QUADERNO N. 17

APPUNTI SUI PARTITI POLITICI IN PROVINCIA DI CUNEO (1976-1992)


PCI

A metà anni 70, il PCI, è il maggior beneficiario, anche nella provincia bianca, dell'esplosione del '68. I 32.000 voti del 72 divengono 53.000 (14.60%) nel 1975 e 64.000 (16.83%) nel 76. Ma soprattutto il partito è cresciuto, è aumentato il numero delle sezioni, si sono moltiplicate le iniziative e la partecipazione; La Voce è sostituita da molti giornali locali, spesso capaci di attivizzare molti giovani Sono entrati o entrano nel partito nuove leve che proseguono l'opera di trasformazione già avviata. Si modifica sempre di più la stessa composizione sociale.
Dopo il forte calo degli iscritti (dai 9.000 del '47, ai 6.500 del '56, ai 3.000 dei primi anni 70), la tendenza si inverte (4.562 nel 1976).
Ai due consiglieri regionali (il secondo del tutto inaspettato) eletti nel 1975, si aggiungono due deputati alle politiche del 76: Leopoldo Attilio Martino e Beppe Manfredi, quest'ultimo espressione del mondo cattolico in rotta con la DC.
Nella seconda metà del 75, il segretario Franco Revelli entra a far parte del gruppo dirigente regionale. Lo sostituisce Francesco Angeloni, leader della CGIL locale. C'è chi ritiene che oltre alle scelte regionali (Revelli è molto stimato da Minucci) pesi il "vecchio" partito che si prende una 'rivincita' sull'eccessivo cambiamento portato da Revelli (forse troppo veloce la sua ascesa interna e un po' eterodossa la sua formazione "liberaldemocratica", per quanto la sua figura sia giocata per aprire una breccia nel mondo cattolico e nella borghesia locali).
Sul gruppo dirigente di federazione (Primo Ferro, Ottavio Beretta, Anna Graglia) si innesta l'ingresso di alcuni giovani (Livio Quaranta, Flavia Salvagno...)
Il rapporto federazione-sezioni non è sempre facile. Le scelte centrali non sembrano il corrispettivo di quelle che vanno avanti, con tempi e modi differenti, in alcune realtà locali. La politica di compromesso storico su cui si è vinto, nonostante il mancato "sorpasso", incontra resistenze ed incertezze, spesso non espresse, nella sua applicazione pratica. In provincia, oltretutto, data la grande sproporzione rispetto alla DC, non riesce a decollare.
Difficile una politica di unità anche nei drammatici giorni del rapimento Moro.
L'onda di crescita tende, inoltre, a fermarsi e a calare, per i noti motivi nazionali. Se la nuova sinistra vive una netta crisi, il Partito radicale cresce fortemente a livello d'opinione.
Alle politiche del 79, il calo è considerevole (14%), nonostante la rielezione di Manfredi e il passaggio di Martino al Senato (collegio di Casale M.). Il totale delle liste a sinistra da 5.60%. Ancora più netto il calo delle europee della settimana successiva (12.60%). A DP, PDUP e radicali (5.50%) si aggiunge la forte affermazione occitanista, espressione, in parte di un elettorato progressista che non si sente rappresenato su temi complessivi e specifici.
Nell'autunno, il cambio della guardia: Angeloni è sostituito da Sergio Soave, di Savigliano, direttore dell'istituto Gramsci di Torino. Entra con autorità nel gruppo dirigente Lido Riba, dirigente della Confcoltivatori.
Soave è il primo segretario "laico" (non funzionario) e tenta di sburocratizzare un partito che, crescendo, ha moltiplicato il funzionariato.
La segreteria è composta da 9 non funzionari (entra Ugo Sturlese), si da più potere alle zone, si tenta, dopo lo stallo dell'unità nazionale e il rilancio della alternativa, di dar vita a iniziative e proposte che possano rompere la cappa di potere della DC e limitare la persistente estraneità del partito dalla realtà provinciale.
La prima proposta è istituzionale: l'istituzione della provincia di Alba, ma viene giocata con scarsa convinzione e tempestività nello stesso albese, la seconda riguarda l'informazione: i giornali di partito non penetrano nella società, occorre uno strumento nuovo, identificato in una TV locale.
Il PCI investe molto in questo mezzo, non ricavandone, però, molti risultati. La TV viene immediatamente indicata come "comunista", stenta a sfondare nell'opinione pubblica, a trovare pubblicità, è coperta da Telecupole.
Forte è anche l'impegno propositivo di Soave sui temi locali a cominciare dallo spopolamento della montagna (la provincia di Cuneo è l'unica in Italia ad avere perso popolazione negli ultimi 100 anni, per una migrazione continua). Molti i convegni, si stringono rapporti con il MAO, Livio Quaranta diventerà presidente di una comunità montana. Impegno, anche se con proposte non sempre lineari, sulle comunicazioni (l'isolamento è un male storico della provincia) e sull'università che Soave e Viglione, nel 1983, propongono di decentrare in provincia.
Tutte le proposte vengono lanciate con convinzione, ma sono sempre portate avanti debolmente, con scarsa capacità di "condurre a termine".
Lievissimo calo alle regionali del 1980 (13.03%). Primo Ferro, di Alba, sostituisce Anna Graglia, non senza polemiche interne. Franco Revelli è eletto a Torino, ma la sua ascesa nel partito (è vicesegretario regionale) sarà bloccata da uno scandalo.
Polemiche anche per le candidature alle politiche del 1983: Manfredi chiede di essere eletto per una terza legislatura, essendo state le due precedenti interrotte in anticipo. Molte sezioni lo appoggiano, ma gli viene preferito Sergio Soave. Pesano alcune critiche sul suo operato come parlamentare, ma anche l'affievolirsi del peso, all'interno della sinistra indipendente, del "dissenso cattolico", giocato molto fortemente al momento della sua prima elezione.
In calo gli iscritti: dal 76 si sono persi 1.000 tesserati, 13.64% alla Camera il 26 giugno con elezione di Soave. Lo sostituisce, come segretario di federazione, Lido Riba
Alle europee del 1984, forte ripresa (15.86%). E' solo l'effetto Belinguer" o pagano le lotte sociali contro le scelte del governo Craxi? Sta di fatto che la ripresa dura lo spazio di un mattino. 12.48% alle regionali dell'anno successivo (riconfermato Ferro), 11.39% alla Camera nel 1987 (riconfermato Soave), 11.69% alle europee del 1989, a conferma di un migliore andamento quando non pesa il clientelismo e quando si sceglie sui temi più generali (la prima fase della segreteria di Occhetto sembra, comunque, rilanciare il partito).
Il PCI provinciale giunge indebolito nella struttura e nel numero degli iscritti (2.450), ma con forte volontà di rinnovamento e di rilancio all'appuntamento dell'autunno '89. La proposta di Occhetto produce una discussione non formale in cui emergono le tematiche nazionali (i diversi accenti sull'unità nazionale, sui rapporti con DC e socialisti, sulla tematica ambientale) e i problemi di gestione locate (le candidature, il rapporto centro-periferia, il funzionariato ...).
Tutto il gruppo dirigente (Soave, Riu, Giordanino, Luigina Ambrogio) e gii ex dirigenti o parlamentari (Martino, Angeloni...) è con la svolta di Occhetto.
Il NO è piuttosto debole e ha come riferimento Marengo (Saluzzo), Puca (cebano) con la mozione di Cossutta e Angelo Malamacci (Bra) e Pierfranco Occelli (Racconigi) per la mozione 2 (Ingrao-Tortorella).
Al congresso del gennaio '90 grande maggioranza alla proposta del segretario nazionale. Calano sensibilmente gli iscritti (all'assise di scioglimento, un anno dopo, 2.123 contro 2.450)
Alle regionali del maggio 1990, secca sconfitta. Si scende sotto il 10%, tornando ai livelli precedenti il '68 e la grande spallata degli anni 70. Riba diventa consigliere regionale. Riu segretario di federazione, in un momento di fortissima riduzione dell'apparato e di difficoltà economiche
II congresso di scioglimento riconferma una netta maggioranza al gruppo dirigente e una affermazione significativa della mozione Bassolino (Livio Berardo, Marcello Faloppa, segretario della CGIL, Franco Giordanino ...).


