotto quella bandiera siamo andati avanti, abbiamo resistito anche in situazioni diffìcili. Alla domenica non si era mai a casa; in bicicletta o in moto si partiva, chi nella Langa, chi in montagna, chi in pianura, con le tessere in tasca. Erano anni difficili. Il partito ti dava dieci tessere e ti diceva: "Vai a Barolo a fare il tesseramento". Ti davano dieci bollini da trenta lire, dieci da cinquanta e "se hai le tessere e riesci a far applicare i bollini, hai i soldi e mangi, altrimenti vieni a casa senza mangiare". Era così.
Con i socialisti i rapporti sono stati buoni per anni. In sindacato c'erano le due componenti e ho collaborato prima con Parri, poi con Viara, poi con Boselli.
Tutte le scelte erano prese d'accordo. Per anni, fra i due partiti funzionava la giunta di intesa, per cui settimanalmente le due segreterie si incontravano per decidere insieme. "La Voce" aveva veste unitaria. Grio e Viglione collaboravano. Il nostro difetto era di forzare un po' la mano, ma dovevamo farlo perché tra loro c'erano già tendenze socialdemocratiche e bisognava "fare i duri". Nelle lotte contadine hanno dato un grande contributo. Facevamo i comizi sempre insieme, un comunista e un socialista.
A fine anni '50 hanno cominciato a cambiare e sono arrivati al primo centro-sinistra, il PSI ha iniziato a cercare tutti i motivi di divergenza, tutto quanto poteva disunire anziché unire. Ho ravvisato questa tendenza anche a livello sindacale, anche nell'Alleanza contadini. Alcune differenze prima invisibili sono diventate evidenti.
La sinistra socialista è sempre stata debole. Mancava di dirigenti. Grio era amatissimo. aveva una enorme popolarità, aveva condiviso la politica di rinascita, ma non era in grado di essere un'alternativa nel partito. Zonta era molto chiuso, Duccio Sciolla era un compagno d'oro che abbiamo sempre stimato, ma non dava battaglie nel partito. Noi cercavamo di far passare posizioni giuste, senza pressioni esterne marcate.
Comunque l'ingresso del PSI nel governo non ha portato a rotture nella CGIL L'unico scontro è avvenuto quando Giolitti ha lasciato il partito. Poco dopo avevamo organizzato una iniziativa sindacale a Cuneo, al cinema Italia, con Santi e a questa io avevo rifiutato la presenza di Giolitti. Apriti cielo! Perché Giolitti era sempre stato invitato. Io sostenevo che in quel momento sarebbe stato un elemento di turbativa e avrebbe potuto spingere molti comunisti a disertare la manifestazione. Nel partito, Biancani mi diceva di stare attento, di non tirare la corda. Lo scontro era con Viara. Ma l'ho vinta io, Giolitti non ha partecipato.
Sulla vicenda Giolitti, una parte del gruppo dirigente era più vicino alle sue posizioni che a quelle del partito. "La Guida" aveva definito me ed altri i duri. Tra i "molli" metteva Corino e Biancani. Ma le sezioni operaie, come Bra, Mondovì, Savigliano erano con il partito.

Mila Montalenti

Sono nata a Torino nel 1917, in zona pre-collinare, non lontano dal Po, nella dependance della villa delle marchese di Ormea, una famiglia un po' leggendaria, oggi estinta, di cui serbo ancora il ricordo. Mio padre era architetto del Comune ed aveva egli stesso ristrutturato quella casetta un po' rustica in cui abitavamo. Frequentai ragioneria a Torino, con mia grande rabbia, perché avrei preferito studi classici o scientifici. Nella mia famiglia non c'erano comunisti, anzi nella famiglia di mio padre, piuttosto numerosa, erano tutti fascisti; anche mio padre non era certo un uomo di sinistra, ma ebbe tre figlie comuniste ed un figlio socialista!
Nel 1940 cominciai a lavorare alla Provincia e vi rimasi per tutti i cinque anni della guerra. Nel 1944 ebbi i primi contatti con persone che facevano lavoro clandestino sul Po. Allora facevo canottaggio e parlai con un amico del circolo che aveva un negozio, l'Olimpic, ed egli mi promise di farmi conoscere qualcuno: cosi mi portò nel suo negozio dove lavorava come commesso il padre di Massimo Mila. Fu in questo modo che conobbi Massimo Mila, che a sua volta mi presentò ad Ada Gobetti e a tutto il suo gruppo, che poi alla Liberazione passò al PCI. Altri contatti li ebbi attraverso mia sorella che aveva frequentato l'università ed aveva conosciuto un gruppo di comunisti cattolici, fra cui la Berardelli, sorella della Lola di cui parla Natalia Ginzburg nel "Lessico familiare", donna dalla forte personalità.
Alla Provincia mi ero ribellata per alcuni fatti che erano accaduti. Si incontravano spesso gerarchi fascisti, che frequentavano anche la mensa. Ricordo che un giorno mentre mangiavamo - e si mangiavano cose poco appetitose, insomma eravamo in tempo di guerra - arrivò un'ausiliaria con un piatto di cotolette alla milanese, chiaramente destinate al gruppo di fascisti seduti accanto a noi. lo allora ero molto giovane, avevo molto appetito e coraggio, per cui me ne presi una dichiarandolo ad alta voce: tutti gli occhi si rivolsero verso di me e scese in sala un silenzio gelido, ma io mangiai la bistecca! Ricevevamo tutti i giorni un buono per prendere la minestra; un giorno una mia collega, sapendo che non sarebbe venuta a mangiare, mi diede il suo buono, perché io potessi avere anche la sua razione. Ma quando presentai il mio secondo buono, l'ausiliaria disse che il buono era personale e non potevo quindi avere un'altra minestra. Allora tornai dalla mia amica, le chiesi di venire lei stessa a prendere la minestra, e lei così fece. Ma quando fui davanti alla mia minestra, l'ausiliaria venne e me la portò via; e successe un fatto incredibile: un ragioniere, il signor Giusco, si alzò in piedi e disse ad atta voce all'ausiliaria di riportarmi la minestra, altrimenti nessuno avrebbe continuato a mangiare - e tutti si alzarono in piedi, lo non ci potevo credere, questo accadeva alla Provincia, un ambiente dove tutti erano piuttosto perbenisti e convenzionali.
Mia sorella lavorava già in clandestinità, e fu cosi che anch'io entrai nel gruppo di Ada Gobetti; cominciai a fare la staffetta, portavo la corrispondenza e raccoglievo fondi: era la fine del '44, l'inizio del '45. Conobbi molti degli antifascisti torinesi, molti altri li conobbi quando entrai come funzionaria nel PCI, nel 1948, dopo che avevano visto come avevo lavoravo durante la campagna elettorale. Non mi occupavo di Torino città, ma della provincia. Il ricordo più vìvo che serbo di quel periodo è la figura di Celeste Negarville, con cui avevo un bel rapporto, e detto fra parentesi, nella storia di Spriano si può leggere fra le righe come Negarville avesse già allora capito come andavano le cose in Unione Sovietica. Ricordo un episodio: ero andata ad una scuola di partito a Milano; fu una bella esperienza perché ebbi come insegnanti Altiero Spinelli, Vitello, Banchieri, insomma tutte persone un po' anomale rispetto alla convenzione delle scuole di partito di allora. Quando rientrai a Torino, Negarville mi fece chiamare e scherzando mi pose una domanda, "quanti millimetri ci sono in un chilometro?" per vedere cosa avevo imparato. Insomma quella era l'importanza che dava lui alle scuole di Partito. Lo ricordo anche molto bene nei momenti dell'attentato a Togliatti, mentre si dava da fare perché rilasciassero Valletta, che era stato sequestrato. Poi non ci furono più i soldi per il mio stipendio e venni "licenziata".
Dopo un paio di settimane mi proposero di andare in Sardegna, dove avevano richiesto una compagna. Di passaggio a Roma incontrai Negarville, insieme a Moscatelli, ed egli espresse il suo rammarico per il fatto che ero stata mandata in Sardegna, quando secondo lui c'era bisogno di me in Piemonte: aveva già in mente la Federazione di Cuneo, a cui venni assegnata dopo il rientro dalla Sardegna, nel gennaio del 1952. In Sardegna rimasi solo quattro mesi, fino al novembre del '51, partecipai ad alcune occupazioni simboliche di terre, certamente non diedi molto di me, ma imparai tantissimo. A Cagliari c'era una brutta federazione, il segretario era Velio Spano, di cui non conservo un buon ricordo. A mio avviso, dava dei giudizi ingiusti su Negarville e sulla Federazione dì Torino, senza conoscere la situazione. Mi mandarono anche nel Basso Sulcis ad organizzare una manifestazione, in occasione di un'occupazione simbolica della terra, dopo che le grandi occupazioni di terre erano finite. La situazione in Sardegna era molto difficile, la miseria dilagava, ricordo le condizioni tragiche in cui versava un lazzaretto vicino a Cagliari. Sono ritornata in Sardegna parecchi anni fa, in occasione delta campagna elettorale del 74, e mi sono invece trovata molto bene.
Nel gennaio del '52, approdai alla Federazione di Cuneo, dove mancava una persona che si occupasse delle problematiche femminili. Dei primi due anni conservo un ricordo un po' sbiadito. Lavorai con Zonta al Comitato di Difesa dell'Infanzia, collaboravamo con i Socialisti. Non fu in realtà un periodo molto interessante, ma già emergeva la figura di Biancani, persona vivace ed intelligente, anche se allora il segretario era ancora Crosetti, un tipo un po' rigido e duro. Nelle riunioni dell'esecutivo in federazione mi trovavo quasi sempre d'accordo con Biancani, contro la linea di Crosetti. C'era in Federazione anche Germano, una persona molto simpatica ed estroversa, che arrivava da Vercelli, e fu poi mandato ad Aosta come segretario di Federazione, e lavorò molto bene in quella federazione piuttosto difficile, che conobbi poi anch'io, quando alla fine degli anni '60 mi ci mandarono per fare un giornaletto durante la campagna elettorale. Ricordo che diceva sempre "Credi che fra due anni saremo al potere?" ed ad una risposta negativa accusava l'interlocutore di non capire nulla.
