APPUNTI SUI PARTITI POLITICI IN PROVINCIA DI CUNEO (1976-1992)
A metà anni 70, il PCI, è il maggior beneficiario, anche nella
provincia bianca, dell'esplosione del '68. I 32.000 voti del 72 divengono
53.000 (14.60%) nel 1975 e 64.000 (16.83%) nel 76. Ma soprattutto il partito
è cresciuto, è aumentato il numero delle sezioni, si sono moltiplicate
le iniziative e la partecipazione; La Voce è sostituita da molti giornali
locali, spesso capaci di attivizzare molti giovani Sono entrati o entrano
nel partito nuove leve che proseguono l'opera di trasformazione già
avviata. Si modifica sempre di più la stessa composizione sociale.
Dopo il forte calo degli iscritti (dai 9.000 del '47, ai 6.500 del '56, ai
3.000 dei primi anni 70), la tendenza si inverte (4.562 nel 1976).
Ai due consiglieri regionali (il secondo del tutto inaspettato) eletti nel
1975, si aggiungono due deputati alle politiche del 76: Leopoldo Attilio Martino
e Beppe Manfredi, quest'ultimo espressione del mondo cattolico in rotta con
la DC.
Nella seconda metà del 75, il segretario Franco Revelli entra a far
parte del gruppo dirigente regionale. Lo sostituisce Francesco Angeloni, leader
della CGIL locale. C'è chi ritiene che oltre alle scelte regionali
(Revelli è molto stimato da Minucci) pesi il "vecchio" partito
che si prende una 'rivincita' sull'eccessivo cambiamento portato da Revelli
(forse troppo veloce la sua ascesa interna e un po' eterodossa la sua formazione
"liberaldemocratica", per quanto la sua figura sia giocata per aprire
una breccia nel mondo cattolico e nella borghesia locali).
Sul gruppo dirigente di federazione (Primo Ferro, Ottavio Beretta, Anna Graglia)
si innesta l'ingresso di alcuni giovani (Livio Quaranta, Flavia Salvagno...)
Il rapporto federazione-sezioni non è sempre facile. Le scelte centrali
non sembrano il corrispettivo di quelle che vanno avanti, con tempi e modi
differenti, in alcune realtà locali. La politica di compromesso storico
su cui si è vinto, nonostante il mancato "sorpasso", incontra
resistenze ed incertezze, spesso non espresse, nella sua applicazione pratica.
In provincia, oltretutto, data la grande sproporzione rispetto alla DC, non
riesce a decollare.
Difficile una politica di unità anche nei drammatici giorni del rapimento
Moro.
L'onda di crescita tende, inoltre, a fermarsi e a calare, per i noti motivi
nazionali. Se la nuova sinistra vive una netta crisi, il Partito radicale
cresce fortemente a livello d'opinione.
Alle politiche del 79, il calo è considerevole (14%), nonostante la
rielezione di Manfredi e il passaggio di Martino al Senato (collegio di Casale
M.). Il totale delle liste a sinistra da 5.60%. Ancora più netto il
calo delle europee della settimana successiva (12.60%). A DP, PDUP e radicali
(5.50%) si aggiunge la forte affermazione occitanista, espressione, in parte
di un elettorato progressista che non si sente rappresenato su temi complessivi
e specifici.
Nell'autunno, il cambio della guardia: Angeloni è sostituito da Sergio
Soave, di Savigliano, direttore dell'istituto Gramsci di Torino. Entra con
autorità nel gruppo dirigente Lido Riba, dirigente della Confcoltivatori.
Soave è il primo segretario "laico" (non funzionario) e tenta
di sburocratizzare un partito che, crescendo, ha moltiplicato il funzionariato.
La segreteria è composta da 9 non funzionari (entra Ugo Sturlese),
si da più potere alle zone, si tenta, dopo lo stallo dell'unità
nazionale e il rilancio della alternativa, di dar vita a iniziative e proposte
che possano rompere la cappa di potere della DC e limitare la persistente
estraneità del partito dalla realtà provinciale.