PDS

Poca o nulla l'adesione organizzata a Rifondazione. Si assiste, però ad una scissione silenziosa (1.620 gli iscritti al PDI nel suo primo anno) a difficoltà in alcune sezioni, ad un forte calo di lavoro
In alcune realtà, il PDS raccoglie nuove adesioni, e si da vita realmente ad una nuova formazione politica: a Fossano aderiscono Manfredi, Domenico Romita già dirigente socialista, e giovani di formazione cattolica, a Bra tutto il gruppo del PDUP e dellARCI (Petrini, Barbero, Ugo Minini, Bruna Sibille ...), ad Alba e a Savigliano si formano nuovi gruppi dirigenti. Difficoltà a Cuneo, Mondovi e Saluzzo.
Forti polemiche interne per le candidature nel '92. Soave non è più candidato alla Camera, avendo alle spalle due legislature. Le sezioni si dividono.
Il risultato (circa 24.000 voti, 6.10%) è molto modesto; neanche negli anni più duri il PCI era sembrato cosi lontano dal corpo della società cuneese.
"Pagano" sole le personalità locali: Soave a Savigliano (Senato), Aldo Bruna a Cortemilia e in val Bormida (Camera), segno di un voto molto personalizzato.
Agli scontri interni (il risultato è dipeso solo dalle vicende nazionali o anche dalle candidature sbagliate?) si sommano le difficoltà organizzative e finanziarie; l'apparato viene ulteriormente decapitato (unico funzionario Mario Riu), si vendono alcune sedi per far fronte ai debiti.
Forte l'impegno per il si al referendum Segni, anche se con prospettive e toni differenti: come base per uno sfondamento al centro o per una indispensabile unità delle sinistre?


Rifondazione comunista

Dopo lo scioglimento del PCI e la nascita del PDS, le correnti di minoranza in provincia rifiutano la rottura: troppo debole è la sinistra per dividerla ulteriormente, meglio un impegno nel PDS in attesa che si chiarifichino le sue scelte. Le prime iniziative per la rifondazione sono, atipicamente rispetto a quanto accade nazionalmente, di DP (dibattiti a Cuneo, Alba, Fossano, Mondovì, Saluzzo ...). Le non adesioni al PDS sono in genere individuali (Beppe Sasia a Cuneo, Enzo Lisai a Bra ...) e servono a formare i primi nuclei. Fa eccezione Mondovi, dove nasce un gruppo di iscritti corposo, anche se privo di attività.
Il congresso provinciale costitutivo (Cuneo, dicembre 1991) vede realtà a Mondovi, Cuneo, Saluzzo, Bra, Borgo San Dalmazzo, una discreta attività, ma solo 136 iscritti, pur in presenza di un forte calo organizzativo del PDS. Primo segretario provinciale Sergio Dalmasso.
La campagna elettorale è condotta con pochi mezzi e senza leader nazionali (unica eccezione una breve conferenza di Lucio Libertini). All'interno di un dato complessivamente negativo per tutta la sinistra (solo 13% complessivamente), Rifondazione ottiene il 2.4% alla Camera e il 2.6% al Senato. Discreti i dati nell'albese e nel braidese, su medie nazionali a Racconigi, modesti a Cuneo.
Il periodo successivo segna una lieve crescita organizzativa, l'apertura di rapporti con varie realtà politiche (il circolo Sinistra oggi, l'attività culturale del CIPEC), un notevole attivismo (la sfortunata campagna per il NO al "referendum Segni", la raccolta di firme per i referendum sociali), ma l'incapacità o impossibilità di uscire dai limiti di una formazione politica minoritaria.


PSI

La oggettiva sconfitta alle politiche del 76 spinge il PSI a ricercare una via più autonoma rispetto al PCI e a ritrovare un abbandonato orgoglio di partito. La prima fase della leadership di Craxi coincide con lo sforzo di salvare il partito e di rilanciarlo, evitando di vederlo schiacciato tra DC e PCI.
In provincia, la segreteria di Marcello Garino tenta di riorganizzare una struttura molto debole, di ridare linea ed iniziativa, di riaprire confronti "alla pari" con altre forze. Consistente il peso del saluzzese e costante il duello tra Vineis - forte appunto in quest'area - e Vigione, presidente della giunta regionale, e prevalente nell'area di Cuneo, personalità molto diverse per carattere e stile di lavoro, più che per linea politica e riferimenti nazionali.
Proprio la divisione tra le due "anime" del partito da peso alla sinistra "lombardiana" (Romita, Musso, Lidia Rolfi) che riesce spesso ad essere l'ago della bilancia negli equilibri intemi.
Stallo alle politiche (8.95%) e alle europee (9.20%). Riconfermato senatore Cipollini. I 30.000 voti raccolti sembrano quasi “fisiologici". Garino è rieletto segretario al congresso provinciale (ottobre). Netta crescita, invece, alle regionali del 1980. Pesa notevolmente la figura di Viglione che raccoglie un grosso successo personale e che fa la differenza tra politiche ed amministrative.
E' il maggior peso dell'ala “viglionea" a determinare il cambio di segreteria al congresso dell'aprile 1982. Nuovo segretario Gianni Bonino, commerciante di Cuneo. Nuovo stallo alle politiche del 1983 (30.872 voti. 8.51%) alle europee del 1984 (8.80%) dove pare che il PSI locale rischi di essere schiacciato nella morsa DC-PCI. Dal novembre 1983 è segretario il caragliese Franco Ripa che viene riconfermato nella carica al congresso dell'aprile 1984.
Risultato non entusiasmante alle amministrative del 1985 (alla Regione 40.632 voti, 10.91%) Sembra iniziare a declinare la stella di Viglione che, pure, anche con il cambio di maggioranza regionale (dalla sinistra al pentapartito) viene eletto presidente del Consiglio
II mutamento degli equilibri interni al partito è sanzionato, inaspettatamente, dal congresso provinciale del 6-7 dicembre 1986. La maggioranza viglionea si spacca in alcuni settori e viene eletto segretario provinciale, un "uomo nuovo", Antonio Vita, fossanese, che ha preso in mano il partito nella sua città dimostrando un forte attivismo, grosse capacità organizzative, ma anche una certa pratica "clientelare'. La nuova maggioranza (alleanza fra la sinistra, l'ala legata a Vineis e Garino e Vita) gestisce il partito per due anni
Alle elezioni politiche del giugno 1987 lieve crescita (10.68%), ma forte scontro interno. La candidatura di Vita è appoggiata dall'alessandrino Borgoglio (sinistra), ma la spunta per pochi voti Marisa Boniver, sostenuta dalla minoranza "viglionea".
Al successivo congresso, a fine '68. Antonio Vita cambia corrente e sposta la maggioranza. Di stretta misura, nonostante il forte fuoco di sbarramento degli ex-alleati, è rieletto segretario
A fine '88, muore in un incidente d'auto, Aldo Viglione, certo una delle figure più significative del socialismo cuneese del dopoguerra, amministratore, organizzatore, per anni consigliere provinciale e segretario della federazione. Lo sostituisce alla regione Franco Ripa.
Le amministrative del '90 segnano un nuovo forte scontro interno. Ripa non è rieletto consigliere, superato di misura da Marcello Garino (nominato in seguito assessore regionale all'ambiente). Il partito, soprattutto a Cuneo città, è sempre più diviso in gruppi differenziati più che per linee politiche per problemi tutti intemi e per scontri elettorali. Buoni i risultati complessivi (12.47%) e netto lo spostamento dei rapporti di forza interni a favore del saluzzese che elegge oltre al consigliere regionale, 3 dei 4 consiglieri provinciali.
Uscito di scena Vita, nell'ottobre è eletto segretario l'albese Lorenzo Frea, in una fase nazionalmente molto positiva, ma localmente caratterizzata da gravi problemi di gestione interna.
Cambia, però, anche il vento nazionale. L'ascesa socialista che pareva inarrestabile, si blocca davanti al successo del referendum sulla preferenza unica, allo scacco nelle regioni siciliane, alle prime contestazioni interne alla leadership di Craxi.
L'emerge di “Tangentopoli" contribuisce alla sconfitta elettorale del 1992 e alla tendenza "centrifuga” cui essa da vita.
Alle politiche del 5 aprile, non è presente alcun candidato di punta locale. II partito cuneese si divide nell'appoggio a tre alessandrini (eletti Sorgoglio e Romita). Modestissimi i risultati (28.192 voti, 7.24%, minimo storico nel dopoguerra).
Crollo anche nel tesseramento: le oltre 4.000 tessere del 1971 sono scese fortemente sino ad arrivare al minimo di 2.211 net 1981. La fine anni 80 le vede salire sino alla punta delle 4.423 del 1969, con un secco calo, però, successivo: 3.928 (1990), 3.275 (1991), 2.256 (1992) con una ulteriore "discesa" nel 1993.
Lascia il partito il segretario Frea. Garino sceglie Alleanza Democratica. II nuovo segretario Giovanbattista Fossati incontra notevoli difficoltà nel rilanciare una struttura molto debole, al momento del tutto priva di iniziativa e tesa solo a "prendere tempo". Molti gruppi consiliari nei comuni (Cuneo, Borgo S.D.) si spezzano. Deboli anche le prospettive di riunificazione socialista (le aggregazioni sembrano nascere su basi del tutto a-ideologiche) e di Alleanza Democratica che pare un esercito di ufficiali privi di truppe