Durante il Congresso del 1954, venne Longo. Capimmo che il problema della provincia di Cuneo era principalmente un problema contadino, e cosi tutti cominciammo a lavorare in questo senso. Venne un certo Regis che fece uno studio sulla provincia. Tutti noi venimmo sguinzagliati in giro, nelle Langhe, nelle zone montane, a fare piccole riunioni, di casa in casa, poi presso i sindaci, nei Comuni, riunioni prima circoscritte e poi sempre più allargate. Lavorammo così per un anno, fino alla preparazione del convegno di Alba, a cui parteciparono duemila contadini! Era il 6 novembre 1955. Fu un periodo di grande euforia, proprio quando a Torino le cose andavano male nel partito, noi eravamo uniti, perché grazie ad un lavoro, prima molto minuto e poi sempre più allargato, eravamo riusciti a conquistarci i partiti, i sindaci, le forze sindacali. Sulle rivendicazioni dei contadini quasi tutti i sindaci erano con noi. Giolitti aveva presentato un progetto di legge con un democristiano, il deputato Bubbio di Alba. Fu un bei periodo; poi ci furono i fatti d'Ungheria. Noi continuammo con il nostro lavoro, ci furono manifestazioni in Valle Bormida, il 9 settembre del 1956 trenta comuni parteciparono ad una manifestazione a Neive. Per fare comprendere quale fu l'importanza del movimento di rinascita nelle campagne e quanto si radicò in alcune aree del cuneese ricordo un episodio che è una digressione, ma è significativo. Nel 1957 tornai in valle Stura, a Vinadio, in occasione di una grande manifestazione contadina. I consorzi avevano promesso agli agricoltori di acquistare la loro produzione di patate, ma alle promesse non erano seguiti i fatti. Allora i contadini stessi inventarono durante la manifestazione originali forme di protesta: tagliarono quintali di germogli dalle patate invendute, li caricarono sui carri e, attraversando il paese, li gettarono in aria, quasi fossero stati petali di rosa durante una processione. Era previsto un comizio, così quando giungevano in piazza volevano fermarsi, ma li era schierata la celere. I celerini prendevano i muli per le briglie per condurli via, ma i padroni davano loro l'ordine di non muoversi e i muli restavano immobili. Fu una scena molto divertente. Intanto arrivavano dalla frazione di Pratolungo le donne in corteo, portando i loro cartelli. I carabinieri tolsero loro i cartelli e li gettarono nella Stura. Le donne non si fermarono, scesero nel fiume, li recuperarono e vennero alla manifestazione con i cartelli di protesta grondanti d'acqua. Alia fine l'esercito comprò dai contadini tonnellate di patate: fu una grande vittoria. Ancora in valle Stura ci fu dopo poco tempo una terribile inondazione, chilometri di strada vennero distrutti, caddero i ponti; i contadini non potevano più raggiungere e loro campi. Furono inoltrate alle autorità competenti richieste e proteste affinchè i lavori di ripristino fossero effettuati al più presto, ma nulla accadeva. Un giorno ricevetti una lettera da una vecchia contadina chiamata "Ninin" in cui mi raccontava come con una giornata di lavoro tutti i contadini insieme avessero costruito una passerella per attraversare la Stura. Insomma anche la nostra politica aveva dato i suoi frutti.
Nel settembre del 1956 cambiò anche la direzione della Voce, a Pellegrino successe Velso Mucci, che mi volle collaboratrice del giornale. Ed in quel periodo cominciò anche la grande polemica all' interno del partito. Il gruppo dirigente della Federazione di Cuneo non era più così omogeneo; già nel '57 si levavano da parte di alcuni compagni, anche nel giornale, le prime voci di dubbio sulla politica di rinascita nelle campagne, ma soprattutto c'erano voci sulle nostre posizioni nella politica internazionale. Ricordo che una volta venne in Federazione Bufalini. In quell'occasione parlammo a lungo. Gli spiegai le ragioni che ci avevano portato a quelle posizioni. Mi consigliò di procedere con più cautela, di mantenere posizioni più equilibrate, ma si capiva benissimo che condivideva. Lo rincontrai anni dopo alla Federazione di Torino, mi riconobbe subito nonostante ci fossimo visti per poche ore, e quasi mi abbracciò in una dimostrazione di affetto. Comunque in quegli anni c'era un forte timore che la situazione potesse sfuggire di mano. Mucci venne richiamato dalla commissione di controllo. Il 14 giugno con amarezza scrisse " Quando si lasciano andare le cose al punto che una commissione di controllo giudichi facilone e scarsamente dotato di responsabilità politica il direttore del giornale di Federazione, membro del Comitato Federale, questo direttore, se non è un sasso, deve capire che l'ambiente ha toccato il fondo e deve lasciare passare del tempo per poter di nuovo intervenire efficacemente. Ciò che è accaduto nella Federazione di Cuneo dal mese dì gennaio ha ritardato, anzi ha rimandato di parecchi mesi lo sviluppo del partito in provincia. Il terrorismo ideologico di certi compagni è la causa di ritardi, di arresti e di rinvìi ". Non bisogna però credere che la Voce mantenne sempre con coerenza questa sua linea iniziale. Più avanti, specialmente intorno alla fine del '58 e nel '59 ci fu come un ripensamento. Apparvero articoli di Velso Mucci, Biancani ed altri compagni dove, in polemica con gli avversari politici si esaltava l'Unione Sovietica, il suo socialismo. Uscirono artìcoli di alcuni compagni che giustificavano l'intervento in Ungheria, anche se con l'avvento di Krusciov, dopo il XX congresso, l'Unione Sovietica pareva attraversare un periodo "illuminato", si parlava per la prima volta di distensione, di rapporti est-ovest e rinascevano alcune speranze.
Ed intanto si era aperto il "caso Giolitti". In segreteria c'erano a quel tempo Biancani, Borgna, Romano, Prunotto, Sparla, Walter Botto, che però non era un funzionario, Panero e Giraudo oltre a me. Giolitti volle allora fare, con il famoso documento dei 101 un atto che scuotesse. Giolitti venne criticato molto quando passò al PSl, ma molti di noi erano d'accordo sul contenuto delle sue crìtiche all'Unione Sovietica, soprattutto in relazione ai fatti d'Ungheria. Quando Giolitti lasciò il PCI lo seguì, fra gli altri, Sergio Conno di Alba, un tipo molto intelligente, la cui moglie era la nipote della famosa Camilla, l'ostetrica di Barge, una donna molto attiva che convinse mezza Barge a seguire Giolitti. Nel gruppo dirigente di Cuneo e in quello dì Saluzzo nessuno pensò di seguire l'esempio di Giolitti; Botto ad esempio lo contrastò subito. Giolitti fece carriera nel Psi, divenne ministro, ma era una persona profondamente onesta e quando le cose non gli andarono più bene lasciò anche il PSl: era il 1986. Mi dispiacque molto quando Corino lasciò il PCI. Lo ritrovai poi a Torino dove anche lui si era trasferito, ma dopo pochi anni era amareggiato perché non si riconosceva nel nuovo PSl. In fondo, i fatti di Ungheria non ci colsero totalmente impreparati; qualcosa ci aspettavamo. lo ero stata in Polonia nel '55; le nostre delegazione erano completamente isolate dalla popolazione polacca, quando passavamo la gente ci evitava, nei locali nessuno ballava con noi, tutto questo mentre i dirigenti ci trattavano come ospiti di riguardo, offrendoci leccornie anche se i negozi erano vuoti. A Cracovia, parlando con alcuni sentimmo condanne pesanti contro i comunisti. Lo stesso Biancani, che in URSS andava spesso, faceva sempre dell'ironia sulle cose che si scrivevano sull'Unione Sovietica. Certo eravamo coscienti della situazione e allo stesso tempo speravamo che le cose potessero cambiare, ed in questo senso la venuta di Krusciov ci aveva fatto ben sperare. Del resto bisogna anche capire che cosa era stato Stalin per noi. Ricordo ancora la mie emozioni quando - eravamo nel periodo clandestino -passando per Borgaro, alle Ferriere leggevo su quei muri altissimi "W Stalin". Stalin era per noi soprattutto colui che aveva combattuto contro Hitler e il nazismo. Alla Liberazione eravamo convinti di andare al potere nel giro di poco tempo. Il '48 fu per noi un dramma. Togliatti aveva già dato però una certa impronta al partito, parlando innanzitutto di democrazia. Nel '48 già pensavamo che si dovesse arrivare al potere per vie parlamentari e non con la rivoluzione, anche se a dire il vero qualcuno ci credeva ancora, specialmente nei giorni dell'attentato a Togliatti, soprattutto nelle fabbriche delle grandi città. Forse ci credeva ancora Gino Moscatelli che era stato un duro da partigiano ed era una persona gentilissima. Lo conobbi a Cuneo, conduceva una vita molto modesta, serbo ancora il suo ricordo mentre faceva egli stesso le pulizie nel suo ufficio. Del resto le condizioni economiche dei funzionari a quel tempo erano abbastanza brutte. Quando cominciai a lavorare a Cuneo prendevo 25.000 lire al mese, arrivai a 50.000 nel 1961. In un primo tempo dormivo presso una compagna, Antonietta Squarotti, funzionaria della CGIL, poi avevo trovato posti in camere d'affitto ed infine ero andata ad abitare presso un contadino che aveva una casetta molto simpatica ed era lui stesso molto affabile. Vi rimasi due o tre anni; ero anche riuscita ad arredare meglio la mia stanza perché mia sorella aveva nel frattempo aperto a Torino un negozio di arredamento.
Il momento in cui Velso Mucci entrò come direttore alla Voce fu denso di avvenimenti per la Federazione di Cuneo. Il movimento di Rinascita era nella sua fase più alta e sì esprimeva appunto in grandi manifestazioni di coltivatori diretti, mai viste fino ad allora nella federazione di Cuneo e forse nemmeno in altre regioni, e anche in convegni operai nei centri principali. Coinvolse le forze politiche, la stessa DC, i sindaci delle Langhe, i parlamentari. Le posizioni della segreteria e della Federazione erano a quel tempo coraggiose. Mucci scrisse un articolo infuocato sui fatti di Ungheria; Biancani prese sulla Voce posizioni molto ferme contro l'intervento sovietico. Mucci pensava allora che la Voce avesse qualcosa da dire anche al di fuori della provincia di Cuneo. In una lettera a Biancani del 6 novembre 1956 scrisse da Roma "Giolitti ha trovato la Segreteria ad ottimo livello d'orientamento. Qui a Roma, negli ambienti dell'intellighenzia di sinistra la Voce piace molto come aspetto e soprattutto come contenuto e posizioni. Sto raccogliendo nuovi indirizzi, perché penso che una buona diffusione della Voce qui a Roma possa servire a qualche cosa: da un lato dare al giornale una funzione nazionale e dall'altro servire veramente agli ambienti romani." Infatti avevamo fra gli abbonati De Chirico, Vasco Pratolini, Sapegno, il pittore Mafai, Felice Campanello di Alba, giornalista prima del Giorno, poi del Corriere della Sera e direttore della Domenica del Corriere.
In Federazione, alcuni compagni criticavano aspramente la scelta di occuparci della questione contadina, argomentando che non ci interessavamo degli operai. Si creò una frattura in federazione: da una parte c'erano Romano, Sparla, Panero, i compagni che ruotavano intorno alla Camera del Lavoro, dall'altra Biancani ed io, con grande appoggio dei saluzzesi. Non era vero che ci disinteressavamo della questione operaia, ma il problema contadino ci sembrava importantissimo in una provincia come quella di Cuneo, dove il rapporto fra operai e contadini era di 1 a 10. Biancani tentava di contenere le varie spinte centrifughe delle sezioni operaie di Mondovì, Bra e Fossano. Mi sembra che alcuni compagni come Sparla avessero fatto una sovrapposizione fra il fatto che fossimo critici nei confronti dell'Unione Sovietica e la questione contadina, cominciarono a dire che la politica di apertura ai contadini era un cedimento, che non ci occupavamo più degli operai. Tirammo avanti ancora due o tre anni in questo clima di polemiche abbastanza dure. Nell'agosto del '57 Biancani si ammalò e partì per un periodo di cura in URSS. Per me fu un periodo tremendo, perché la Direzione ci mandò un compagno toscano, di cui non ricordo il nome. Parlò con i compagni della Camera del Lavoro e con me. Andavamo incontro ad un congresso e lui voleva che io scrivessi un documento, ma i compagni che non la pensavano come noi, soprattutto Sparla e Panero, gli fecero credere che noi eravamo poco affidabili, criticavano la polìtica di Biancani, che non era presente, la polìtica dei contadini. In quel periodo mi trovai un po' sola a portare avanti una certa linea, anche perché Borgna, persona disponibile ed intelligente, dotato di una grande comunicativa, in quell'occasione era un po' incerto.