La prima proposta è istituzionale: l'istituzione della provincia di
Alba, ma viene giocata con scarsa convinzione e tempestività nello
stesso albese, la seconda riguarda l'informazione: i giornali di partito non
penetrano nella società, occorre uno strumento nuovo, identificato
in una TV locale.
Il PCI investe molto in questo mezzo, non ricavandone, però, molti
risultati. La TV viene immediatamente indicata come "comunista",
stenta a sfondare nell'opinione pubblica, a trovare pubblicità, è
coperta da Telecupole.
Forte è anche l'impegno propositivo di Soave sui temi locali a cominciare
dallo spopolamento della montagna (la provincia di Cuneo è l'unica
in Italia ad avere perso popolazione negli ultimi 100 anni, per una migrazione
continua). Molti i convegni, si stringono rapporti con il MAO, Livio Quaranta
diventerà presidente di una comunità montana. Impegno, anche
se con proposte non sempre lineari, sulle comunicazioni (l'isolamento è
un male storico della provincia) e sull'università che Soave e Viglione,
nel 1983, propongono di decentrare in provincia.
Tutte le proposte vengono lanciate con convinzione, ma sono sempre portate
avanti debolmente, con scarsa capacità di "condurre a termine".
Lievissimo calo alle regionali del 1980 (13.03%). Primo Ferro, di Alba, sostituisce
Anna Graglia, non senza polemiche interne. Franco Revelli è eletto
a Torino, ma la sua ascesa nel partito (è vicesegretario regionale)
sarà bloccata da uno scandalo.
Polemiche anche per le candidature alle politiche del 1983: Manfredi chiede
di essere eletto per una terza legislatura, essendo state le due precedenti
interrotte in anticipo. Molte sezioni lo appoggiano, ma gli viene preferito
Sergio Soave. Pesano alcune critiche sul suo operato come parlamentare, ma
anche l'affievolirsi del peso, all'interno della sinistra indipendente, del
"dissenso cattolico", giocato molto fortemente al momento della
sua prima elezione.
In calo gli iscritti: dal 76 si sono persi 1.000 tesserati, 13.64% alla Camera
il 26 giugno con elezione di Soave. Lo sostituisce, come segretario di federazione,
Lido Riba
Alle europee del 1984, forte ripresa (15.86%). E' solo l'effetto Belinguer"
o pagano le lotte sociali contro le scelte del governo Craxi? Sta di fatto
che la ripresa dura lo spazio di un mattino. 12.48% alle regionali dell'anno
successivo (riconfermato Ferro), 11.39% alla Camera nel 1987 (riconfermato
Soave), 11.69% alle europee del 1989, a conferma di un migliore andamento
quando non pesa il clientelismo e quando si sceglie sui temi più generali
(la prima fase della segreteria di Occhetto sembra, comunque, rilanciare il
partito).
Il PCI provinciale giunge indebolito nella struttura e nel numero degli iscritti
(2.450), ma con forte volontà di rinnovamento e di rilancio all'appuntamento
dell'autunno '89. La proposta di Occhetto produce una discussione non formale
in cui emergono le tematiche nazionali (i diversi accenti sull'unità
nazionale, sui rapporti con DC e socialisti, sulla tematica ambientale) e
i problemi di gestione locate (le candidature, il rapporto centro-periferia,
il funzionariato ...).
Tutto il gruppo dirigente (Soave, Riu, Giordanino, Luigina Ambrogio) e gii
ex dirigenti o parlamentari (Martino, Angeloni...) è con la svolta
di Occhetto.
Il NO è piuttosto debole e ha come riferimento Marengo (Saluzzo), Puca
(cebano) con la mozione di Cossutta e Angelo Malamacci (Bra) e Pierfranco
Occelli (Racconigi) per la mozione 2 (Ingrao-Tortorella).
Al congresso del gennaio '90 grande maggioranza alla proposta del segretario
nazionale. Calano sensibilmente gli iscritti (all'assise di scioglimento,
un anno dopo, 2.123 contro 2.450)
Alle regionali del maggio 1990, secca sconfitta. Si scende sotto il 10%, tornando
ai livelli precedenti il '68 e la grande spallata degli anni 70. Riba diventa
consigliere regionale. Riu segretario di federazione, in un momento di fortissima
riduzione dell'apparato e di difficoltà economiche
II congresso di scioglimento riconferma una netta maggioranza al gruppo dirigente
e una affermazione significativa della mozione Bassolino (Livio Berardo, Marcello
Faloppa, segretario della CGIL, Franco Giordanino ...).