PSDI

Gli anni migliori per la socialdemocrazia cuneese coincidono, quasi per un paradosso, con le due scissioni del 1947 e del 1969, dopo la breve riunificazione del "66
II ruolo della nuova formazione è testimoniato dal peso organizzativo, dagli incarichi a livello regionale, ad alcuni suoi esponenti, dal risultato elettorale (alle regionali del 1970, 24 mila voti - 7% - contro i 42 mila - 12.30% - del PSI, 6.56% - contro il 13.86% dello stesso PSI alle politiche del 1972).
Risultato positivo alle amministrative del 75 (alle regionali 7.60%, alla provincia 3 eletti e presenza in giunta).
Nel 76, al congresso provinciale (Cuneo, teatro Toselli) emerge la corrente romitiana Sinistra democratica, favorevole ad un maggior dialogo con la sinistra e alla formazione di un'area socialista (PSI-PSDl)
Quasi tutto il quadro locale (Benatti, Streri, Franco ...) si schiera su questa ipotesi. Contrario Pecollo che presenta una mozione locale, più vicina alla maggioranza nazionale del partito. Attiva la componente giovanile, guidata da Beppe Tassone. 1.900 i tesserati. Segretario provinciale Ugo Cerrato, vicinissimo a Romita.
I dati elettorali non positivi (5% alle politiche del 76 e del 79 e alle europee dello stesso anno) non modificano la maggioranza locale. Nei congressi successi ('79 e '82) la mozione Sinistra democratica ottiene l'unanimità.
Iniziano a farsi strada il dialogo con il PCI e la proposta (che però sarà scarsamente praticata) di un'alleanza alternativa all'egemonia DC nella provincia (nascita di un polo socialista democratico che tenga anche conto delle revisioni in corso nel PCI).
Dal 1980 è segretario il cebano Piero Franco.
Recupero alle regionali (6 67%), a dimostrazione di un partito con un certo radicamento locale (alle comunali di Cuneo, pesa molto la figura di Nello Streri) e con alcune leve di potere (gli incarichi ministeriali di Romita, l'istituto autonomo case popolari...).
Termina qui la breve meteora di Matteo Viglietta, piccolo industriale fossanese, che ha addirittura fondato un settimanale, // piccolo della Granda, nel tentativo di sfondare in politica, dando vita, per primo, a campagne elettorali molto dispensiose e tutte giocate sulla sua persona.
Da allora, calo progressivo: 5.20% nel 1983 (Camera), 4 74% nel 1984 (europee), 4.86% nel 1985 (regionali), 3.06% nel 1987 (Camera), 2.71% nel 1989 (europee), 2.28% nel 1990 (regionali), quando crollano anche alcuni bastioni tradizionali (regge solo Cuneo alle comunali), 1.18% nel 1992 alla Camera, punto più basso mai toccato dal partito nel suo quasi mezzo secolo di vita.
A livello interno, l'unanimità manifestata nei congressi del 1979 e del 1982 scompare nel 1984, quando al congresso provinciale (Borgo San Dalmazzo) si forma, nonostante il voto unitario su tutti i documenti, la corrente legata a Nicolazzi. La leadership dei romitiani è messa in discussione e accusata di non favorire un rinnovamento nei quadri locali, oltre che di essere confluita nazionalmente con la corrente che fa capo a Pietro Longo.
Degli otto delegati al congresso nazionale due (Ermanno Mauro e Barbano) sono "nicolazziani".
Lo scontro fra le due correnti continua, ma nel congresso successivo (1966) si vota unanimemente una mozione locale che auspica che, in sede nazionale, abbiano termine i contrasti fra le correnti. Emerge, comunque, in alcuni settori una certa scontentezza verso la gestione romitiana. Viene eletto segretario Maurilio Fratino, molto vicino al parlamentare alessandrino.
Forte il calo nelle iscrizioni (poco più di 1.100 i tesserati).
Tra il 1988 e il 1989 si consuma la scissione nazionale capitanata da Pierluigi Romita, convinto dell'esaurimento di ogni ruolo del partito e della necessità di confluire nel PSI. Passano con lui al PSI Fratino, Cerrato e Franco con la maggioranza delle sezioni del cebano e della Langa
Il congresso del febbraio 1989 dimostra la permanenza nel PSDI del 60% degli iscritti, dei consiglieri provinciali e di quelli comunali di Cuneo, Bra, Fossano, Savigliano, Saluzzo ...
La scommessa di reggere e di rilanciare il partito va di pari passo con la gestione nazionale di Cariglia che tenta di presentare come necessario e indispensabile il ruolo della socialdemocrazia, soprattutto davanti alla crisi del mondo comunista
Segretario provinciale è eletto Carlo Benatti. Vice segretario Nello Streri, da anni assessore alla cultura a Cuneo e il dronerese Ermanno Mauro, assessore provinciale.
Le successive sconfitte elettorali e la crisi del PSI significano, anche per la socialdemocrazia locale, il venir meno di chiare prospettive politiche
Impossibile riproporre un semplice rilancio del partito, come pure l'ipotesi di un'area socialista, il PSDI, nel 1990, tiene un congresso di programma, proponendo, tra l'altro, una legge speciale per la provincia di Cuneo, valutata "area depressa" e per cui si chiede un diverso e maggiore riparto del finanziamento che lo stato da agli enti locati.
L'anno successivo, il convegno organizzativo provinciale è una semplice verifica dello stato organizzativo del partito.
Il tesseramento, come per la quasi totalità delle formazioni politiche, vede un calo progressivo (nel 1992, 400 iscritti). Permane la segreteria a tre (Benatti, Streri, Mauro), con un direttivo (21 componenti).
Quasi del tutto assente la attività esterna (solo qualche sporadica iniziativa nelle campagne elettorali), il PSDI, anche a causa della nuova legge elettorale, sembra cercare uno spazio in un'area "progressista", stretto tra i vari tentativi di riformare un centro e il PDS, con cui, almeno localmente, paiono non esservi grandi differenze su analisi complessive e generali, quanto contrasti sulla politica locale (giunte...).