Dal 1958 la presenza di Mucci a Cuneo diventò sempre più rara. Nel 1959 veniva saltuariamente, ma continuava a dirigere il giornale da Roma, scriveva lettere vivacissime dando indicazioni, complimentandosi per il numero uscito o protestando con altrettanto calore per le cose che non andavano. Intanto i dissensi interni si facevano sempre più gravi, più forte era l'opposizione da parte di un gruppo di compagni alla politica nelle campagne, sostenendo la tesi che non dovevamo occuparci dei contadini, bensì degli operai. Ad aggravare la situazione era anche la lunga polemica con le posizioni revisioniste di Antonio Giolitti. Le cose precipitarono, anche perché le elezioni del 1958 andarono male. Noi difendevamo con le unghie e con i denti la nostra politica, si svolgevano ancora convegni contadini ad Alba, a Gorzegno, in montagna, con la presenza di Luigi Longo e Antonio Giolitti, ma si poteva già capire che il movimento era in declino. Nel comitato federale del novembre 1959 vennero dati da Biancani e da Mucci due giudizi un po' diversi sulla situazione. Mucci disse: “la scarsa cultura ideologica ha permesso alcuni sbandamenti che culminano nel tentativo revisionista di Giolitti", ma Biancani aggiustava il tiro, cioè non vedeva la causa di tutti i mali nel caso Giolitti in sé, quanto nel fatto che su quel caso il partito, per troppo tempo era stato impegnato in discorsi settoriali e provincialistici, che non avevano permesso di vedere subito il pericolo più grave, cioè che certe contrapposizioni non avevano senso ed erano sbagliate. Biancani si riferiva a quelle posizioni settarie, operaiste.
Poi venne Nestorio, un pazzo, che appoggiava completamente la linea di Sparla e Romano. Ricordo che parlava sempre della Federazione di Vercelli e del giornale che stampavano là, tessendone le lodi e portandocelo come esempio da seguire per fare un buon giornale. A me sembrava bruttissimo. Un giorno leggemmo su un bollettino della sezione romana il giudizio sui vari giornali di Federazione: era citato quello di Vercelli come esempio da non seguire, mentre più avanti parlava bene della Voce. In quel periodo feci delle ricerche sulle fabbriche di Mondovì, del saluzzese, sulla Quarzite di Barge, una realtà terribile dove lavoravano molte donne, ricerche che poi pubblicammo sotto forma di articoli sulla Voce.
Dopo un paio d'anni di segreteria Nestorio, in occasione di un congresso venne a Cuneo Celso Ghini, discutemmo di tutti gli errori che avevamo fatto e certamente questo fu utile, ma la Federazione di Cuneo rimase comunque in crisi. Rimasi a Cuneo fino al marzo del 1961, quando morì tragicamente una mia sorella e per non lasciare mio padre da solo mi trasferii. Del resto a Cuneo si viveva ormai in una situazione di tensione. Biancani non si gettò mai a fondo in una battaglia all'interno del partito, forse anche perché aveva problemi di salute e non aveva molta fiducia nelle sue forze fisiche. Quando mi trasferii non ebbi più molti contatti con la Federazione di Cuneo. Trascorsi due anni molto spaesata. Cuneo mi piaceva molto; ancora oggi rimpiango un po' la vita di provincia che ci permetteva di approfondire di più determinati argomenti.
A Torino comincio a lavorare con mia sorella. Poi nel '64 andai a Roma, su proposta di Pajetta, per interessarmi dei giornali locali. Ma mi sembrava di prendere uno stipendio senza essere veramente utile, così dopo un anno, spiegando le mie motivazioni, abbandonai il progetto. Comunque a Roma ebbi l'occasione di conoscere persone interessanti e molti dirigenti nazionali. Conobbi una giornalista tedesca, di sinistra, che affittava una stanza da una mia vecchia zia. Riuscii a farle incontrare Nilde Jotti per un'intervista sul divorzio che fu poi pubblicata su Bunte. Grazie a quell'articolo le giunsero molte richieste di pezzi da pubblicare, mentre prima aveva difficoltà a vendere i suoi artìcoli. Diventammo buone amiche e quando si trasferì in Turchia andai a trovarla. In quell'occasione mi presentò molti compagni che aveva incontrato in quel paese.
Durante il mio soggiorno romano, scrissi anche qualche articolo per l'Unità, ma nell'insieme fu un periodo malinconico.

Mario Romano

Militante e dirigente
Sono entrato nel gruppo dirigente della federazione di Cuneo, molto giovane, in anni di forte tensione interna. Con il lavoro e la discussione, cominciavo a capire che cos'era era il partito, come funzionava; mi facevo un po' le ossa.
In principio, ero stato un sostenitore di Biancani, ma poi gli argomenti di chi era critico verso di lui mi avevano convinto.
Una sera, in una riunione, avevo preso Biancani da parte e gli avevo detto che stava sbagliando, che nella nostra provincia c'era la necessità di costruire il partito in ambienti che ci dessero garanzie superiori rispetto al mondo contadino. Biancani c'era stato male, anche perché era convinto di poter controllare questa politica, di poter poi dare una sterzata.
Allora nel partito non si andava tanto per il sottile. Se qualche cosa non andava, cambiavano il segretario e ne mandavano uno di estrazione operaia.
Arriva allora da Vercelli, Nestorio che era completamente diverso da Biancani.
Era abituato alle lotte nelle risaie, alle battaglie, al muro contro muro, e infatti, nella federazione, si formano due gruppi.
Il gruppo dirigente era formato da Biancani, Borgna, Martino, Toselli, Corino, Prunotto. Panero era dirigente della Camera del lavoro, ma anche nella segreteria di federazione. Nestorio che cosa ha dovuto fare? Si è trovato con tutti i dirigenti dall'altra parte. Poi sono emersi nuovi quadri. Oltre a me, Anna Graglia che era molto giovane, Mario Izzi che era dirigente dell'ENPAS, Oronzo Tangolo.
Di qui è cominciata la nuova attività, verso le fabbriche, ma anche dal punto di vista giornalistico, pubblicistico per "buttare fuori" il partito in modo da farlo conoscere. Abbiamo puntato sui sette centri, le sette grandi città dove abbiamo cercato di ricostruire le sezioni. Ricostruirle perché c'era stata la questione di Giolitti che aveva lasciato un fermento, una crisi, e quindi il nostro lavoro era dedicato a ricostruire, a superare i danni.
Nel '60 diventa segretario Nestorio, nel '61 lasciano "La Voce" Velso Mucci e Mila Montalenti che erano con Biancani e la facciamo Tangolo e io. Avviene tutto nel giro di pochi mesi.
Nestorio nel '63 torna a Vercelli dove, sino alla morte, per ictus, dirige l'Ente risi. Izzi viene trasferito a Milano. Tangolo è un po' emarginato, poi vivrà il travaglio con Lotta Continua, il Manifesto, i gruppi di sinistra. Non lo vedo da anni. Eravamo tanto amici. Se ne va anche Tiengo che finisce a Bologna e fa, per un periodo, il rappresentante del "Calendario del popolo" che allora produceva anche un'enciclopedia. Corino riprende gli studi che aveva interrotto per venire al partito, nel periodo in cui ero arrivato io. Ha avuto iI coraggio di ricominciare, ha preso due lauree, si è sposato a Barge. E' morto anni dopo.
Il gruppo dirigente di fine anni '50 scompare. Biancani fa il deputato una legislatura e mezza e diventa segretario di federazione Panero, però è una soluzione provvisoria, perché non si riusciva a mettersi d'accordo sulla scelta. Qualcuno propendeva per fare venire un segretario da fuori. Si affacciava anche qualche giovane, ad esempio Dutto, un ragazzo intelligente, ma era un tipo abbastanza strano. Aveva subito anche lui il travaglio della vicenda Giolitti e allora era stato mandato ad Alba per il partito ed il sindacato.
La segreteria di Panero dura poco tempo. Poi viene eletto Martino. Prima faceva il barbiere. L'avevo convinto io a fare il funzionario e a venire a Cuneo. Martino ha sempre cercato di salire sulla macchina che stava per vincere.
Da segretario, per quello che era il partito, ha fatto bene.
Da quel momento non ho più dato attività. Volevo togliermi da tante grane. Sono sempre stato un idealista, mi dispiaceva intaccare rapporti personali per fatti politici e quindi ho preferito andarmene.
Il clima nella federazione era molto teso, si erano rotti rapporti personali. Ad esempio, per dimostrare che Nestorio era un venditore di fumo, si era bluffato sulle tessere, dicendo che le regalava a destra e a sinistra. Tutta questa azione era stata fatta in un periodo in cui lui era in URSS. Quando è tornato, si è trovato tutto deciso, con il centro furibondo perché gli era stata presentata una situazione disastrosa.
I rapporti personali erano incrinati. A me è stato proposto di andare ad Alba, ma non ho accettato. Pensavo: "Sarò isolato, lontano da Cuneo, rischio di sputtanarmi". Ho preferito non continuare. Ho iniziato a fare il rappresentante e lo faccio ancora oggi. Credevo fosse finita. Poi, nel 1970, avendo meno impegni, ho ripreso l'attività; qui a Nucetto abbiamo ricostruito la sezione, abbiamo lavorato e siamo entrati in consìglio comunale in minoranza. Poi, siamo riusciti a dare il giro all'amministrazione. Abbiamo stravinto e siamo qui ancora adesso. Nucetto era uno dei pochi comuni, con Pradleves, con sindaco comunista. In seguito abbiamo avuto Ormea e Garessio, Qui in vallata, la situazione è buona, anche se il partito non esiste più organizzativamente.
Abbiamo ascendente fra la gente, ma c'è bisogno di rinnovamento e i giovani non prendono responsabilità.

Un bilancio
lo sono stato sostenitore convinto della segreteria Biancani, ma anche sostenitore convinto di quella Nestorio, La giudico, a differenza di altri, positivamente, perché in provincia noi non abbiamo niente, dobbiamo acquisire tutto, conquistare tutto e per conquistare bisogna dare battaglia. Il partito, oggi, si è messo troppo a trattare senza conquistare niente, nonostante il peso nazionale. In provincia di Cuneo, conquisti solo se ti contrapponi alla politica predominante, se la gente ti viene dietro su una tua proposta politica.
Poi, naturalmente, occorre fare accordi, come anche abbiamo fatto noi, ma questo non vuol dire non attaccare, non dare battaglia, non rappresentare qualche cosa di differente dagli altri. Tenendo conto del tessuto della provincia, la segreteria Nestorio aveva questo merito, quello di contrapporre a una forza grande come la DC, una forza piccola come il PCI, battendosi alia pari. E ha ottenuto risultati. Erano anni balordi, i risultati venivano con il contagocce.
Erano ancora periodi in cui ai comizi ci chiudevano le persiane. Piazze deserte. Nestorio era totalmente differente da quanto molti dicono. Molti non riescono ancor oggi a capire che il partito doveva essere costruito. Gli unici elementi che lo aiutavano sul piano dell'elaborazione erano esterni, come Izzi, che però nell'impegno pratico non c'erano perché lavoravano. E chi andava in giro? Erano i vari Panero, Martino, Prunotto, Angeloni.