Poca o nulla l'adesione organizzata a Rifondazione. Si assiste,
però ad una scissione silenziosa (1.620 gli iscritti al PDI nel suo primo
anno) a difficoltà in alcune sezioni, ad un forte calo di lavoro
In alcune realtà, il PDS raccoglie nuove adesioni, e si da vita realmente
ad una nuova formazione politica: a Fossano aderiscono Manfredi, Domenico Romita
già dirigente socialista, e giovani di formazione cattolica, a Bra tutto
il gruppo del PDUP e dellARCI (Petrini, Barbero, Ugo Minini, Bruna Sibille ...),
ad Alba e a Savigliano si formano nuovi gruppi dirigenti. Difficoltà
a Cuneo, Mondovi e Saluzzo.
Forti polemiche interne per le candidature nel '92. Soave non è più
candidato alla Camera, avendo alle spalle due legislature. Le sezioni si dividono.
Il risultato (circa 24.000 voti, 6.10%) è molto modesto; neanche negli
anni più duri il PCI era sembrato cosi lontano dal corpo della società
cuneese.
"Pagano" sole le personalità locali: Soave a Savigliano (Senato),
Aldo Bruna a Cortemilia e in val Bormida (Camera), segno di un voto molto personalizzato.
Agli scontri interni (il risultato è dipeso solo dalle vicende nazionali
o anche dalle candidature sbagliate?) si sommano le difficoltà organizzative
e finanziarie; l'apparato viene ulteriormente decapitato (unico funzionario
Mario Riu), si vendono alcune sedi per far fronte ai debiti.
Forte l'impegno per il si al referendum Segni, anche se con prospettive e toni
differenti: come base per uno sfondamento al centro o per una indispensabile
unità delle sinistre?
Dopo lo scioglimento del PCI e la nascita del PDS, le correnti
di minoranza in provincia rifiutano la rottura: troppo debole è la sinistra
per dividerla ulteriormente, meglio un impegno nel PDS in attesa che si chiarifichino
le sue scelte. Le prime iniziative per la rifondazione sono, atipicamente rispetto
a quanto accade nazionalmente, di DP (dibattiti a Cuneo, Alba, Fossano, Mondovì,
Saluzzo ...). Le non adesioni al PDS sono in genere individuali (Beppe Sasia
a Cuneo, Enzo Lisai a Bra ...) e servono a formare i primi nuclei. Fa eccezione
Mondovi, dove nasce un gruppo di iscritti corposo, anche se privo di attività.
Il congresso provinciale costitutivo (Cuneo, dicembre 1991) vede realtà
a Mondovi, Cuneo, Saluzzo, Bra, Borgo San Dalmazzo, una discreta attività,
ma solo 136 iscritti, pur in presenza di un forte calo organizzativo del PDS.
Primo segretario provinciale Sergio Dalmasso.
La campagna elettorale è condotta con pochi mezzi e senza leader nazionali
(unica eccezione una breve conferenza di Lucio Libertini). All'interno di un
dato complessivamente negativo per tutta la sinistra (solo 13% complessivamente),
Rifondazione ottiene il 2.4% alla Camera e il 2.6% al Senato. Discreti i dati
nell'albese e nel braidese, su medie nazionali a Racconigi, modesti a Cuneo.
Il periodo successivo segna una lieve crescita organizzativa, l'apertura di
rapporti con varie realtà politiche (il circolo Sinistra oggi, l'attività
culturale del CIPEC), un notevole attivismo (la sfortunata campagna per il NO
al "referendum Segni", la raccolta di firme per i referendum sociali),
ma l'incapacità o impossibilità di uscire dai limiti di una formazione
politica minoritaria.