La nuova sinistra

La sconfitta elettorale del 76 segna l'inizio della crisi frontale della nuova sinistra anche in provincia. Non solo si è lontani dai due milioni di voti previsti da Lotta Continua, ma l'ipotesi del governo della sinistra, fatta propria dal PDUP, diviene sempre più irrealizzabile.
In LC si manifesta immediatamente una tendenza centrifuga che diviene impossibile contenere. Le donne accentuano posizioni di separatismo e di rifiuto della politica, i giovani moltiplicano un distacco dalla formazione politica su posizioni "autonome" (molto vicine alla prima Lotta Continua), la tematica operaia sembra perdere ta sua centralità e divenire propria solo dei lavoratori di fabbrica. Al congresso nazionale di Rimini (autunno 1976), il gruppo è ufficialmente sciolto per confluire in un movimento indistinto: impossibile mediare tra le spinte dell'ala operaia che si radicalizzano, quelle dei giovani (musica, sessualità, libertà individuale, forte antiautoritarismo anche verso qualunque struttura di partito - sono i mesi non per caso - del grande successo commerciale di Porci con le ali), il separatismo femminista che modifica la gerarchla fra le contraddizioni, ponendo quella sessuale come prevalente su quella di classe, le tendenze violentiste.
Vivere nel terremoto è lo slogan del leader nazionale Adriano Sofri che sembra presupporre lo scioglimento nel movimento e un nuovo inizio.
In provincia, la struttura viene mantenuta per qualche tempo, ma il tentativo di mediazione e di collegamento, operato soprattutto da Franco Bagnis non regge.
Il congresso locale del 76 vede una incomunicabilità tra te tematiche operaie (Franco Crespo) e quelle femministe. Riaffiora tutto lo spontaneismo iniziale del gruppo. Le sedi della provincia (Fossano, Savigliano, Langhe ...) perdono iniziativa specifica.
Nel 77, l'esplosione del movimento giovanile vede anche in loco il moltiplicarsi di iniziative. Al PDUP che ripropone l'intervento verso la scuola come centro del mondo giovanile, l'area di LC risponde concentrando l'interesse verso forme di aggregazione diverse. Se nel dicembre 76 gli studenti del PDUP organizzano una manifestazione antifascista con Giovanbattista Lazagna, pochi mesi dopo esce il numero unico "movimentista", di Che fame che ho, 18 febbraio '77 vi è la contestazione (lancio di uova) ad uno spettacolo del teatro Toselli, si diffondono tematiche situazioniste, fanno capolino, anche se in sedicesimo, gli "indiani metropolitani”.
Spingono verso queste scelte, in LC, Pino Rosa e Ferdi Jaloux (loro una trasmissione periodica: Ciuff-Ciuff a Radio Cuneo democratica).
A questa radio, fondata da Luigi Schiffer e Silvio Giachino che, di fatto, lasciano il gruppo, trasmissioni del collettivo politico femminista, degli omosessuali, del CISA(1).
Più "politica” la situazione del PDUP. Dopo la sconfitta elettorale, per quanto meno traumatica che per LC, viene meno la prospettiva del governo delle sinistre e si apre una profonda crisi nazionale. Le due anime, fuse con difficoltà, non convivono e nella primavera del '77 si giunge ad una scissione che da vita al PDUP (Magri, Castellina ...) e a Democrazia Proletaria (Foa, Miniati, l'ex MPL).
A Cuneo, Fulvio Romano e gli studenti accusano fortemente chi ha diretto la campagna elettorale (soprattutto Robero Baravalle) di un eccesso di 'istituzionalismo e per una eccessiva "gerarchizzazione" interna.
In autunno, a Bra, grande convegno sulla cultura e i movimenti, organizzato da Cario Petrini. Interviene Lidia Ravera su Porci con le ali Nuto Revelli parla del Mondo dei vinti che sta terminando. Conclude Lidia Menapace.
Il dibattito nazionale accresce le fratture locali. La scissione si consuma con un dibattito locale molto superficiale. Ognuno sembra scegliere a seconda delle sue precedenti appartenenze. La provincia sembra tagliata. A Bra ed Alba (minimamente Savigliano) si va con Magri. Il nuovo PDUP sarà diretto da Petrini, Bruno Magliano, Tom Cossolo, Mara Fabbri, Silvio Barbero. Bra sarà, forse nazionalmente, la città dove maggiore è la presenza sociale e culturale del piccolo partito
DP si forma a Cuneo (Sergio Dalmasso, Luigi Danzi, Beppe Cicero), Fossano e Saluzzo (Sandro Midulla e Gigi Ferraro). Baravalle e Pierpaolo Squarotti lasciano dopo poco: impossibile l'unificazione politica tra spezzoni troppo differenti per storta e cultura. Antonio Degiacomi sceglie l'impegno sindacale nella CISL.
Se il PDUP sarà sempre un partito braidese, DP non riuscirà mai a superare i limiti di un piccolo gruppo con scarsa o nulla incidenza sociale.
Le elezioni del '79, fallito nazionalmente un tentativo di accordo, vedono il PDUP affermarsi (6 eletti) e DP franare sotto la sigla di Nuova sinistra unita (NSU). Anche in provincia, nonostante le varie adesioni e una campagna elettorale molto attiva, NSU, frana (0.73%). 1.26% al PDUP
Scompare Lotta Continua che in parte aderisce a NSU (candidatura di Franco Bagnis), in parte appoggia il partito radicale (dichiarazioni pubbliche di Paolo Tomatis e Pino Rosa). Forte la spinta verso la scheda bianca.
DP vive la sua crisi più grave e riesce a reggere a fatica (1.09% alle regionali dei 1980) rilanciandosi nonostante la nulla struttura, su alcuni temi specifici e caratterizzanti: l'opposizione al nucleare, l'accentuazione della tematica pacifica (no alla NATO), la raccolta di firme (primavera 81) su due referendum sociali. Dal 1980 nasce un piccolo gruppo a Mondovì.
Alle elezioni del 1983. il PDUP sceglie l'ingresso nelle liste del PCI e DP cresce (1.86%), con Dalmasso secondo per preferenze dopo Ludovico Geymonat.
Si ha una breve fase di crescita che porta al "top" elettorale alle europee del 1984 (1.96%. candidato Dalmasso) con un evidente lieve incremento del voto operaio, ma soprattutto giovanile, pacifista ed ambientalista. I nodi dati dalla pochezza organizzative vengono al pettine l'anno successivo (1985), quando la nascita delle liste verdi leva a DP parte dei consensi (alle regionali 1.48%).
La percentuale elettorale dell'1.5% rimarrà costante sino alle europee del 1989 (candidata Olga Bertaina), come pure costanti saranno il numero degli iscritti (qualche decina su un teritorio enorme) e delle sedi o dei gruppi locali e la difficoltà di penetrare nel braidese e nell'albese, nonostante la confluenza del PDUP nel PCI e i discreti risultati elettorali.
Sono questi limiti locali, legati alla spaccatura nazionale (la scissione dei Verdi arcobaleno nel 1989) a determinare il calo elettorale del 1990 (solo lo 0.90%, punta minima, a parte NSU).
Il 1991 vede lo scioglimento di DP e il suo ingresso nel processo di costruzione di Rifondazione comunista.
La scelta non è unanime. Spinge per questa soprattutto Dalmasso (suoi gli interventi agli ultimi congressi del PCI e il "manifesto": Per la rifondazione comunista, ignorato da tutti i giornali locali). Aderiscono trenta dei quaranta iscritti. Torna a far politica Carlo Masoero, già segretario del PDUP a Genova.
In disaccordo soprattutto le donne, secondo cui Rifondazione non rompe con il vecchio PCI e molte tematiche della nuova sinistra sono cancellate. Torna l'eterna discussione sulla forma partito e il rapporto con i movimenti.
Lo scioglimento di DP (giugno 1991) è votato all'unanimità, ma restano incomprensioni e modi diversi di azione politica, già presenti in tutta la storia non solo di DP, ma di tutti i gruppi, nazionalmente e localmente.


I radicali

Dopo la risicata affermazione del 76, il PR sembra qualificarsi come la maggior forza di opposizione (il PCI è nella maggioranza e la nuova sinistra è paralizzata dai contrasti interni). L'egemonia di Pannella si accentua sempre più. A livello locale il partito cresce, si caratterizza come la formazione dei referendum, nuova, agile, portatrice di un modo nuovo di fare politica, critica verso i partiti tradizionali e le scelte di compromesso.Forte l'iniziativa negli anni 78-79 che culmina nel grande successo elettorale alle politiche (3.60% in provincia, con buona affermazione a Cuneo, oltre il 6%).L'anno successivo, la scelta è di non presentare liste radicali alle elezioni amministrative. L'anima spontaneista e "centralista" sembra prevalere su quella che vuole un forte radicamento organizzativo e nelle istituzioni. A Cuneo nasce una lista locale L'altra Cuneo che deve il suo successo (un consigliere, ma solo un terzo rispetto ai voti radicali dell'anno precedente) in gran parte al capolista Gianfranco Donadei. La crisi del partito locale esplode negli anni successivi. Manca una inizativa locale, tutti i gruppi federati si autonomizzano o cessano una attività specifica, si contestano alcune scelte personalistiche di Pannella.
La sede di Cuneo viene chiusa nel 1983 e, nello stesso anno, i militanti cuneesi non partecipano alla campagna elettorale per le politiche, dove il partito, comunque, flette, ma non crolla (2.63% nella provincia, con un forte ricambio del voto).
Molti radicali (Donadei, Mario Casana, Sergio Bruno) aderiscono alle liste verdi che nascono dal 1985 in poi. Nonostante questo, nello stesso 85, causa un mancato accordo a livello regionale, sono radicali esterni alla provincia ad inventarsi, nel giro di pochi giorni, le Liste verdi civiche, in forte polemica con il Sole che ride e a raccogliere inaspettatamente una percentuale livemenete superiore a questo (1.78% contro 1.72%), anche se mancano il seggio alle provinciali (1.84%).
Da allora manca una presenza specifica di partito, anche se alcune tematiche (carcerazione preventiva, tossicodipendenza, fame nel mondo ...) tornano periodicamente ad essere agitate, soprattutto in occasione delle campagne elettorali dalle liste antiproibizionista (1.27% alle europee del 1989), antiproibizionista laica verde e civica (1.31% alle regionali e 1.53% alle provinciali del 1990), Pannella (1.18% alle politiche del 1992).
Non assente, anche se minoritaria, la tematica radicale nel referendum "Segni" (aprile 1993).