E' sbagliato criticare Nestorio dicendo che avrebbe chiuso il partito. lo avevo appoggiato Biancani che aveva aperto l'iniziativa andando verso il mondo contadino. Però, anche in quel caso, non sono venuti i risultati. Forse anche per deficienza nostra, perché non siamo stati capaci di trasformare organizzativamente questa attività verso il mondo contadino in struttura di partito. Si è quindi fatto il ragionamento inverso: che noi avevamo già un tessuto e la base doveva essere in quei centri dove c'era la classe operaia che era più legata a noi e aveva formazione politica. C'è stata una chiusura, ma è stata voluta proprio per dimostrare che il partito si batteva per la classe operaia, aumentando la contrapposizione ai democristiani. Sono stati anni di continue attività nei centri, nelle sezioni. Non lo considero un periodo negativo. E' negativo che non siamo stati capaci di trasformare l'esperienza successiva in voti, in tessere, in organizzazione, in sezioni. Non ne siamo mai stati capaci. E' negativo che sia finito male, che si sia sfasciato il gruppo dirigente, ma questo è dipeso dalle decisioni del centro che è intervenuto per fare i processi. C'era una battaglia, una dialettica, ma il centro avrebbe dovuto correggere gli errori, discutere, far fare un passo avanti. Invece, quando è arrivato il nodo delle scelte, ha detto questo è sbagliato e questo è giusto, e ha buttato via metà del gruppo dirigente. Siamo riusciti anche a partecipare a dibattiti pubblici (allora era difficile avere contraddittori con le forze avversarie) dove il PCI era seduto al tavolo con tutti gli altri partiti e diceva la sua. Abbiamo avuto consensi non indifferenti, basta consultare la documentazione. Cose che non erano mai capitate nella nostra federazione. E con un peso non indifferente e con la DC costretta a controbattere. Oggi, invece, non si scrive niente, non si sa che il partito esista in provincia, si vive solo sul riflesso nazionale. Chi sa che cosa fa il partito in provincia? Nessuno. Allora, invece, nel bene o nel male, sia la segreteria Biancani sia quella Nestorio avevano compiuto una scelta, anche se, con le forze che si avevano, la prima era sbagliata perché si cercava un settore nuovo (quello contadino) e sì perdeva quello che si aveva già (il settore operaio). Solo alcune sezioni avevano la possibilità di seguire ambedue i canali.
L'attività delle segreterie successive (Panero, Martino, Angeloni...) è stata invece burocratica, amministrativa, sono mancate iniziative di grande respiro, che indicassero la politica del PCI.

Parlamentari e scuole di partito
Spesso ci sono state discussioni sulle scelte per le candidature, ma nel '58 tutto è andato liscio. Quando abbiamo perso Giolitti, Biancani era la personalità maggiore, anche perché era maestro e poteva raccogliere voti anche all'esterno del partito. Avevamo qualche dirigente importante a Bra, erano di valore Botto e Acchiardi, ma erano molto popolari nei loro centri, Saluzzo e Dronero e non in tutta la provincia. Luigi Borgna era conosciuto prima nelle fabbriche, poi nelle campagne che ha sempre seguito. Aveva una caratteristica particolare: era un oratore molto pratico, parlava un linguaggio molto semplice.
Era lui che voleva sempre fare i mercati perché era quello che veniva capito meglio, parlava piemontese, faceva battute. Ora nei comizi si fa un ragionamento, invece, in quei casi, erano tutte battute ad effetto.
Il livello culturale dei dirigenti era bassissimo. Si leggeva poco perché mancava il tempo. A volte ora rido pensando a come lavoravano i funzionari. Per anni tutti i giorni, domeniche comprese, si usciva il mattino e si rientrava la notte, all'una o alle due. Che cosa si leggeva? Sì leggeva "L'Unità", nelle ore in cui si era in giro. Qualcuno leggeva qualche romanzo e qualcuno si dedicava anche a libri di politica.
lo ho partecipato alle scuole di partito. Sono stato l'unico che ha frequentato per un anno intero. Era un corso bellissimo. Natta era il direttore e Berlinguer era il responsabile del settore cultura del partito. E' stata un'esperienza bellissima che poi ho coltivato ancora tornando a casa. Abbiamo formato un gruppo, coordinato da Tangolo che era molto bravo, uno studioso, e ci incontravamo, mi sembra due volte alla settimana. Ci davamo un tema, ci preparavamo su questo e poi andavamo attorno ad un tavolo e aprivamo il dibattito. Però, il gruppo si è esaurito per mancanza di partecipazione. Siamo rimasti in due o tre. I corsi di partito erano considerati quasi una perdita dì tempo. lo sono tra i pochi (ero anche il più giovane, quindi ero favorito) ad avere frequentato ii corso a Torino (una volta c'era una scuola di partito a Torino) e poi quello di Roma, anche perché la federazione doveva garantire che almeno uno andasse. lo partivo perché nessuno voleva andarci. Anche Corino ha partecipato. Era un intellettuale, uno studioso.
C'era stato impegno anche per il giornale, per "La Voce". Era un peso finanziario enorme ed era un bollettino di partito che nessuno leggeva.
Izzi, io ed altri abbiamo puntato a farlo diventare un giornale che potesse esser letto anche da gente non dì partito. Abbiamo anche sbagliato, perché rivedendo alcune cose, oggi rido, ma abbiamo puntato a farlo diventare un giornale-giornale, dove un cittadino potesse vedere il problema della sua città trattato giornalisticamente.
In quegli anni anche "Lotte Nuove" del PSI era migliorata. La dirigeva Balocco, un fenomeno, che l'aveva trasformata in un settimanale che a Cuneo leggevano tutti. Andava a ruba nelle edicole. Ma nel PSI era un pesce fuor d'acqua ed è sparito. Credo sia a Roma. Noi siamo arrivati subito dopo di lui, cercando di fare della "Voce" un giornale di questo tipo. Era il periodo del boom edilizio dove c'erano tanti scandali. Eravamo andati a cercare tutti questi scandali e i nomi, perché nessuno osava scrivere apertamente i nomi. Collidà addirittura mi aveva denunciato, poi ha ritirato la denuncia. Alcuni compagni non erano d'accordo, lo non so se avevano ragione o torto. Però se vedi i giornali di oggi ... Adesso stampano solo più dei giornaletti.
Solo la segreteria di Franco Revelli ha dato una diversa impronta culturale al partito. Lui era di altra estrazione, uomo di letture, linguaggio forbito, colorato, impostato in modo nuovo. Sbagliano quelli che criticano la sua segreteria, dicono che ha distrutto. Era un ottimo segretario. Avrebbe dovuto, però, aver con lui qualcuno che risolvesse i casini che faceva. Era spontaneo, non un politico di professione. Sapeva parlare alta gente, però era un casinista dal punto di vista organizzativo. Avrebbe dovuto avere accanto persone capaci di concretizzare organizzativamente quello che lui faceva, aprendo il partito. Il suo è stato un ottimo periodo. Non ce ne sono stati altri in federazione. Tutte le altre sono state, secondo me, esperienze negative.

Walter Botto

La guerra
Sono nato nel 1927. Abito a Saluzzo dall'età di sette anni. Mio padre non era iscritto al partito fascista. Non era un militante antifascista e per sua fortuna aveva potuto continuare a lavorare, faceva l'autista per conto terzi, pur non avendo la tessera del partito.
Ricordo molto vagamente la visita del duce. Il palco era in quello che allora si chiamava mercato del maiale (adesso in quella piazza sorge il tribunale) e mio padre rideva di questo. Tutti in pompa magna. E mi avevano colpito le scritte sui muri, fatte con materiali indelebili tanto che rimangono ancora oggi.
Ricordo, poi, la vigilia della guerra, nel '39/'40. Gli studenti facevano grosse manifestazioni rivendicando Nizza, Savoia, Malta. Un mio compagno di classe, figlio, ho poi scoperto, di un vecchio liberale, mai iscritto al fascio, diceva: "qui siamo tutti matti" Avevamo dodici-tredici anni e questo ragazzo che è ancora mio amico adesso, è ancora liberale, ha seguito il padre, ha cominciato a mettermi dubbi che già sentivo in casa, a causa di mio padre che prendeva in giro queste manifestazioni cosi stupide.
Ricordo bene il 10 giugno, quando il discorso del duce ha annunciato l'entrata in guerra dell'Italia. Ricordo la paura tremenda che aveva la gente, soprattutto della disoccupazione, anche per il ricordo della crisi economica.
Ho sempre in mente un episodio dell'11 giugno, al mattino. Mio padre faceva orari strani, partiva alle 5 del mattino e tornava alle 10-10.30. Abitavamo in quei grandi cortili che c'erano una volta, ne parla spesso Novelli quando fa i comizi, ne parla anche Farassino nelle sue canzoni. Mio padre è arrivato, è salito sul balcone (abitavamo al primo piano). La gente commentava c'erano artigiani, stallieri e un meccanico che gli ha chiesto: "Allora Botto, quando finisce la guerra? Secondo me, tra venti giorni". Mio padre lo ha guardato e gli ha detto "Ne abbiamo fino al '45". Un boato. Il meccanico si è permesso di dirgli di farsi furbo e a me ha fatto molto male sentire che mio padre era insultato da uno che era anche molto più giovane di lui (avrà avuto la metà dei suoi anni). Con quel signore poi siamo rimasti amici. Abbiamo anche sfamato la sua famiglia.
Mio padre faceva l'autista, andava spesso in campagna e a volte riusciva a trovare un po' di burro, qualche micca di pane bianco. Quando, dopo qualche tempo, gli ho chiesto perché fosse così sicuro, mi ha detto: "Cosa vuoi, gli inglesi hanno i soldi. E contro la gente che ha i soldi le guerre non si vincono". Quando poi è entrata in guerra l'America, diceva che era veramente finita, perché quelli i soldi li avevano
Lui faceva la piccola linea Saluzzo-Cavallermaggiore. C'erano molti sfollati e anche molti operai della FIAT. Avevano disagi enormi. Partivano da casa alle cinque, arrivavano in fabbrica dopo otto, dieci ore. Mi colpiva il fatto che non li sentivamo mai lamentarsi, mai una parola contro gli inglesi. C'era un antifascismo latente. Qualcuno sentiva già qualche cosa in fabbrica
Mio padre ha comprato prestissimo la radio e sentivamo Radio Londra, prima del '43, prima dell'armistizio. Poi i fascisti, con un bando, hanno chiesto di consegnare le radio e lui allora ne ha comprata una vecchissima e ha consegnato quella. Ricordo una sera bellissima. Alle 20.15 un fascista commentava, alla radio italiana, i fatti del giorno e quella sera, alle 20,30, Radio Londra gli ha risposto. Incredibile! Dopo un quarto d'ora! In casa c'era grande entusiasmo. Invece, abbiamo sentito Radio Mosca una volta o due, non riuscivamo a prenderla. In seguito ho comprato il libro con i messaggi di Togliatti.
Ricordo i distintivi "Dio stramaledica gli inglesi". Mio padre aveva fatto la grande guerra, sul Carso e poi in Grecia e mi ripeteva che gli Inglesi stavano bene e che lui non aveva mai sparato sulla gente, perché quelli dall'altra parte erano povera gente come noi. Non so se fosse vero, ma sento molto amore e rispetto per mio padre.

Partigiano e comunista
Durante i primi anni di guerra vado a scuola a Saluzzo (ragioneria), poi i primi mesi del '44, più o meno a 17 anni, vado in montagna e faccio la Resistenza nelle brigate Garibaldi, in Valle Vararla. Il comandante della divisone era Barbato. Nel '45 sono stato preso a Valmala, in combattimento e scambiato poi con i fascisti. E' stato forse il primo scambio in Piemonte ed è avvenuto il 6 marzo 1945, qualche mese prima della liberazione. Ero finito nelle brigate Garibaldi parlando con amici. Con il partito ho avuto il primo incontro un giorno di fine gennaio, bellissimo, splendido, con la neve che si scioglieva, in un cascinale sopra Brondello; è venuto il commissario della 181° a tenere un discorso politico. Ha parlato di comunismo e ci ha dato una copia del Manifesto del 1848, battuta a macchina, una copia storica. Su carta riso, battuta in blu, perché la carta carbone allora era blu. Questa copia è stata per me l'approccio, nel gennaio 1945, a diciotto anni. Ne ho battute altre copie.