La oggettiva sconfitta alle politiche del 76 spinge il PSI
a ricercare una via più autonoma rispetto al PCI e a ritrovare un abbandonato
orgoglio di partito. La prima fase della leadership di Craxi coincide con lo
sforzo di salvare il partito e di rilanciarlo, evitando di vederlo schiacciato
tra DC e PCI.
In provincia, la segreteria di Marcello Garino tenta di riorganizzare una struttura
molto debole, di ridare linea ed iniziativa, di riaprire confronti "alla
pari" con altre forze. Consistente il peso del saluzzese e costante il
duello tra Vineis - forte appunto in quest'area - e Vigione, presidente della
giunta regionale, e prevalente nell'area di Cuneo, personalità molto
diverse per carattere e stile di lavoro, più che per linea politica e
riferimenti nazionali.
Proprio la divisione tra le due "anime" del partito da peso alla sinistra
"lombardiana" (Romita, Musso, Lidia Rolfi) che riesce spesso ad essere
l'ago della bilancia negli equilibri intemi.
Stallo alle politiche (8.95%) e alle europee (9.20%). Riconfermato senatore
Cipollini. I 30.000 voti raccolti sembrano quasi “fisiologici". Garino
è rieletto segretario al congresso provinciale (ottobre). Netta crescita,
invece, alle regionali del 1980. Pesa notevolmente la figura di Viglione che
raccoglie un grosso successo personale e che fa la differenza tra politiche
ed amministrative.
E' il maggior peso dell'ala “viglionea" a determinare il cambio di
segreteria al congresso dell'aprile 1982. Nuovo segretario Gianni Bonino, commerciante
di Cuneo. Nuovo stallo alle politiche del 1983 (30.872 voti. 8.51%) alle europee
del 1984 (8.80%) dove pare che il PSI locale rischi di essere schiacciato nella
morsa DC-PCI. Dal novembre 1983 è segretario il caragliese Franco Ripa
che viene riconfermato nella carica al congresso dell'aprile 1984.
Risultato non entusiasmante alle amministrative del 1985 (alla Regione 40.632
voti, 10.91%) Sembra iniziare a declinare la stella di Viglione che, pure, anche
con il cambio di maggioranza regionale (dalla sinistra al pentapartito) viene
eletto presidente del Consiglio
II mutamento degli equilibri interni al partito è sanzionato, inaspettatamente,
dal congresso provinciale del 6-7 dicembre 1986. La maggioranza viglionea si
spacca in alcuni settori e viene eletto segretario provinciale, un "uomo
nuovo", Antonio Vita, fossanese, che ha preso in mano il partito nella
sua città dimostrando un forte attivismo, grosse capacità organizzative,
ma anche una certa pratica "clientelare'. La nuova maggioranza (alleanza
fra la sinistra, l'ala legata a Vineis e Garino e Vita) gestisce il partito
per due anni
Alle elezioni politiche del giugno 1987 lieve crescita (10.68%), ma forte scontro
interno. La candidatura di Vita è appoggiata dall'alessandrino Borgoglio
(sinistra), ma la spunta per pochi voti Marisa Boniver, sostenuta dalla minoranza
"viglionea".
Al successivo congresso, a fine '68. Antonio Vita cambia corrente e sposta la
maggioranza. Di stretta misura, nonostante il forte fuoco di sbarramento degli
ex-alleati, è rieletto segretario
A fine '88, muore in un incidente d'auto, Aldo Viglione, certo una delle figure
più significative del socialismo cuneese del dopoguerra, amministratore,
organizzatore, per anni consigliere provinciale e segretario della federazione.
Lo sostituisce alla regione Franco Ripa.
Le amministrative del '90 segnano un nuovo forte scontro interno. Ripa non è
rieletto consigliere, superato di misura da Marcello Garino (nominato in seguito
assessore regionale all'ambiente). Il partito, soprattutto a Cuneo città,
è sempre più diviso in gruppi differenziati più che per
linee politiche per problemi tutti intemi e per scontri elettorali. Buoni i
risultati complessivi (12.47%) e netto lo spostamento dei rapporti di forza
interni a favore del saluzzese che elegge oltre al consigliere regionale, 3
dei 4 consiglieri provinciali.