Le liste verdi

Anche a Cuneo si inizia a parlare di liste verdi nell'autunno del 1984, in vista delle future amministrative. Viene fatto circolare un questionario della rivista Nuova ecologia, si muovono alcuni ambientalisti da Elio Allario (già iscritto al PCI , al PDUP e a DP) a Gianfranco Peano, massimo attivista locale del movimento antinucleare e nel 1983 candidato alle politiche come indipendente in DP; dimostrano interesse alcune associazioni ambientaliste e il settimanale La Masca che ha grande successo di pubblico soprattutto in Cuneo città, non solo in ambienti di sinistra.
L'ipotesi è di dare voce all'ecologismo e al pacifismo che non sono rappresentati dai partiti (molto forti l'estraneità e la critica verso di essi) di rifiutare una delega data per troppo tempo, di modificare il "vecchio modo di fare politica”, troppo comune anche nella sinistra.
Secca la polemica con la piccola DP che ritiene pericoloso il costituirsi di un "monopolio" sui temi ambientali e insiste sulla necessità di non isolare l'ambientalismo.
L'ipotesi verde aggrega nel saluzzese (Osvaldo Fresia), nell'albese (Luigi Scarsi), a Dronero. Per la formazione delle liste, rottura con il partito radicale regionale per la scelta di alcune candidature. A Fossano Luciano Casasole e Guido Brizio formano la lista Verde Civica.
Per le provinciali, alleanza con il MAO e formazione di Verdi - Valli occitane con accordo di rotazione per il consigliere. I risultati elettorali sono buoni, anche se forse minori di quelli sperati (1.72% alte regionali, 2.23% alle provinciali, con l'elezione di Domenico Poggio di Dronero).
Il periodo successivo vede una crescita della tematica verde (forte l'interesse dei media) e il tentativo di applicazione della formula pensare globalmente, agire localmente. Molte le iniziative su discariche, viabilità (campagna contro l'autostrada e per la superstrada Cuneo-Asti), problemi del traffico e della montagna, a favore del parco fluviale di Cuneo ...
La lista "unica" alle politiche del 1987 somma i voti delle due precedenti (3.4%), ma sono le europee del 1989 a segnare il massimo successo elettorale.
I verdi sembrano sfondare, uscendo da un elettorato di sinistra o comunque legato alle associazioni che sembrava in parte caratterizzarli nei loro primi anni. II loro peso sembra dover crescere ulteriormente e diventare determinante a breve termine. In provincia, 4.05% al Sole che ride, 2.80% alla nuova formazione dei Verdi arcobaleno. La possibile unificazione sembra poter dar vita alla quarta formazione politica nel paese.
Questo non accade. L'anno successivo, alle regionali non si ha il previsto sfondamento. A Cuneo, per contrasti con la regione, sulle formazioni delle liste, il Sole che ride non si presenta, 4.72% agli arcobaleno. Nonostante l'aumento dei voti, un solo seggio alla provincia (Elio Allario).
Qualche incrinatura nell'immagine di "portatori del nuovo". Anche i verdi paiono non essere esenti dai vizi dei partiti e della politica.
Ulteriore calo, nonostante l'unificazione, nel 1992 alle politiche (2.69%).
Oltre al calo di immagine, pesa la nascita della Rete, priva di una reale struttura provinciale, ma capace di raccogliere consenso soprattutto in ambiente giovanile e cattolico, spesso con motivazioni simili a quelle che avevano favorito il successo verde (il non essere partito, la struttura agile ...).


PLI

II 1976 segna un doppio cambio della guardia nel PLI, a livello nazionale e locale. La linea di centro destra del segretario Bignardi è ribaltata da Valerio Zanone che diventa il segretario nazionale e salva il partito, per il rotto della cuffia, alle elezioni politiche (1.3% minimo storico e solo 5 deputati e 3 senatori).
In provincia, non è più eletto Vittorio Badini Confalonieri, parlamentare dal 1946, (con l'eccezione del '48). Lo sostituisce Raffaele Costa, nel partito solo da un anno, consigliere comunale a Mondovi come "cattolico" in una lista "liberali-indipendenti", proveniente dalle file monarchiche.
Il giornale da lui diretto Provincia duemila, sviluppa una forte campagna contro la sinistra, i pericoli di un accordo DC-PCI, l'improduttività del settore pubblico, coniugando liberismo a toni leghisti "ante litteram".
La sua affermazione è inaspettata. La candidatura è stata proposta dallo stesso Badini Confalonieri e dal senatore monregalese Balbo per conquistare voti moderati con l'opposizione della "sinistra" interna (la sezione di Cuneo e i giovani, vicini alle posizioni del nuovo segretario nazionale e di Altissimo).
La segreteria provinciate di Giuseppe Fassino si avvicina alle posizioni di Costa che segna anche un mutamento nello stile del partito nel cuneese: più aggressivo e meno portato ad "ententes cordiales" con la DC.
Alle politiche del 79, lieve rilancio su scala nazionale e buona affermazione locale (dal 5.30% all'8.52%). Ancora due parlamentari cuneesi: dopo la rinuncia di Giuseppe Balbo, Costa è eletto a Camera e Senato e opta per la prima favorendo Fassino contro il cuneese Gianmaria Dalmasso, suo oppositore interno, che viene, però, nominato segretano provinciale con garanzia di elezione alla regione l'anno successivo
Il peso elettorale di Costa e del monregalese si manifesta, però, anche alle regionali, con l'appoggio ad Antonio Turbiglio che, ancora una volta, brucia Dalmasso, provocando polemiche e lasciando strascichi nella struttura provinciale.
Costa, di fatto, costituisce una sua corrente personale, allarga il proprio periodico che progressivamente esce da una dimensione provinciale e chiama a raccolta una destra liberale moderata in una polemica antistatalista.
Ancora esclusione di Dalmasso (eterno secondo) nelle politiche del 1983, dove il partito cresce ultenomnente (13.01%, terzo in provincia, ad una incollatura dal PCI). Fassino è senatore nel collegio di Cuneo, Costa eletto a Camera e Senato, opta, ancora una volta per la Camera, favorendo il torinese Bastianini.
La segreteria Dalmasso (dal 1984 al 1990 membro della direzione nazionale) è in evidente difficoltà e regge ai nuovi equilibri, che si spostano "a destra” (data anche la base degli iscritti), tentando una ricomposizione sui metodi di gestione interna e stemperando i contrasti.
Falliscono le liste unitarie con i repubblicani alle europee del 1979 e del 1984 (13.98%). Troppo diversi i due elettorati, 9.52% alle regionali del 1985 (rieletto Turbiglio).
Nel 1985 ingresso nelle maggioranze alla Provincia e al Comune di Cuneo.
II 1987 è l'anno del congresso di Genova dove Costa si allea a Biondi, ma la maggioranza va alla "corrente" che elegge segretario Altissimo, e delle elezioni politiche dove inaspettatamente si candida alla Camera, nelle liste liberali, Gianni Vercellotti, ex democristiano di sinistra, da anni lontano dalle vicende politiche. Ancora opzione di Costa per la Camera, a favore di Fassino, che torna al Senato, e a danno dello stesso Vercellotti.
Da questa data, il parlamentare monregalese diventa l'autentico "padrone” del partito locale con l'80% dei consensi contro il 20% alla "sinistra". Sempre più il PLI si identifica con le sue posizioni e le sue scelte (forte polemica anticomunista, difesa dei diritti individuali del cittadino, schiacciato dalla burocrazia, polemica contro l'inefficienza e gli sprechi dello stato).
La segreteria provinciale passa prima a lui stesso, poi a Marcello Dattrino (di Sommariva Bosco). Presidenti Fassino e quindi Cino Rossi.
A Mondovi piccola crisi che non incide però sull'elettorato: passano alla DC Ferruccio Dardanello, consigliere regionale dopo la morte di Turbiglio, e Ballauri. Nel 1990 ancora un monregalese diviene consigliere regionale: Giuseppe Fulcheri, da anni ai margini delle vicende politiche, amministratore provinciale nel dopoguerra.
Alle politiche del 1992, massima affermazione del dopoguerra (13.5%) nonostante l'esplosione leghista. Costa è candidato al Senato in tre collegi (Cuneo, Mondovi e Asti) oltre che alla Camera e trionfa. Ancora una volta sceglie la Camera, favorendo Giacomo Paire che diventa senatore per il collegio di Alba ed escludendo Borgogno, per anni sindaco di Borgo San Dalmazzo, la cui polemica è molto forte.
Indubbi il carisma e le enormi capacità di lavoro e di "autovalorizzazione" di Costa, certo una delle maggiori personalità della vita pubblica provinciale nel dopoguerra.
Indubbia la sua capacità di penetrazione soprattutto nell'elettorato moderato e laico, perduto in gran parte dalla DC.
I contrasti politici nel partito negli anni 70 e '80 (negli anni '90 si attenuano e scompaiono, ma la stessa struttura di partito sempre debole ha minor peso) avvengono su linee di fondo, sugli schieramenti nazionali in vista dei congressi, soprattutto sulle candidature (e le opzioni) più che su scelte locali.
Quasi naturale la successiva identificazione del liberalismo cuneese con Forza Italia.