Quindi la Liberazione e l'impegno, subito, nel partito. Dopo il 25 aprile scendiamo a Verzuolo, perché il nostro compito era di difendere, insieme alle formazioni di Giustizia e Libertà, le centrali della Valle Varaita e soprattutto la cartiera Burgo. Siamo rimasti a Verzuolo per 10 o 15 giorni, fino alla consegna delle armi. Molta resistenza alla consegna; qualche cosa di nascosto.
A un compagno partigiano, Chiaffredo, di Piasco, nel '49/'50, qualcuno ha fatto la spiata e sono piombati in casa i carabinieri che gli hanno trovato una stanza murata con le armi nascoste. L'abbiamo chiamata "l'armeria reale". Era un uomo molto semplice e buono, si era difeso dicendo che le armi erano ricordi di guerra, era stato sostenuto dal partito e da Biancani, era stato condannato ad alcuni mesi con la condizionale. Resta un dramma per tutti. Noi le armi ce le siamo guadagnate, eravamo a S. Anna di Valmala che è sul crinale tra la Val Maira e la Val Varaita. Si fa una salita di mezz'ora e si è in Val Maira dove c'erano molte armi. Quando sentivamo gli aeroplani che facevano i lanci accendevamo i fuochi, ma nessuno ci ha mai dato niente. Questo è scritto nella storia della Resistenza.
Dopo il 25 aprile, riformiamo il PCI a Saluzzo. C'era la famiglia Giglio, tre fratelli emigrati in Francia perché perseguitati dal fascismo. C'era Culasso, candidato alle ultime elezioni, quelle del 1924, ferroviere a Ceva, trasferito a Saluzzo, allontanato per scarso rendimento, impiegato nelle tranvie a Saluzzo, un'altra volta licenziato per scarso rendimento, quindi deportato in Germania. Era attivo Beltrando, artigiano nel settore agricolo. Abbiamo insieme ricostruito una sezione molto forte.
Era presente il Pd'A con i fratelli Cavallera. Ma si è sciolto dopo poco.
Ricordo che Togliatti era andato al congresso nazionale del Pd'A. Togliatti stimava molto gli azionisti e io non capivo perché polemizzasse sempre con La Malfa. Pensavo: "I democristiani sono molto peggio di La Malfa". L'ho detto ad un congresso ad un compagno della direzione e questo mi ha risposto che Togliatti era un aristocratico, polemizzava solamente con le persone che stimava. Poi il Pd'A si è sciolto e i suoi militanti sono andati in mille direzioni. Qualcuno non ha fatto alcuna scelta.
Erano, invece, molto forti i socialisti. C'era una vecchia tradizione socialista, infatti noi eravamo sempre inferiori come voti ed eletti.
Avevano anche personalità spiccate, caratteristiche, come Giovenale Sampò, uomo non colto, ma un vero tribuno, uno che piaceva alla gente, faceva già la "politica spettacolo". Il nostro Giglio, invece, era molto preparato, posato, ma non era uno che si mettesse in vista e così pure Culasso.
Con i socialisti abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. Avevamo un giornale in comune "La Roccia" che era l'organo della giunta di intesa tra PCI e PSI.
Qualche volta, però, mi pento di aver attaccato tanti loro manifesti perché loro non riuscivano ad attaccarne tanti.

Attivista
Da allora abbiamo fatto tanta attività consiliare e soprattutto ci siamo impegnati nella difesa del posto di lavoro. A Saluzzo c'erano molti stabilimenti Piccole fabbriche, un tappetificio che poco per volta sono state smantellate. Vendevano all'esterno, ma i proprietari erano assenteisti, non le hanno adeguate. Per la difesa del posto di lavoro abbiamo fatto lotte molto forti.
Il più alto livello di mobilitazione si è raggiunto nella battaglia contro la legge truffa. Avevamo individuato questa formula "legge truffa" e, alla luce della politica spettacolo, gli slogans contano molto. Il Senato ha approvato la legge, la sera, alle 23.30 e alle 2.30 del mattino, cioè tre ore dopo, è venuto il compagno Panero a casa mia, a chiamarmi. Abbiamo radunato tutti i compagni e ci siamo mobilitati. Non abbiamo più mollato. Ci siamo sparsi in tutta la provincia ad organizzare gli scioperi, ad attaccare i manifesti. A Paesana alla fabbrica di calzature, a Verzuolo alla Burgo. Poi abbiamo appoggiato le liste apparentate con noi. Avevamo creato la lista Parri e quella liberale di Corbino che pure due o tre anni prima era lontanissimo da noi.
Ma il capolavoro, la cosa più singolare è stata quella di mettere la DC all'opposizione, creando la giunta laica. Saluzzo è sempre stata terra di conquista dei democristiani. Allora non hanno saputo esprimere un loro uomo. Era un importato che si era presentato con molta arroganza, dicendo di voler fare il sindaco e scontentando un po' tutti. I liberali hanno raccolto molti voti. Noi e i liberali abbiamo preso l'iniziativa dì formare la giunta laica. In sedici insieme per mandare la DC all'opposizione. E' successa l'ira di Dio. Basta leggere i giornali del tempo. Noi non siamo entrati in giunta. E' stata una stagione molto alta, con grande coinvolgimento. Tutti facevano politica, si discuteva moltissimo. Siamo sempre stati sulla corda, perché vi erano continui tentativi di dividerci, ma, bene o male, abbiamo retto per cinque anni. Abbiamo dimostrato alla città che si poteva amministrare anche senza DC.
Alle elezioni successive, però, le cose sono cambiate. Burzio (DC) sindaco, con Vineis (socialista) vicesindaco. Burzio, pur con tutti i difetti di carattere, è stato un buon sindaco. E da allora siamo rimasti sempre all'opposizione
Forse, negli anni '50, ci siamo persi eccessivamente nella politica di unità d'azione con il PSI, perché subivamo il ricatto di dover lasciar spazio ai socialisti perché i comunisti spaventavano la gente. Anche per questo, siamo stati colpiti dai fatti del '56, dall'uscita di Giolitti. Ricordo ancora il corteo degli studenti del liceo contro l'intervento sovietico in Ungheria. lo lavoravo nella scuola e appena l'ho saputo, con un altro compagno, Rossi, mi sono precipitato alla Camera del lavoro, dove c'era anche la sede del partito.
Era inverno, c'era la stufa, ci siamo presi due pezzi di legno in mano: capivamo alcune loro ragioni, però eravamo in difesa del partito. Il partito doveva andare avanti. A Saluzzo abbiamo tenuto, ma siamo franati a Barge. Camilla, l'ostetrica del paese, è passata al PSI e si è sfasciata la sezione che non si è più ripresa. Allora contavamo 350 iscritti.
Mi diceva Giglio che nel '21/'22, in Valle Po, andavano alla visita di leva, facevano i cortei, le feste, i coscritti, con la bandiera rossa in testa. C'era una tradizione antifascista che permane ancora. Quando è scoppiato il caso Giolitti, noi, inizialmente, eravamo schierati con lui. Si è tenuta al castello di Barge, una domenica, la riunione decisiva. Si era sparsa la voce ed era arrivata gente da tutta Italia. C'era anche Seniga che era stato il segretario di Secchia. Giolitti non voleva aver niente a che fare con lui. Ci saranno state 45-50 persone. Giolitti lì ha annunciato che sarebbe uscito dal partito per entrare nel PSI. Tutti erano sulle sue posizioni. Gonzo ha fatto un intervento molto lucido. Piangendo, proprio piangendo, ha detto che avrebbe seguito Giolitti. Cosi pure Nardo che era sindacalista a pieno tempo, seguiva il settore dei cartai. lo invece mi sono alzato e ho detto: "Ho molta fiducia in Giolitti ma ritengo che si debba lavorare nel partito per farlo cambiare. Se tutti uscissimo rimarrebbero soltanto gli stalinisti". Questa è stata la mia posizione e ritengo che i fatti mi abbiano dato ragione.
Nel partito ho avuto una posizione privilegiata, essendo uno dei pochi della Resistenza, in provìncia, la Resistenza è sempre stata monopolio delle forze G.L. da una parte e degli autonomi dall'altra. Quindi, nel partito sono sempre stato privilegiato, mi potevo permettere di manifestare perplessità, di dire cose che qualcuno, anche per un po' di conformismo, non riusciva a dire, di votare ai comitati federali come volevo. Non ho mai avuto problemi.
Oltre alle vicende interne, ci ha fregato però la chiusura delle fabbriche. E' cresciuta la Burgo a Verzuolo, ma anche Verzuolo, organizzativamente, non ha prodotto molto. Saluzzo è rimasta città dell'artigianato, con forte economia agricola, è rimasta aristocratica, erede del marchesato, con presenza di massoneria. Noi abbiamo sempre combattuto, ci siamo impegnati, facevamo le feste dell"Unità" la domenica diffondevamo la nostra stampa, però, anche per responsabilità nostra, tra i grandi centri, siamo sempre stati i più deboli. Siamo sempre stati periferici, sempre un po' fuori dai dibattiti della federazione e dalle divisioni. Schematizzando, eravamo schierati dalla parte di Biancani, io ho fatto i convegni, le passeggiate nelle Langhe contro i dazi sul vino. Quello è stato un movimento molto alto anche se non ha dato frutti.
Biancani si è preso la stangata perché queste cose avrebbero dovuto rendere e non hanno reso. Ma non abbiamo mai fatto chiesuole.
I compagni della federazione non venivano molto volentieri a Saluzzo perché spesso li stangavamo. Giglio, malgrado fosse rimasto stalinista, era antiburocratico, badava alle iniziative. Non capiva imposizioni della federazione (entro il 10 novembre, il 50% delle tessere...) Non abbiamo mai sentito inferiorità davanti alla Federazione. Prendevamo decisioni per conto nostro.
Non abbiamo mai partecipato agli scontri di federazione, eravamo amici con tutti. Nessuno di noi ha mai avuto ambizioni. A me è successo di lottare per non essere candidato.
Do, invece, un giudizio negativo sulla segreteria di Nestorio. Era settario, con lui ho avuto liti feroci; era megalomane, aveva speso un sacco di soldi. Non era adatto alla nostra provincia. Forse risentiva della sua formazione di bracciante agricolo nel vercellese, formazione che noi non capivamo.
Dopo di lui è stato segretario Panero che aveva un ottimo rapporto con i compagni, ma non era portato a questo, preferiva fare il sindacalista.
Valuto molto positivamente la gestione Martino che ha smussato molte polemiche, ha ricostruito rapporti con le sezioni. Non abbiamo fatto grandi voli. Nella nostra storia, la pagina più importante è la politica di rinascita, con il tentativo di agganciare la realtà contadina. Non abbiamo ancora capito perché questa provincia continui a votare democristiano. Franco Revelli aveva coniato lo slogan "Siamo stanchi di essere stufi di votare per la DC"
Se Giolitti fosse rimasto nel partito, con lui, con la sua immagine, forse avremmo potuto costruire!
Con la segreteria Martino si sono scelte le candidature Milan (politiche '68) e Revelli (regionali 70). Milan è stato importato da Torino. C'è stata qualche polemica, ma è stato accolto bene e il partito si è mobilitato, anche perché era un quadro della Resistenza. Mancava anche un candidato che rappresentasse la provincia intera.