Uscito di scena Vita, nell'ottobre è eletto segretario l'albese Lorenzo
Frea, in una fase nazionalmente molto positiva, ma localmente caratterizzata
da gravi problemi di gestione interna.
Cambia, però, anche il vento nazionale. L'ascesa socialista che pareva
inarrestabile, si blocca davanti al successo del referendum sulla preferenza
unica, allo scacco nelle regioni siciliane, alle prime contestazioni interne
alla leadership di Craxi.
L'emerge di “Tangentopoli" contribuisce alla sconfitta elettorale
del 1992 e alla tendenza "centrifuga” cui essa da vita.
Alle politiche del 5 aprile, non è presente alcun candidato di punta
locale. II partito cuneese si divide nell'appoggio a tre alessandrini (eletti
Sorgoglio e Romita). Modestissimi i risultati (28.192 voti, 7.24%, minimo storico
nel dopoguerra).
Crollo anche nel tesseramento: le oltre 4.000 tessere del 1971 sono scese fortemente
sino ad arrivare al minimo di 2.211 net 1981. La fine anni 80 le vede salire
sino alla punta delle 4.423 del 1969, con un secco calo, però, successivo:
3.928 (1990), 3.275 (1991), 2.256 (1992) con una ulteriore "discesa"
nel 1993.
Lascia il partito il segretario Frea. Garino sceglie Alleanza Democratica. II
nuovo segretario Giovanbattista Fossati incontra notevoli difficoltà
nel rilanciare una struttura molto debole, al momento del tutto priva di iniziativa
e tesa solo a "prendere tempo". Molti gruppi consiliari nei comuni
(Cuneo, Borgo S.D.) si spezzano. Deboli anche le prospettive di riunificazione
socialista (le aggregazioni sembrano nascere su basi del tutto a-ideologiche)
e di Alleanza Democratica che pare un esercito di ufficiali privi di truppe
Gli anni migliori per la socialdemocrazia cuneese coincidono,
quasi per un paradosso, con le due scissioni del 1947 e del 1969, dopo la breve
riunificazione del "66
II ruolo della nuova formazione è testimoniato dal peso organizzativo,
dagli incarichi a livello regionale, ad alcuni suoi esponenti, dal risultato
elettorale (alle regionali del 1970, 24 mila voti - 7% - contro i 42 mila -
12.30% - del PSI, 6.56% - contro il 13.86% dello stesso PSI alle politiche del
1972).
Risultato positivo alle amministrative del 75 (alle regionali 7.60%, alla provincia
3 eletti e presenza in giunta).
Nel 76, al congresso provinciale (Cuneo, teatro Toselli) emerge la corrente
romitiana Sinistra democratica, favorevole ad un maggior dialogo con la sinistra
e alla formazione di un'area socialista (PSI-PSDl)
Quasi tutto il quadro locale (Benatti, Streri, Franco ...) si schiera su questa
ipotesi. Contrario Pecollo che presenta una mozione locale, più vicina
alla maggioranza nazionale del partito. Attiva la componente giovanile, guidata
da Beppe Tassone. 1.900 i tesserati. Segretario provinciale Ugo Cerrato, vicinissimo
a Romita.
I dati elettorali non positivi (5% alle politiche del 76 e del 79 e alle europee
dello stesso anno) non modificano la maggioranza locale. Nei congressi successi
('79 e '82) la mozione Sinistra democratica ottiene l'unanimità.
Iniziano a farsi strada il dialogo con il PCI e la proposta (che però
sarà scarsamente praticata) di un'alleanza alternativa all'egemonia DC
nella provincia (nascita di un polo socialista democratico che tenga anche conto
delle revisioni in corso nel PCI).
Dal 1980 è segretario il cebano Piero Franco.
Recupero alle regionali (6 67%), a dimostrazione di un partito con un certo
radicamento locale (alle comunali di Cuneo, pesa molto la figura di Nello Streri)
e con alcune leve di potere (gli incarichi ministeriali di Romita, l'istituto
autonomo case popolari...).