PRI

Vissuto per lungo tempo su un piccolo gruppo di intellettuali antifascisti a Cuneo e su parte del movimento contadinista nell'albese, il PRI continua ad essere piccola forza ancora per tutti gli anni '60. Piccola affermazione alle politiche del 1963 (2.41%) e crescita in Cuneo città, dove ai repubblicani storici si affiancano alcuni studenti (Aldo Alessandro Mola e Carlo Benigni che, a fine anni '60 diverrà segretario giovanile nazionale).
Dopo lo stallo alle politiche del '68 (2.20%), nonostante l'affermazione nazionale, il partito esplode con le amministrative del 70. Entrano, provenendo dalla DC, Ernesto Algranati e l'ex sindaco di Cuneo Mario Del Pozzo. Aderisce Guido Martino, medico motto noto in città. La secca affermazione alle regionali e alle provinciali (4.90%) e al comune di Cuneo (9% con 4 eletti, autentica novità) permette al partito di creare una rete, sempre mancata, a livello provinciale
Si formano aggregazioni significative a Mondovi (Ignazio Aimo), a Fossano (Beppe Ghisolfi e Peo Marengo), a Savigliano (Alfredo Dominici che proviene dalla tradizione liberale), a Bra (Alberto Di Caro), a Saluzzo (Reali). Il peso nell'albese è garantito dal passaggio di Vitale Robaldo e Nicola Enrichens ex socialdemocratici. L'uscita nel 1973 di un piccolo gruppo, guidato da Carlo Benigni e il suo passaggio nel 1974 alla DC, non provoca particolari traumi.
Nel 1975, Robaldo è il primo consigliere regionale repubblicano del cuneese
Lascia la carica (lo sostituiscono Enrico Gastaldi, di Priocca, fino al 1978, e l'albese Nicola Enrichens dal 1978 al 1980) per candidarsi, nel 1976, alla Camera (sarà eletto nel 1976, 1979 e 1983)
Ancora Gastaldi consigliere regionale nel 1980, e ancora un albese Fracchia, nel 1985, con un forte vantaggio sul rivale interno, Algranati.
I risultati maggiori a livello elettorale ed anche organizzativo, si hanno nei primi anni '80, in coincidenza con i due governi Spadolini.
Alle politiche del 1983, tetto massimo con I'8.38%. Sono eletti alla Camera Robaldo, che morirà pochi mesi dopo e sarà sostituito dal cuneese Guido Martino, e al Senato Quintino Cartia, primario ospedaliero a Cuneo.
Calo progressivo nelle successive consultazioni: 4.86% alle regionali del 1985 e 2.27% a quelle del 1990 (con ovvia perdita del consigliere regionale); 6.03% e 3.87% alle politiche del 1987 e del 1992, dove si consuma il distacco del parlamentare uscente Martino che lascia il partito, in contrasto con le scelte di un capolista alessandrino e con la candidatura del cuneese Carlo Felici, presidente degli artigiani e anche in risposta a critiche interne.
Negli ultimi mesi, anche il PRI subisce il fenomeno della departecipazione e della generale "crisi dei partiti”, con scarsa attività di sezione e calo frontale delle iscrizioni (200 nel 1993, contro le 3.000 di fine anni 70).
In tutto lo spazio di tempo preso in considerazione (70/92) il partito non vive contrasti di correnti o di linee politiche, a parte la rottura di Benigni
Tutto il PRI cuneese è lamalfiano e tenta di costituire un punto di riferimento per una sinistra moderata e non marxista, contenendo l'elettorato alla DC e al PLI (simili a questo i riferimenti sociali, ceto medio, professionisti...).
Contrasti nascono solo su problemi di gestione e di candidature, soprattutto, in un primo tempo, tra Cuneo ed Alba e sulla proiezione verso altre forze politiche. Se Cuneo ed Alba propongono un rapporto privilegiato con la parte "migliore" della DC, Mondovi e Fossano, anche per caratteristiche locali rifiutano questa scelta
Mai, neppure a metà anni 70, nel periodo di massima crescita elettorale comunista, tentazioni di rapporto con il PCI —Robaldo paria di un "incontro sul ponte" in cui tocchi al PCI percorrere la maggior parte della strada, in direzione di una piena accettazione della democrazia occidentale. La attesa non preclude un incontro futuro, ma la stessa base sociale del partito è molto lontana da ipotesi "filo comuniste".
Segretari provinciali: Benigni dal 1970 al 1973, Luigi Monti sino al 1975, Algranati dal 1975 al 1980 (sarà anche segretario regionale per un lungo periodo, dal 1979 al 1988, con il dichiarato intento di superare il "torinocentrismo"). Martino sino al 1983, e quindi Dominici, Rostagno (nel 1992 lascerà il partito criticando la gestione cuneese e soprattutto il ruolo di Algranati nella giunta comunale di Cuneo), Scavino e, per ultimo, Boretto, ex vicesindaco di Alba.