Revelli è stato scoperto da Biancani. In questo caso c'è stata qualche discussione, anche per il modo di proporlo da parte del comitato regionale. La sera in cui si decidevano le candidature, la relazione chiedeva di scegliere un giovane e un cattolico. In Revelli c'era grande spessore culturale, a volte anche oggi è difficile seguirlo, però esprime cultura, preparazione. Con lui avevamo qualcuno che veniva da un'esperienza diversa dalla nostra, era un uomo nuovo: quella sera ho contribuito molto a farlo scegliere. Anche come segretario di federazione ha avuto un ruolo positivo. Era un po' estemporaneo, pasticcione, però fascinoso nelle riunioni. Durante la battaglia per il divorzio ha avuto contatti con sacerdoti, con cattolici, addirittura con democristiani. Alla gente parlava in modo nuovo, anche se certo, essendo un intellettuale, era un po' sulle nuvole. Eravamo insieme a Bologna, al congresso del 1969, quando era scoppiato il caso Manifesto. Siamo stati invitati da una sezione, in un paesino vicino a Bologna, per una cena. Lui si è messo a parlare ai giovani e questi erano affascinati. Portava nel partito una nota di freschezza, una voce diversa. Io, lo confesso, ero affascinato.
Dopo la sua, vi è stata la segreteria di Angeloni che con Saluzzo ha avuto un ottimo rapporto e scelte giuste. Ha legato con alcuni giovani, con Anelli, con Chiara che ha collaborato con lui in federazione. Li ha aiutati a crescere e sono effettivamente cresciuti.
Poi, con il 76 sono nati alcuni problemi, inevitabili quando si cresce. Abbiamo preso voti in comuni che non visitavamo da anni. Ridicolo. Ricordo una frase di Livio Berardo che diceva: "Non siamo in grado di seguire tutti questi comuni".
Berardo ha una storia interessante. Il padre era un compagno di Verzuolo, molto colto, viaggiava molto. Livio e Enzo Albera erano figli di operai comunisti della Burgo e avevano studiato al liceo. Poi Albera è morto in un incidente stradale andando a prendere Livio per un comizio a Venasca. Livio è rimasto colpito enormemente. Fino ad allora si occupava di politica, ma soprattutto scriveva poesie, giocava a calcio ... Da allora, ha sentito un impegno di carattere morale verso questo compagno. Ha moltiplicato la sua attività nel partito Livio ed Enzo leggevano moltissimo. Ogni mese vendevamo ai compagni trenta o quaranta copie dei libri del Canguro che uscivano in edizione economica, arrivavano attraverso il partito e diffondevamo agli abbonati.
Negli anni successivi, anche guardando le cose della nostra zona, abbiamo avuto discussioni sull'unità nazionale e anche sui terrorismo. Lo abbiamo capito tardi, lo sono stato colpito quando ho letto il primo articolo che diceva che bisognava tenere conto del terrorismo nero, ma che esisteva anche quello rosso.
Per anni abbiamo avuto il timore di essere scavalcati a sinistra. Il Manifesto è stato per me una grossa lacerazione. Avevo già vissuto il trauma di Giolitti.
Eravamo cresciuti dicendo: "Nessun nemico a sinistra". E i rapporti con l'estrema sinistra non sono mai stati facili. Ad esempio, a Saluzzo, nel 78, l'anno dell'autonomia, abbiamo avuto il problema dei raccoglitori di frutta
Sono arrivati molti compagni, ma molti erano anche teste di cazzo. Assemblee, riunioni. Si drogavano, spinelli ... Avevano un piccolo campo in piazza d'Armi. Promiscuità. Eppure dicevano molte cose giuste. Si chiedeva che si applicassero le tariffe sindacali, ma era sbagliato il loro modo di porsi. I compagni dicevano: "Sono tutti zingari". lo mi sforzavo di capirli. Avevo una figlia giovane: "Ma no, il mondo sta andando avanti...". Momenti difficili, in cui tutto cambiava sotto il naso. A volte ero sconvolto.

Leopoldo Attilio Martino

Sono nato a Ceva che è un centro piccolo tra Piemonte e Liguria. L'influenza su me di Savona e Genova è stata notevole.
Mio padre era antifascista e lavorava alla Montecatini di Cengio. Era stato licenziato in tronco nel 1919, a causa di uno sciopero per l'arresto di Enrico Malatesta, poi aveva lavorato in Liguria e quindi, tornato a Ceva, si era sposato e lavorava in una ditta locale. In piena guerra, la Montecatini lo aveva richiamato perché scarseggiava il personale, ma era stato nuovamente licenziato perché gli avevano trovato in tasca un fiammifero e avevano pensato ad atti di sabotaggio (era sospettato come elemento sovversivo).
Questi fatti hanno inciso sulla mia famiglia, tanto che a nove anni, nelle vacanze tra la quarta e la quinta elementare, mi ero dato da fare per andare a lavorare come garzone di barbiere ed aiutare la famiglia. Mio padre era stato ferito nella I guerra mondiale, ad un polmone, soffriva, non riusciva più a lavorare al freddo ed alle intemperie e mia madre aveva addosso tutto il peso della casa.
Negli ultimi anni di guerra, attorno ai nostri paesi c'erano gruppi di partigiani e noi naturalmente simpatizzavamo per loro.
Io, inizialmente collaboravo a fare arrivare armi e vettovagliamento alle zone di Castellino, attraverso il Maresciallo Raviolo che era aiutante di campo per i badogliani. Poi, nella fase centrale della lotta di liberazione in Alta Valle Tanaro era arrivato dall'Emilia un compagno, il comandante Dino, un giovane pieno di energia e forza, che aveva conquistato tutti i giovani anche della media borghesia locale. Era venuto anche a risanare una situazione che stata peggiorando, perché c'erano formazioni che si chiamavano Stella Rossa, ma operavano in modo brutale. Applicavano il comunismo come lo intendono gli anticomunisti
Lui aveva messo le cose a posto e la situazione stava migliorando.
In questa situazione, Mauri aveva mandato Bogliolo, il suo aiutante di campo, per arrestare il gruppo di questo compagno. Arrivati a Ceva, lo avevano fatto scendere. gli avevano fatto fare qualche passo in un campo e l'avevano ucciso con altri due giovani.
Questo fatto non è stato noto per anni. Ne avevo parlato con il Comandante Valerio Audisio che mi aveva risposto di capire la gravità del fatto, ma che il momento era difficile, i comunisti erano isolati, perseguitati, che stavamo cercando di costruire il massimo possibile di unità della Resistenza, che vi erano già molti processi e che non potevamo spaccarci ulteriormente. Era meglio non parlarne. Come anche della uccisione di un soldato russo ad opera dei badogliani. Si era ubriacato, era in una vigna di Poggi S. Spirito di Ceva, dove c'era un gruppo di sfollati. "C'è un russo, c'è un russo!" "Lo sistemo io". Ed era stato ucciso.
Non ho mai superato questi fatti e per questo sono tornato all'ANPI solo dopo la morte di Biancani, quasi per un segno di continuità.
Dopo la guerra, mio padre era entrato nel PCI. I socialisti lo avevano deluso e non voleva più saperne e aveva assunto posizioni un po' anarchiche, antimilitariste. A Ceva i socialisti avevano una grossa tradizione e avevano vinto le elezioni con il 60% dei voti. Avevano costituito un gruppo di giovani e il compagno Venezia, ferroviere, e altri che poi si sono trasferiti a Torino mi avevano chiesto di aderire. Avevo risposto di essere comunista. La verità è che un gruppo di socialisti voleva passare al PCI.
Allora nel 1946 mi ero iscritto al gruppo giovanile del PSI, avevo partecipato a due o tre riunioni e poi si era spaccato tutto.
Su 36 iscritti, 24 erano passati alla sezione comunista.
Nella sezione c'erano motti ferrovieri, ma, l'ho capito in seguito, esisteva uno scontro tra il segretario e una frangia di estremisti, di gente rissosa che la DC usava. Allora ai comizi c'era grande partecipazione e i democristiani giravano nella piazza e andavano vicino a un tale Silvano, che lavorava alla Piaggio, per provocarlo. Nascevano liti: "Bastardi, lazzaroni, vi ammazziamo, vi impicchiamo tutti". Anche questi comportamenti hanno influito sul voto il 18 aprile '48, quando noi eravamo tutti sicuri di vincere.
Allora la delusione era stata grande. Avevamo passato la notte intera a casa, a sentire i risultati alla radio e la sconfitta era netta.
Dopo le elezioni, è stata dura. Il clima era peggiorato. Allora la propaganda era "selvaggia" e avevano, nella mia casa, attaccato i manifesti sino al terzo piano.
il giorno dopo i risultati, il mattino ero uscito con molto imbarazzo per andare a lavorare. Il primo che avevo incontrato, un fabbro, aveva detto all'amico: "Stamattina Garibaldi (lo stemma del Fronte popolare) ha la testa china, le ha prese". Avevo fatto finta di non sentire. Mi avevano incontrato due "beghine" che si erano voltate verso il muro per non salutarmi.
Più avanti avevo incontrato una signora, la proprietaria della Corona grossa, che era il miglior ristorante della città: "Allora signor Attilio, abbiamo capito la lezione? Lei è di una famiglia che ha sempre lavorato, continui a lavorare Perché si ficca in quelle cose? "Era come dirmi: "Fatti furbo e non fare politica".
Arrivato in negozio, un amico con cui avevo lavorato in tempo di guerra, mi aveva detto di aver sentito dire che io sarei stato il capo cellula e se avessimo vinto le elezioni avrei avuto l'incarico di impiccare gli avversari. Ne era convinto. Era una situazione tremenda. Tornando a casa, non avevo più fatto la stessa strada, ma anche qui gente che mi sfotteva: "Non ci sono più comunisti in giro, ne hai visti ancora?" Avevo risposto: "Se non ce ne sono più, io sono sempre comunista. Quando mi volete, sapete dove trovarmi".
L'uso della fede religiosa era diventato un tutt'uno con la polemica politica.
Mia madre si era ammalata di esaurimento nervoso, perché sentiva il paese, andava nei negozi, in piazza, le comari dicevano: "Se i figli sono comunisti, la colpa è dei genitori".
Il mio impegno politico inizia dopo la sconfitta del 16 aprile. La sezione era sempre chiusa, il capostazione se ne era andato, quello che andava a gridare in piazza non viveva più in paese (ed era una fortuna), però la sezione che prima aveva più di cento iscritti si era svuotata. Eravamo pochissimi, cinque o sei giovani, Nicolino, Venezia, Borgna, io, Dardanelli, Vergine e pochi altri.
Una sera alla riunione della sezione, partecipa Milan che era da poco segretario della federazione. La sede era vicina al duomo ed occupava tutto un piano, una parte era dei socialisti. La fetta più piccola era dei comunisti, anche se alle prime elezioni avevano avuto 360 voti. Milan introduce, io, che quella sera avevo mal di denti, ad un certo punto mi alzo un po' infastidito da quel discorso e lui mi dice che se non ero interessato me ne potevo andare. E continua minacciando che se non avessimo preso impegni precisi, lui avrebbe portato via la bandiera perché non eravamo degni di lei. Naturalmente decidiamo di impegnarci: un compagno fa l'amministratore e a me tocca l'organizzazione e nominiamo anche il segretario di sezione.
Iniziamo l'attività, la sezione si riprende, si iscrivono molti giovani. Nel '51 a Ceva siamo il secondo partito, nel '53, facciamo il salto e insieme ai socialisti ci avviciniamo alla DC, superando i 1.200 voti.