Termina qui la breve meteora di Matteo Viglietta, piccolo industriale fossanese,
che ha addirittura fondato un settimanale, // piccolo della Granda, nel tentativo
di sfondare in politica, dando vita, per primo, a campagne elettorali molto
dispensiose e tutte giocate sulla sua persona.
Da allora, calo progressivo: 5.20% nel 1983 (Camera), 4 74% nel 1984 (europee),
4.86% nel 1985 (regionali), 3.06% nel 1987 (Camera), 2.71% nel 1989 (europee),
2.28% nel 1990 (regionali), quando crollano anche alcuni bastioni tradizionali
(regge solo Cuneo alle comunali), 1.18% nel 1992 alla Camera, punto più
basso mai toccato dal partito nel suo quasi mezzo secolo di vita.
A livello interno, l'unanimità manifestata nei congressi del 1979 e del
1982 scompare nel 1984, quando al congresso provinciale (Borgo San Dalmazzo)
si forma, nonostante il voto unitario su tutti i documenti, la corrente legata
a Nicolazzi. La leadership dei romitiani è messa in discussione e accusata
di non favorire un rinnovamento nei quadri locali, oltre che di essere confluita
nazionalmente con la corrente che fa capo a Pietro Longo.
Degli otto delegati al congresso nazionale due (Ermanno Mauro e Barbano) sono
"nicolazziani".
Lo scontro fra le due correnti continua, ma nel congresso successivo (1966)
si vota unanimemente una mozione locale che auspica che, in sede nazionale,
abbiano termine i contrasti fra le correnti. Emerge, comunque, in alcuni settori
una certa scontentezza verso la gestione romitiana. Viene eletto segretario
Maurilio Fratino, molto vicino al parlamentare alessandrino.
Forte il calo nelle iscrizioni (poco più di 1.100 i tesserati).
Tra il 1988 e il 1989 si consuma la scissione nazionale capitanata da Pierluigi
Romita, convinto dell'esaurimento di ogni ruolo del partito e della necessità
di confluire nel PSI. Passano con lui al PSI Fratino, Cerrato e Franco con la
maggioranza delle sezioni del cebano e della Langa
Il congresso del febbraio 1989 dimostra la permanenza nel PSDI del 60% degli
iscritti, dei consiglieri provinciali e di quelli comunali di Cuneo, Bra, Fossano,
Savigliano, Saluzzo ...
La scommessa di reggere e di rilanciare il partito va di pari passo con la gestione
nazionale di Cariglia che tenta di presentare come necessario e indispensabile
il ruolo della socialdemocrazia, soprattutto davanti alla crisi del mondo comunista
Segretario provinciale è eletto Carlo Benatti. Vice segretario Nello
Streri, da anni assessore alla cultura a Cuneo e il dronerese Ermanno Mauro,
assessore provinciale.
Le successive sconfitte elettorali e la crisi del PSI significano, anche per
la socialdemocrazia locale, il venir meno di chiare prospettive politiche
Impossibile riproporre un semplice rilancio del partito, come pure l'ipotesi
di un'area socialista, il PSDI, nel 1990, tiene un congresso di programma, proponendo,
tra l'altro, una legge speciale per la provincia di Cuneo, valutata "area
depressa" e per cui si chiede un diverso e maggiore riparto del finanziamento
che lo stato da agli enti locati.
L'anno successivo, il convegno organizzativo provinciale è una semplice
verifica dello stato organizzativo del partito.
Il tesseramento, come per la quasi totalità delle formazioni politiche,
vede un calo progressivo (nel 1992, 400 iscritti). Permane la segreteria a tre
(Benatti, Streri, Mauro), con un direttivo (21 componenti).
Quasi del tutto assente la attività esterna (solo qualche sporadica iniziativa
nelle campagne elettorali), il PSDI, anche a causa della nuova legge elettorale,
sembra cercare uno spazio in un'area "progressista", stretto tra i
vari tentativi di riformare un centro e il PDS, con cui, almeno localmente,
paiono non esservi grandi differenze su analisi complessive e generali, quanto
contrasti sulla politica locale (giunte...).