DC

La sconfitta alle amministrative del 1975 è letta dal segretario provinciale Bellani come l'indice delle difficoltà del partito e come stimolo per un suo profondo rinnovamento. La DC deve sempre più orientarsi sui ceti produttivi, rispondere alla sfida comunista, migliorare la qualità del quadro intermedio, degli stessi amministratori. La segreteria Zaccagnini sembra rispondere a questa necessità di rinnovamento. In provincia regge l'asse Sarti/Baldi, rappresentanti rispettivamente di un elettorato cittadino e laico e della Coltivatori diretti, tradizionale serbatoio di voti DC.
E' opera di Bellani la modificazione della struttura provinciale del partito che viene organizzato nei quattro comprensori (prima era suddiviso nelle trenta zone corrispondenti ai collegi provinciali). Si affermano nuovi dirigenti: Carlo Benigni, per alcuni anni vicesegretario provinciale e organizzatore dei giovani, Giovanni Quaglia, Angelo Mana, Alberto Leone, Franco Guida ...).
La geografia interna vede prevalere l'area sartiana e la Coltivatori diretti. A sinistra, "Forze Nuove" (Aimetti, Zanoletti, Aitò) e soprattutto nel monrelagalese la sinistra cattolica legata a Gasco.
Le elezioni del 1976 segnano una forte ripresa (52.81%) ai danni delle forze intermedie, tradizionali alleate, a causa del timore per il "sorpasso". Calo contenuto nel 1979 (49.89%) Eletti Mazzola, Cariotto, Sobrero alla Camera, Sarti, Baldi e “l'esterno" Luigi Macario al Senato.
Lieve contrazione alle regionali del 1980 (47.94% e 4 eletti).
Nel 1981, Sarti è coinvolto nelle scandalo P-2. Ovvie le ripercussioni locali.
Entra in crisi tutto l'equilibrio su cui si sono retti i gruppi di potere nel partito. Il congresso provinciale, che, per coincidenza, si svolge pochi giorni dopo l'esplosione dello scandalo, vede una forte reazione del mondo cattolico.
E' eletto segretario Giovanni Quaglia. Nella lunga relazione introduttiva, Bellani porta l'accento sulle nuove emergenze: la DC deve essere espressione di una società civile in cui il marxismo è minoritario. Non può più, quindi, vivere di rendita. Deve, invece, prepararsi a reggere la nuova sfida socialista.
Le politiche del 1983 segnano per la DC una pesante sconfitta e un secco campanello d'allarme; se a livello nazionale la politica di De Mita non ha pagato, in provincia (43.16%) è netto il calo nei centri urbani, dove parte dell'elettorato è stata catturata dal PLI e dal PRI (in un articolo Gianni Vercellotti parla di "era di Costa" che si sostituisce all'era di Sarti).(1) Sarti viene ricandidato alla Camera, non senza polemiche interne e viene rieletto con un risultato personale piuttosto modesto. Inizia una sua "riscoperta" del popolarismo cattolico, con conseguente parziale abbandono di una scelta "liberaldemocratica" che lo ha contraddistinto per molti anni. Eletti con lui Paganelli e Canotto alla Camera, Baldi e l'"esterna” Anna Ceccatelli al Senato. Nel 1984, il congresso provinciale vede due schieramenti contrapposti e un forte dibattito (l'ultimo di tale entità). Da una parte gli andreottiani (Giraudo, Miglio, TeaIdi ...), la Coltivatori diretti, "Forze Nuove" (Delfino, Arrò, Zanoletti, Aimetti ...), parte dell'ex gruppo di Sarti, dall'altra correnti legate a De Mita, Goria e ad “Impegno popolare" di Mazzotta (Bellani, Oddero, Benigni). Reciproche le accuse: la maggioranza uscente sta trasformando la DC in una forza residuale, legata a ceti sociali e ad interessi (le parrocchie e le campagne) incapaci di rispondere alla sfida liberal-repubblicana nei centri urbani. Il gruppo Bellani vuole trasformare il partito in una forza liberaldemocratica, slegandola definitivamente dalle sue radici popolari.
La discussione nelle sezioni è viva: 65% alla maggioranza, 35% a Bellani. Il rapporto di forze resterà stabile negli anni successivi. (2)
La maggioranza trionfa a Cuneo, nel saluzzese e nel monregalse, la minoranza vince a Fossano, Savigliano e Bra.
Quaglia diviene consigliere regionale per le dimissioni di Martini. Nuovo segretario provinciale è eletto Giuseppe Giordana, vicino a Sarti, in una fase, però, in cui il leader storico della DC provinciale ha perso potere e sembra sopravvivere a se stesso, in attesa di un difficile rilancio.
Nuova flessione rispetto alle regionali precedenti, ma lieve recupero sulle politiche nel 1985 (45.76% e 3 eletti). In provincia e al comune di Cuneo nasce (con enorme ritardo rispetto al quadro nazionale) il pentapartito (negli altri comuni, la situazione sarà sempre molto differenziata).
Nel 1987, nuovo calo (41.77%). Eletti al Senato Carlotto, Mazzola e Donat Cattin, alla Camera Giovanna Tealdi, Sarti e Paganelli (primo escluso Teresio Delfino). Sconfitta la candidatura di Benigni, espressione del gruppo "bellaniano" ed appoggiato da Goria.
Lieve recupero alle europee del 1989 (44.35%) e alle regionali del 1990 (4 consiglieri) con affermazione, oltre che di Lombardi e di Zanoletti, di Ferruccio Dardanello, nella DC dalle file liberali, e di Piergiorgio Peano, già sindaco di Boves, espressione di consistenti settori di volontariato cattolico giovanile. II fenomeno leghista inizia a pesare sull'elettorato DC.
Nette le difficoltà tra i commercianti ed anche nelle campagne, dove l'egemonia della Coldiretti sembrava intoccabile.
Il 5 aprile 1992, il calo è maggiore delle peggiori previsioni.
Il 30.63% nasce dall'esplosione leghista, ma anche dalla fortissima crescita liberale (la spinta di Costa sembra non più contenibile). Eletti al Senato Carlotto, Mazzola e lo storico Gabriele De Rosa (molte le polemiche nel collegio di Aba, sulla sua candidatura, "imposta da Roma"), alla Camera Tealdi e Delfino i Paganelli "entra" solo per le dimissioni di Goria, nominato ministro).
Vi è la consapevolezza di un partito ai minimi termini, di una Lega "alle porte". Parte del partito (Mazzola, Benigni, molti giovani ...) stringe il rapporto con Mario Segni e da vita ai Popolari per la riforma, impegnandosi nella campagna referendaria dell'aprile 1993.
Al congresso provinciale di Boves (primavera 1993), si presentano quattro schieramenti Forze Nuove (Delfino, Zanoletti e le sezioni del monregalese), L'area Segni, gli andreottiani, legati a Sarti, scomparso l'anno prima, alla vigilia delle politiche (Giordana, Bonino, Menardi...).
La maggioranza uscente propone come segretario un volto nuovo, il caragliese Fabrizio Pellegrino. Gli viene contrapposto Ezio Falco. Si divide (segno delle difficoltà) la Coldiretti. L'elezione di Falco (segretario amministrativo è Guido Crosetto di Marene) è salutata come vittoria del nuovo, anche se è visibile, alle sue spalle, la presenza di Mazzola e Bellani.
Quindi, la trasformazione nel Partito popolare, il non semplice rapporto tra partito e "popolari per la riforma' è l'inizio di una diaspora di cui non si vede la fine.
Fortemente presente, nel dibattito interno, l'ipotesi di superamento del partito (Mazzola parla di concezioni leniniste), a favore di una realtà più "americana", non ideologica, più attenta ai grandi mezzi di informazione, all'immagine e alla stessa figura dei candidati.


Le Leghe

Molto modesti i risultati elettorali delle forze piemontesiste (leader regionale Roberto Gremmo) nelle prime tornate elettorali. 0.80% alle regionali del 1980, 0.58% alle politiche del 1983, 0.39% alte europee del 1984 (solo 0.75% alla lista sardista, Union Valdotaine). Pochi i candidati locali; le liste paiono esterne alla realtà della provincia e il discorso piemontesista (autonomia regionale, forte polemica contro i partiti e antimeridionale, rivendicazione dell'uso della "lingua" piemontese ...) pare non sfondare
Qualche lieve progresso alle regionali del 1985 (6.000 voti, 1.66%).
Prima esplosione, anche se passa quasi inosservata, alle politiche del 1987- se la Liga Veneta non va più in là dello 0.73%, Piemont (Gremmo) raccoglie l'1.85% (7.000 voti), mentre Piemonte autonomista capitanato da Gipo Farassino ottiene il primo dato significato (circa 13.000 voti, 3.41%), superando in provincia partiti storici (PSDI, MSI) e gli stessi radicali e verdi.
Calo, invece, alle successive europee. Pesano la mancanza di struttura locale e forse il nuovo simbolo elettorale "lombardo". Solo 2.27% alla Lega Lombarda.
Se Piemont continua a non avere una struttura locale, la futura Lega Nord inizia a strutturarsi alla fine del 1989.
Il primo nucleo è costituito da Alberto Sciandra, studente universitario, Domenico Comino, insegnante, Stefano Mina, commerciante, e pochi altri. Pesa l'esperienza politica di Ansaldi, militante socialista negli anni '50-'60, tornato alla politica dopo una lunga "vacanza". Alla prima riunione organizzativa, presente Gipo Farassino, partecipano cinque persone. Si apre una sede a Cuneo
Un secondo nucleo si crea immediatamente a Saluzzo.
Nel dibattito iniziale e nei primi incontri pubblici, stenta a farsi strada la proposta politica federalista (alla Bossi), mentre permane un forte autonomismo (alla Gremmo).
La presenza alle amministrative deriva dalla volontà di entrare nei comuni e di mordere sui problemi locali, nonostante la pochezza organizzativa.
Tutti gli incontri pubblici sono finalizzati a creare nuclei nelle città e nei paesi. Il successo alle regionali è netto e, per molti aspetti, inatteso (6.19%) contro il 2.42% della Union Autonomia Piemont. Farassino è etetto consigliere regionale nel cuneese. Nel 1992 gli subentrerà Antonio Bodrero (Barba Toni), tra i fondatori del movimento occitano, poeta nella "lingua" piemontese. Alle provinciali due eletti: Lorenzo Borio (collegio di Cortemilia) e Claudio Lingua (Dronero), già monarchico e missino. Un seggio ad Alberto Seghesio, della provincia di Torino, per Piemont.
La Lega entra anche in alcuni consigli comunali: se "buca" a Bra e a Mondovl, ottiene un seggio ad Alba, due a Cuneo e a Saluzzo.
La crescita organizzativa successiva è molto forte. La progressione elettorale non ha eguali in tutta la storia nazionale e locale, tipica di un movimento emergente.
Il 5 aprile 1992 scacco della lista federalista (0.75%) nonostante la presenza di Franco Ripa, ex segretario di federazione PSI ed assessore regionale, 3.78%, nonostante la non presenza locale alla Lega Alpina-Piemonte, 20.39% (80 mila voti) alla Lega Nord. Il candidato locale, Domenico Comino, supera il capolista Farassino alla Camera, al Senato, Farassino, eletto a Cuneo, opta per la Camera (circoscrizione di Torino). Eletti Massimo Scaglione (Alba) e Luciano Lorenzi (Mondovl).
La Lega ha sfondato sull'elettorato democristiano, rompendo il tradizionale monopolio DC sulle campagne e raccogliendo consenso in vari settori della popolazione: commercianti, contadini, ceto medio, tradizionali elettori DC, ma anche della sinistra (è consistente il peso elettorale nelle fabbriche, anche se il sindacato leghista, al momento, ha poche adesioni).
Tutte le iniziative hanno successo (per tutte il comizio finale di Farassino il 3 aprile 1992 e i due comizi di Bossi nel 1990 e nel 1993). Nascono nuove sedi che coprono, a fine 1993, quasi tutto il territorio provinciale, con 27 sezioni, 4 zone (che saranno tra poco divise in cinque).
La struttura è piuttosto esile (una funzionaria a metà tempo), ma forte è l'impegno volontario, anche questa caratteristica di un movimento emergente: 2.700 iscritti, 300 militanti (la divisione sembra riproporre quella esistente nei gruppi di sinistra nei primi anni 70), autofinanziamento, partecipazione costante agli incontri interni ed esterni.
Dopo il successo elettorale costante e marcata è anche la presenza sulla stampa e sugli organi di informazione locali
Le campagne su cui la Lega ha maggiormente insistito nella sua breve storia sono state quelle generali per il federalismo, contro lo stato accentratore, per un maggior liberismo, contro il fisco (ISI - ICI), con forte connotazione antipartiocratica, anti-meridionale, capace di dare voce ad un sentimento diffuso, ma mai espresso e spesso coperto dalla retorica delle istituzioni. Non manca l'avversione verso gli immigrati, per quanto il fenomeno sia inizialmente poco diffuso nella provincia.
Le campagne locali: la grande viabilità (per l'autostrada Cuneo-Asti), la difesa della piccola e media industria contro la deindustrializzazione, l'agricoltura per la difesa della proprietà con intenti liberisti contro l'assistenzialismo passato per i canali della Coltivatori diretti, alcuni temi ambientali, la richiesta di chiusura dell'ACNA (con difficoltà dato l'atteggiamento contrario del consigliere regionale ligure) soprattutto dopo la discesa in campo di Alba e dei produttori vinicoli contro il progetto di inceneritore.
Costanti le polemiche, soprattutto anti DC, per la mancata trasparenza delle amministrazioni comunali, contro l'inefficienza, per la mancata partecipazione dei cittadini.
Netta la convinzione di poter divenire la prima forza politica nella provincia (e non solo).
Interclassista, al momento, la struttura di partito: l'organismo dirigente provinciale comprende due avvocati, due commercianti, un bancario, due impiegati pubblici, un artigiano, un piccolo imprenditore, due studenti.
Lo stato di grazia del movimento è dato anche dalla capacità di reggere alle defezioni: non hanno peso le uscite per diversi motivi, del consigliere comunale di Alba e dei due consiglieri provinciali, né hanno seguito, in loco, le piccole scissioni regionali.