In alta Val Tanaro erano molto noti Lucia Canova che viene eletta al consiglio provinciale nel 1951 e l'avvocato Bava, un personaggio romantico un po' anarchico, che nel ventennio aveva pagato duramente la sua militanza e dopo la guerra era stato nominato vice prefetto. Nel '46 era lui il candidato locale naturale alla costituente. Poi era stato scelto Giolitti. Dopo l'uscita dal partito di Giolitti, si è disimpegnato. La valle era rossa e c'erano molti altri compagni. Ad esempio, un certo Dardanelli, macchinista, che andava a Torino a comprare "L'ordine nuovo" per diffonderlo a Ceva. Ricordo che quando le truppe tedesche erano alle porte di Mosca, era un sabato sera, lui era dal barbiere dove lavoravo. C'era molta gente: contadini, commercianti, impiegati. Era entrato un macellaio, fascista, uno che faceva i soldi con la guerra, sicuro che il giorno dopo sarebbe caduta Mosca. Fissava Dardanelli, sapendo che era un rosso per provocarlo. Questo si era alzato, lo aveva guardato: "A Mosca voi non arriverete, non arriverete mai. Mosca non cadrà!" Poi se ne era andato. Il fascista era paonazzo e tutte le discussioni si erano interrotte. Avevo sentito simpatia per lui, per il suo coraggio. Dopo qualche anno saremmo diventati compagni di partito.
Per la mia formazione, è stato molto importante l'incontro con due compagni: uno, Filippo Gambera che lavorava all'Ansaldo di Genova. Era molto legato al paese e su Ceva ha scritto canzoni e poesie. Il sabato spesso arrivava da Genova e collaborava con noi. Era un personaggio di prestigio.
Il secondo era un capostazione. Vittorio Grassi, licenziato dal fascismo, emigrato all'estero, combattente nella guerra di Spagna. Era radiotelegrafista, capace di collegarsi con chiunque, in qualunque posto si trovasse. Reintegrato era diventato capostazione principale a Ceva. Capostazione comunista. La notizia aveva fatto scalpore. La stazione era diventata il nostro punto di forza. Avevamo tra gli iscritti molti ferrovieri, alcuni artigiani, pochi contadini.
lo vengo eletto segretario di sezione, in un'assemblea con la presenza di Giolitti che mi appoggiava. Non ricordo l'anno. Quella sera la sezione era tanto piena che avevamo paura crollasse.
Nel comitato federale non ero ben visto dall'allora segretario Crosetti che mi giudicava troppo moderato. Era molto rigido. Ad esempio, nel '53, organizziamo un festival dell'Unità di fondo valle a Ceva, con grande successo. Prunotto ci aveva promesso la presenza di Pajetta e invece partecipa il compagno Crosetti, segretario di federazione. lo lo presento e alla fine del comizio, andiamo a bere; invito anche il maresciallo dei carabinieri che era presente ed era un amico: Crosetti, come vede il maresciallo, se ne va via, senza neppure bere. Che mentalità!
L'attività sulla zona si basava sulla parola d'ordine: "Ad ogni campanile una sezione". Avevamo la carta della provincia con i pallini rossi corrispondenti alle sezioni. La domenica mattina partivamo e andavamo una volta qua e una là.
Abbiamo costruito, anche se con difficoltà, diverse sezioni nei paesi vicini. Il primo comizio a Viola è stato drammatico. A Viola e in Valle Mongia non si poteva andare, a causa di bande partigiane che a Mombasiglio avevano ucciso un geometra. Raggiungiamo questo paese nel '51, in campagna elettorale, con Lucia Canova candidata. La lasciamo a Lisio, con un gruppo di compagni. Romano ed io, in vespa, andiamo a Viola sulla piazza della chiesa.
Qui teneva un comizio, Giraudo, democristiano, che poi è diventato senatore.
Parlava di De Gasperi, di Fanfani, ministro dell'agricoltura, prometteva laghi artificiali, trasformazioni, questo e quest'altro.
Chiedo al compagno che ci aveva chiamati, di presentarci e questo, un ex emigrato in Francia, impallidisce e dice solamente due parole in dialetto: "Li abbiamo sentiti tutti. Proviamo a sentire un comunista".
lo salgo su due gradini, davanti alla chiesa, ma appena inizio la polemica con il democristiano, si mettono a suonare le campane e i clacson degli autobus. In questo clima cerco di tirare avanti, grido (la voce c'era). Riesco a finire.
Giraudo che si era fermato, riprende il microfono e dice: "Fatevi spiegare da lui dei vostri figli prigionieri in Russia" e poi salta in macchina e se ne va. Si è creato un clima tremendo. Un gruppo avanza e minaccia di buttarci giù dalla riva. Romano ed io eravamo contro un muro. Ero pronto a prendermele. Dico al primo che avanza che non sono un vigliacco, che non scappo. Si fa avanti un gruppo di anziani. Ragioniamo. Ci chiedono spiegazioni sui prigionieri. Siamo documentati su questa faccenda e la discussione va avanti un'ora. Ci accettano tanto che poi siamo ritornati. Scendiamo a Lisio, dove la situazione era capovolta. Dopo la Canova aveva parlato Giraudo, ma un gruppo dei nostri lo aveva fatto correre via.
All'indomani "L'alta Val Tanaro", che era il giornale locale della DC, scrive che Martino, partito per fare propaganda, a Viola ha incontrato Giraudo che lo ha sistemato. E conclude: "A ognuno il suo mestiere. Sia fabbro, o sarto, oppur barbiere". Facevo il barbiere da anni. Quando ero entrato, come garzone, i dirigenti della DC locale avevano detto al mio padrone che, a causa mia, avrebbe perso tutti i clienti, ma a lui un vecchio liberale, non interessavano le mie idee politiche. Anzi dopo qualche tempo, temeva che me ne andassi (perché Milan era venuto a chiedermi di fare il funzionario), mi aveva offerto l'80% di quanto incassava per il mio lavoro.
In quella fase non potevo lasciare il lavoro. Avevo troppi problemi di famiglia.
Però, un mattino, un medico dell'Ospedale, durante una discussione - il negozio era diventato un centro di discussione - mi dice: "Cosa vuoi parlare tu, che sei solamente un garzone". Ha voluto umiliarmi. Era un sabato. Alla sera mi sono trovato con i compagni e il lunedì mattina sono venuto a Torino da una ditta e ho comprato un negozio, firmando tante cambiali.
Per il mio negozio, scene da matti. I carabinieri non venivano da me. Il comandante degli alpini lo aveva vietato ai soldati. C'erano bambini che volevano entrare ma le madri li portavano via. Nonostante questo, ho sempre lavorato. Da me si discuteva, era un luogo di dibattito. Nel 1955 chiudo e mi trasferisco a Cuneo a svolgere attività politica in federazione.
Il partito stava prendendo molte iniziative, nel '54 avevamo organizzato un convegno sulla Val Tanaro, con Vittorio Foa, e stavano partendo le conferenze economiche e le lotte contadine. Nelle sezioni mi trovavo bene, ma in federazione c'era una situazione difficile, era già segretario Biancani, ma prevaleva ancora una metodologia soffocante.
Qualcuno pensava di rimandarmi a Ceva, perché in federazione non parlavo mai, anche se "rendevo" nel lavoro esterno. Borgna propone che lavori ad Alba, con lui. Andiamo là, senza soldi e mezzi, ma è stato un periodo bellissimo.
Ad Alba, nel '57, mi sposo, Nel '60 nasce mio figlio.
Mi occupo della Valle Bormida contro i danni della Montecatini di Cengio. Partecipo alla preparazione delle lotte a Gallo Grinzane, Serralunga, nella zona di Neive, nelle vallate alpine. Non vi sono state lotte contadine o di fabbrica a cui non abbia partecipato. Il fatto più importante è stato quello di portare le operaie della Ferrero allo sciopero.
Il contrasto nel partito era forte e nasceva più da lontano. Era tra il vecchio modo di concepire il partito e quello nuovo di Togliatti. A Torino, la posizione operaistica è sempre stata motto forte e segni di questa si sono manifestati davanti alle sconfìtte alla FIAT e alla difficoltà di far uscire dall'isolamento la classe operaia, investendo altre categorie sociali.
Vìvevamo un momento di recessione terribile, con chiusura di fabbriche e conseguente calo di iscritti alla CGIL. Vi erano alcuni punti di forza, ma prevaleva l'economia contadina.
Nel cambiamento della nostra politica, è decisivo Cinanni, che aveva organizzato il partito a Bra e in provincia durante le lotte di Liberazione, dirigente delle lotte contadine al sud, che viene da noi, dopo uno scontro aperto, a Torino, con Negarville. La svolta è al quarto congresso della federazione, alla presenza di Longo che ci richiama a valori dell'Unità, della Resistenza e alla necessità di intervenire sui problemi sociali di tutte le categorie subalterne (piccoli coltivatori, artigiani, operai).
Gli artefici di questa politica di iniziativa sono Biancani, Borgna e alcuni di noi più giovani.
Questa politica non era condivisa da tutto il gruppo dirigente. Si diceva, un po' semplicisticamente che ci fossero i "contadinisti" e gli "operaisti".
Il contrasto era in atto, complessivamente nel partito. E diventa maggiore dopo il '56. A me, come a tanti altri compagni è toccato di diventare comunista due volte, la prima nel '46, da ragazzo, in modo molto romantico, quando avevo iniziato a leggere Gramsci, ma faticavo a capire, e la seconda con il crollo dello stalinismo, quando ho cercato di capire, di comprendere il vero significato del partito nuovo indicato da Togliatti nella svolta di Salerno. Ho avuto dubbi, incertezze, però ho sempre trovato nel partito le risposte che cercavo. Ho avuto la fortuna di operare vicino a uomini come Laiolo, Ulisse, Sereni. Sereni era presidente della Alleanza contadini e quindi era spesso in zona per seguire le lotte. Era un compagno di una grande levatura culturale. I suoi libri avevano peso. Ha sempre sostenuto che per i coltivatori diretti la terra deve essere di chi la lavora, e quindi andava considerato come strumento di lavoro e doveva essere difesa, protetta. Nel partito, allora, era scandaloso, affermare questo. Molti sostenevano che con i contadini non si potesse fare nulla, che fossero tutti democristiani. C'erano compagni, ad esempio, che sostenevano che gli agricoltori si sarebbero anche potuti mobilitare, ma che ideologicamente non sarebbero mai stati con noi.
Lo scontro era a volte sotterraneo, a volte aperto, ma si manteneva il senso della disciplina, dell'etica, per cui il comunista doveva sempre essere il "migliore". La base era molto sana e severa e se il dirigente non rispondeva a certe caratteristiche, si ribellava. Dopo il '56 ci sono state difficoltà con molti compagni, io ad esempio a Ceva ho avuto rapporti difficili con molti anziani. Tanti di loro ricordavano la battaglia di Stalingrado, l'attacco all'URSS, rimanevano nostalgicamente legati al passato. Noi dirigenti facevamo opera di convinzione spiegando le novità dell'VIII Congresso Nazionale.
Debbo anche ricordare che un notevole aiuto politico l'ho potuto acquisire dalle esperienze fatte nella commissione nazionale d'organizzazione presieduta dal compagno Enrico Berlinguer.
I comunisti erano tenuti in un ghetto, isolati, come diceva la frase di Sarti "PCI, corpo estraneo alla provincia". Abbiamo rotto l'isolamento prima con le lotte contadine, poi con la ripresa operaia, poi con la presenza nella scuola.
Dopo l'uscita di Giolitti e la elezione di Biancani a deputato, abbiamo la segreteria Nestorio. Pieno stalinismo.
Ero stato in segreteria per un breve periodo con Nestorio, Borgna e Romano. Poi, secondo Nestorio, Romano ed io ci annullavamo a vicenda e quindi ne ero stato escluso.
Avevo detto a Nestorio che non volevo essere l'ultima vittima della lotta politica interna. Non ho mai concepito lo scontro sul piano personale e faticavo in una federazione dove la situazione era insostenibile. Nestorio e Romano avevano iniziato bene, con grandi idee. Si era lasciata la sede nella villa di Corso Soleri e si era comprata quella di Piazza Galimberti. All'inaugurazione era presente Berlinguer. Si spendeva molto, si producevano i giornali, nella convinzione che si facevano i debiti, ma il valore della sede li copriva.