Il movimento sociale

II MSI è, per lungo tempo, sostanzialmente estraneo alla provincia, come testimoniano le percentuali elettorali (addirittura inferiori all'1% nel 1948, nel 1958, nel 1963 e nel 1968).
Testimoniano questa estraneità i comizi impediti con la forza in più campagne elettorali e la mancata presenza organizzativa anche nei centri maggiori.
Anche la partecipazione alle elezioni provinciali, non va, per lungo tempo, al di là di una presenza di bandiera
A fine anni 60, l'apertura di una sede a Cuneo, in piazza Boves, significa l'inizio di una attività anche locale, in forte contrapposizione al movimento studentesco, verso settori giovanili, verso parti di ceto medio spaventate dal centro sinistra e dal possibile connubio DC-PCI
Forti l'attivismo e le capacità organizzative di Paolo Chiarenza, bancario, da poco trasferito a Cuneo.
La crescita elettorale alle politiche del 1972 (2.04% alla lista comune con il PDIUM) deriva in parte dalla presenza locale, in parte dal forte incremento nazionale, prodotto dalla gestione almirantiana e dalla volontà di opporsi al dilagare della sinistra.
Nel 1975, nonostante una leggera contrazione a livello nazionale, conferma del risultato locale. Chiarenza diventa consigliere comunale aCuneo.
Il 2% resta per anni un dato elettorale costante. Forti il tentativo di parlare ai ceti produttivi, di polemizzare contro il compromesso storico e l'unità nazionale, tentando di ritagliarsi uno spazio nell'elettorato moderato della DC, anche in concorrenza con il PLI
Costante lo sforzo di uscire dal ghetto, di poter svolgere comizi ed iniziative, rompendo il "muro" che da anni esiste attorno al partito.
Nullo l'impatto locale della scissione di Democrazia Nazionale che scompare nel 1979, dopo uno 0.90%, in provincia, alle politiche e uno 0.40% alle europee.
L'elettorato missino non ha compreso una ipotesi di destra che non ha trovato il suo spazio, risultando troppo contigua a DC e PLI.
Nel 1980, per la prima volta, il MSI ottiene un consigliere provinciale (Chiarenza) e riconferma quello comunale a Cuneo (a Chiarenza subentra Giovanni Bibbona)
Consistente la crescita negli anni successivi; alle politiche del 1983, 3.04%, 3.14% nel 1987. Nel 1985, 3.18% alle regionali e riconferma del consigliere provinciale: eletto Oreste Molinaris (collegio di S. Stefano Belbo), riconfermato anche nel 1990 e a cui, dopo la morte (1991), subentreranno prima Chiarenza e poi Carlo Cerrina. responsabile provinciale e autore di violentissime polemiche contro la Resistenza (più volte processato per oltraggio ...).
Le amministrative nel 1990 segnano, però, il momento di maggiore difficoltà, coincidente, anche, con la segreteria nazionale di Pino Rauti.
Parte consistente del voto moderato e di protesta si sposta sulla Lega. Il MSI scende ai livelli degli anni 70 (1.83%). Lieve ripresa, coincidente con quella nazionale (segreteria Fini), alle politiche del 1992 (2.11%).
Ovvie le difficoltà di spazio e di ruolo, dopo la approvazione della nuova legge elettorale maggioritaria a cui farà seguito, però, l'ingresso nel polo.
La protesta che nel meridione il partito riesce ad esprimere, sembra a nord, monopolio della Lega.


I partiti monarchici

L'ipotesi di trasformare in partito il voto monarchico al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sembra non aver presa nel cuneese che pure si e espresso per la monarchia, in un intreccio di voto moderato e di richiesta di "continuità". Alle politiche del '48, dominate dalla DC, la lista monarchica non supera 1%. L'esplosione avviene nel 1953, con il conseguimento di una media pari a quella nazionale (7%). Giocano molti elementi: un voto conservatore timoroso delle pur lievi innovazioni portate dai governi a guida DC, un sentimento tradizionalmente monarchico, anche a causa della presenza della famiglia reale in numerose aree della provincia (Valdieri, Racconigi ...), ma soprattutto il passaggio nelle file monarchiche di parte consistente del movimento contadinista della Langa che elegge parlamentare, come indipendente, il proprio leader Alessandro Scotti.
Il partito monarchico non riesce, però, a radicarsi stabilmente nella realtà della provincia, come indica il netto calo alle amministrative del '56 (poco più di 5 mila voti, 1 63% che danno, però, un consigliere provinciale). Viene eletto Guglielmo Bianco (collegio di Barge), a cui subentra, l'anno successivo Edberto Mortara (collegio di Racconigi).
La scissione tra Partito Nazionale Monarchico (PNM, leader nazionale Covelli) e Partito Monarchico Popolare (PMP, Lauro) contribuisce ad accentuare il declino politico ed elettorale
Alla Camera, nel 1958, i due partiti, sommati, superano di poco il 3%.
Nelle successive amministrative, nonostante la riunificazione a livello nazionale (nasce il PDIUM), i monarchici o saranno assenti o in liste unitarie con il MSI che accentuano il carattere conservatore e fanno perdere verso liberali e DC parte dell'elettorato (non a caso, continua è l'attenzione del PLI verso gli elettori monarchici).
Inarrestabile la contrazione: 1.72% nel 1963, 1.22% nel 1968.
Nel 1972, liste con il MSI, quasi ad anticipare lo scioglimento del partito o l'ingresso nel MSI - destra nazionale, fallita per l'ennesima volta la proposta di una "grande destra', rifiutata dai liberali.
Dopo le elezioni del 1976, difficili per la forte crescita della sinistra e la bipoiarità DC-PCI, la scissione di Democrazia Nazionale
Minima l'incidenza nel cuneese, ma, ovviamente, questa riscuote l'interesse dell'elettorato monarchico, conservatore, ma non fascista
La secca sconfitta elettorale di questa nuova formazione alle politiche del 1979 segna la definitiva scomparsa di ogni presenza di una formazione politica monarchica. Resta, invece, una presenza culturale, non priva di seguito d'opinione, particolarmente evidente in alcuni casi specifici (la morte di Umberto II nel 1983, alcune mostre, il convegno a Racconigi nel settembre 1993 ...).

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(1) Cfr. Giovanni GIORDANENGO, Culture giovanili degli anni 70, tesi di laurea, Università di Torino, scritto abbastanza documentato, ma eccessivamente "ottimista” sulla attività e sul ruolo del "movimento"


(1) Gianni VERCELLOTTI, La DC Ha futuro? In Proposte di politica e di cultura, n.3, autunno 1983

(2) Cfr. Gian Franco BIANCO, Cronache delle assemblee. Alberto LEONE, Nella nuova DC vi è spazio per la politica, Gianni VERCELLOTTI, Forse per la DC il declino non è inevitabile in Proposte di politica e di cultura, n. 4. inverno 1983/1984