Si faceva tanta demagogia, non si andava sul territorio, gli iscritti scendevano. Un anno, si era mandata la tessera a tutti quelli che non l'avevano rinnovata, con reazioni incredibili. E' venuto un compagno dal centro per fare una inchiesta e ha scoperto la cosa.
Nestorio se ne va, Romano anche. Eleggiamo segretario Panero, con una situazione debitoria di 26-27 milioni dell'epoca e con 2.700 iscritti, mille in meno di quelli che venivano denunciati. Panero resiste per un po', ma si sente più portato per il sindacato.
Si dimette con una lettera a Pecchioli.
Vengo eletto segretario provinciale.
II primo problema che devo affrontare è quello dei debiti. Vado a Roma Mi riceve l'amministratore, ma mi dice che non può fare nulla. Da poco c'era stata l'alluvione di Firenze e il grosso del partito concentrava gli aiuti per la Toscana, proprio una delle regioni che prima davano di più. Per Cuneo non c'era nulla.
Forse gli faccio pena e mi dà 500.000 lire. Torno a casa con mezzo milione e 27 milioni di debiti. Mia moglie lavora e io spesso non prendo stipendio. Mi aiuta Viglione che è socialista, ma in passato era stato molto vicino a noi. Mi da una mano anche Attilio Fontana, attivo tutte le conoscenze. Per non andare sott'acqua.
Vendiamo una parte della sede, quella ristrutturata con tante spese anche inutili.
lo resisto finche posso, poi dobbiamo vendere una parte della sede perché per tutte le iniziative siamo allo scoperto, dobbiamo trovare la copertura.
A Natale non avevamo mai un soldo per le tredicesime. Andavo a chiedere qualche prestito alla Camera del Lavoro. O mi aiutavano i soliti amici e compagni, Viglione, Fontana, il dentista Gasco di Mondovì, o qualche altro. La situazione si è sbloccata quando è iniziativa la politica delle zone bianche. Allora abbiamo avuto un salto di qualità, di investimenti.
Intanto la morte improvvisa del compagno Sparla, Franco Angeloni diventa segretario provinciale della Camera del Lavoro e si stabilisce un fruttuoso lavoro polìtico.
Questo avviene in coincidenza con il rilancio delle lotte operaie e con la crescita del partito, anche alla presenza nel partito dei giovani e degli intellettuali.
A Cuneo la sezione conosce una fase di feconda attività politica con la segreteria Viglietti e con Sturlese, Musella, Franca Pelazza, Dadone, Comba.
lo ho fatto la terza avviamento professionale. Le mie letture erano molto disorganiche: dopo la guerra ho scoperto le Lettere dal carcere di Gramsci e ho letto su di lui tutto quello che ho trovato. Le "Memorie di un barbiere" di Germanetto mi collega con situazioni locali, della provincia, situazioni che trovavo nella mia storia di garzone e di padrone di un negozio. Poi c'erano le Università popolari, "II calendario del popolo" che davano un'infarinatura generale, uscivano libri a prezzo popolare. L'Einaudi ha avuto un ruolo importante.
Qualcuno è andato alle scuole di partito. Venivano organizzati corsi per i segretari di federazione e chi non partecipava riceveva le dispense.
Rispondendo a giornalisti americani che gli chiedevano cosa avesse fatto il PCI per l'Italia, Togliatti aveva detto che i comunisti erano importanti perché avevano insegnato al bracciante a non togliersi più il cappello quando passava il signore, ma ancora di più perché avevano formato una nuova classe dirigente che veniva dal popolo e che credeva nella Costituzione. A fine anni '60, si forma il sindacato scuola CGIL, si iscrivono al partito i primi insegnanti, Crosetti, Reale, Dadone, Marino, Enzo Albera, Livio Berardo e altri. Franco Revelli è un quadro di tipo nuovo. Le attività prevalenti durante la mia segreteria sono la penetrazione nel mondo della scuola, una più incisiva presenza in alcune fabbriche importanti, soprattutto la Michelin, dove svolgiamo un lavoro sistematico, giriamo casa per casa e raggiungiamo i cento iscritti, alla Burgo di Verzuolo, a Savigliano, in alcune fabbriche nuove, come la Valeo, nel monregalese, dove opera Ottavio Beretta, e nelle fabbriche dell'albese Con il PSIUP abbiamo rapporti abbastanza buoni.
Peggiorano un po' nell'ultima fase, quando il PSIUP assume posizioni più estremistiche, più critiche nei nostri confronti.
Un fatto politico importante sono gli incontri con i cattolici concordati con Don Marino.
Partecipiamo in casa del dott. Gaida, Biancani, O. Tangolo, Anna Graglia e io.
Nel '68, Biancani che era deputato dal '61, non si ricandida e proponiamo Milan.
Il cambio non è motivato da fatti politici, ma dalla salute di Biancani. Ha un polmone ammalato e si sta aggravando. lo ho la documentazione e lui la conosce Deve cambiare vita, non può continuare a viaggiare.
Siamo, però, imbarazzati a parlargliene. Gliene parla D'Amico che era segretario regionale, durante un periodo di ferie. Sono uno ad Arma di Taggia, l'altro a Ceriale e si incontrano. Si decide per la candidatura di Milan, anche perché ha problemi a Torino e lì non sarebbe stato candidato. Era stato trasferito a Vienna, per un incarico presso una associazione della Resistenza europea.
Biancani lo appoggia e io devo difendere questa scelta con le unghie e con i denti, perché il gruppo regionale è contrario. In quella fase, in federazione si stanno ristabilendo i rapporti e sarebbe stato difficile scegliere un candidato locale.
Borgna ha tutti i numeri, ma Panero non meno di lui. La Camera del lavoro ed in particolare il compagno Angeloni hanno indicato Sparla.
Pecchioli mi chiede la candidatura di un giovane e io indico Servetti, professore, consigliere comunale a Carrù (dopo poco si sarebbe trasferito a Piombino dove ha vinto la cattedra d'insegnamento e sarebbe diventato assessore). Un compagno, magnifico, generoso. Appena propongo quel nome, insorgono i compagni della Camera del Lavoro, contrari ad un giovane che non ha storia, che non ha pagato come altri ... In questa situazione, una candidatura esterna, come quella di Milan, comandante partigiano in Valle Po e segretario di federazione dopo la guerra, serve a coprire molti problemi. Alle successive elezioni, nel '72, è segretario regionale. Furia, un compagno di Biella, mi convoca e mi dice che il parlamentare di Cuneo debbo essere io. Rispondo che a Cuneo abbiamo un buon rapporto con Milan, costruito per quattro anni, che Milan non vuole un trattamento di serie B e chiede perché non dovrebbe essere eletto per due legislature. Quando iniziamo a scegliere i candidati, Minucci che era segretario a Torino propone di potenziare Cuneo come zona bianca riconfermando Milan alla Camera, come volevano i partigiani di Torino, e eleggendo me al Senato. Tutto sembra filare liscio, perché sembra che Secchia, che sta male, non si candidi. Poi però Secchia viene candidato e saltano tutti i "marchingegni".
lo slitto dalla prima posizione alla seconda, poi alla terza.
Nonostante questo, vengo eletto. Sono candidato a Verbania e inaspettatamente supero il collegio di Novara che avrebbe dovuto eleggere Benedetti. Oltre a questo, Anna Graglia è eletta nel Comitato centrale. Due parlamentari e una eletta al CC. Un buon bilancio, come contributo alla zona bianca.
Un risultato politico importante è la elezione a Sindaco di Racconigi del compagno Marinetti.
In Federazione viene eletto segretario Revelli. E' intelligentissimo, ogni suo intervento ti fa pensare e riflettere, ma ha bisogno di avere accanto qualcuno con capacità organizzative che sfrutti le sue doti migliori.
Sulla sua candidatura a consigliere regionale prima, e a segretario poi, ci sono alcuni malumori, ma io lo appoggio. E' attivissimo, apre molti rapporti, soprattutto con i cattolici, contribuisce alla nostra crescita. E' una fase in cui tutto va abbastanza bene.
Sono più difficoltosi, invece, i rapporti con i socialisti. In provincia si è avuto l'accordo Mazzola-Viglione per cui, la DC dà ai socialisti, che pure sono in minoranza, moltissimi incarichi e agli altri gruppi di minoranza restano le briciole. Nella seduta dei capigruppo del Consiglio Provinciale chiedo: "I socialisti fanno parte della minoranza o della maggioranza?" Brizio, socialista, chiede una sospensione, mi prende da parte e mi dice di stare zitto, perché poi avrebbero dato incarichi anche ai comunisti. Non ci sto. Denuncio il fatto.
Protestano tutti i gruppi di minoranza. Il presidente Martini democristiano dice che non è più in grado di presiedere la riunione.
Nasce un momento di attrito con il PSI, ma non va mai troppo oltre, perché quando la polemica diventa troppo acuta o Cipellini mi invita ad una cena o Viglione mi manda a cercare. (Dopo il '56 e l'uscita di Giolitti, Cipellini mi aveva proposto di passare al PSi). Si mantengono buoni rapporti personali.
I socialisti sono stati per motto tempo più forti di noi. In questi anni il vento cambia, noi recuperiamo, si hanno passaggi dal PSI al PCI: il prof. Carretto, il dott. Sturlese. Carretto, Reale ed altri, mettono in piedi il sindacato scuola. Sturlese con me è in segreteria provinciale, sarebbe anche stato un buon parlamentare, al posto mio, si sarebbe aperto ad una esperienza importante. Purtroppo le cose sono andate diversamente.
Con la DC, in particolare tra il 75 e l'80, matura un rapporto di stima, di rispetto. Quando noi cresciamo, la DC tenta di recuperare e si rende conto di aver abbandonato il mondo operaio, anche a livello sindacale con la CISL dove l'egemonia passa alla CGIL.
Con l'estrema sinistra abbiamo avuto rapporti diversi. Marco Revelli, Mario Cordero, Franco Risoli ed altri, a fine anni '60, erano molto vicini al PCI. Ne avevano parlato con Biancani. Venivano nella nostra sede, partecipavano al dibattito sul partito unico. Poi è nata Lotta Continua e vi sono state polemica con la federazione giovanile comunista che noi stavamo formando, Abbiamo vissuto una fase di scontro. Poi tutto si è riequilibrato, ad esempio la FGCI ha concesso una sala spettacolo di Dario Fo, dato che il comune non gli aveva concesso il teatro Toselli. Qualcuno non voleva farlo, ma io avevo sostenuto che dovesse prevalere il PCI delle libertà.
Vengo eletto senatore nel '73, poi deputato insieme a Beppe Manfredi nel '76, quindi, nel '79, ancora senatore nel collegio di Casale-Chivasso.
Con Manfredi, sono deputato nel '76, quando in provincia raddoppiamo i voti e nella circoscrizione vengono eletti cinque deputati, Fracchia, Manfredi, Mirate e con i resti la Nespolo.
Manfredi è parlamentare indipendente per due volte, ma lavora poco sulla circoscrizione, su Asti-Alessandria, si concentra su Fossano e Cuneo. Nel 1983 non viene riconfermato (io appoggio Sergio Soave), anche perché abbiamo bisogno di un parlamentare comunista.
Dal 1983 (ennesima chiusura anticipata di legislatura) non ho più incarichi.
In tre legislature ha fatto il parlamentare nove anni e otto mesi.
Da questi rapidi, frammentari ed incompleti riferimenti emergono assieme ai limiti e responsabilità personali, un modo di essere dentro il partito che in realtà non è soltanto dominato dall'ideologia, ma anche totalizzante nelle operatività e dove le decisioni importanti vengono assunte dai cosiddetti organismi dirigenti.

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