La sconfitta elettorale del 76 segna l'inizio della crisi
frontale della nuova sinistra anche in provincia. Non solo si è lontani
dai due milioni di voti previsti da Lotta Continua, ma l'ipotesi del governo
della sinistra, fatta propria dal PDUP, diviene sempre più irrealizzabile.
In LC si manifesta immediatamente una tendenza centrifuga che diviene impossibile
contenere. Le donne accentuano posizioni di separatismo e di rifiuto della politica,
i giovani moltiplicano un distacco dalla formazione politica su posizioni "autonome"
(molto vicine alla prima Lotta Continua), la tematica operaia sembra perdere
ta sua centralità e divenire propria solo dei lavoratori di fabbrica.
Al congresso nazionale di Rimini (autunno 1976), il gruppo è ufficialmente
sciolto per confluire in un movimento indistinto: impossibile mediare tra le
spinte dell'ala operaia che si radicalizzano, quelle dei giovani (musica, sessualità,
libertà individuale, forte antiautoritarismo anche verso qualunque struttura
di partito - sono i mesi non per caso - del grande successo commerciale di Porci
con le ali), il separatismo femminista che modifica la gerarchla fra le contraddizioni,
ponendo quella sessuale come prevalente su quella di classe, le tendenze violentiste.
Vivere nel terremoto è lo slogan del leader nazionale Adriano Sofri che
sembra presupporre lo scioglimento nel movimento e un nuovo inizio.
In provincia, la struttura viene mantenuta per qualche tempo, ma il tentativo
di mediazione e di collegamento, operato soprattutto da Franco Bagnis non regge.
Il congresso locale del 76 vede una incomunicabilità tra te tematiche
operaie (Franco Crespo) e quelle femministe. Riaffiora tutto lo spontaneismo
iniziale del gruppo. Le sedi della provincia (Fossano, Savigliano, Langhe ...)
perdono iniziativa specifica.
Nel 77, l'esplosione del movimento giovanile vede anche in loco il moltiplicarsi
di iniziative. Al PDUP che ripropone l'intervento verso la scuola come centro
del mondo giovanile, l'area di LC risponde concentrando l'interesse verso forme
di aggregazione diverse. Se nel dicembre 76 gli studenti del PDUP organizzano
una manifestazione antifascista con Giovanbattista Lazagna, pochi mesi dopo
esce il numero unico "movimentista", di Che fame che ho, 18 febbraio
'77 vi è la contestazione (lancio di uova) ad uno spettacolo del teatro
Toselli, si diffondono tematiche situazioniste, fanno capolino, anche se in
sedicesimo, gli "indiani metropolitani”.
Spingono verso queste scelte, in LC, Pino Rosa e Ferdi Jaloux (loro una trasmissione
periodica: Ciuff-Ciuff a Radio Cuneo democratica).
A questa radio, fondata da Luigi Schiffer e Silvio Giachino che, di fatto, lasciano
il gruppo, trasmissioni del collettivo politico femminista, degli omosessuali,
del CISA(1).
Più "politica” la situazione del PDUP. Dopo la sconfitta elettorale,
per quanto meno traumatica che per LC, viene meno la prospettiva del governo
delle sinistre e si apre una profonda crisi nazionale. Le due anime, fuse con
difficoltà, non convivono e nella primavera del '77 si giunge ad una
scissione che da vita al PDUP (Magri, Castellina ...) e a Democrazia Proletaria
(Foa, Miniati, l'ex MPL).
A Cuneo, Fulvio Romano e gli studenti accusano fortemente chi ha diretto la
campagna elettorale (soprattutto Robero Baravalle) di un eccesso di 'istituzionalismo
e per una eccessiva "gerarchizzazione" interna.
In autunno, a Bra, grande convegno sulla cultura e i movimenti, organizzato
da Cario Petrini. Interviene Lidia Ravera su Porci con le ali Nuto Revelli parla
del Mondo dei vinti che sta terminando. Conclude Lidia Menapace.
Il dibattito nazionale accresce le fratture locali. La scissione si consuma
con un dibattito locale molto superficiale. Ognuno sembra scegliere a seconda
delle sue precedenti appartenenze. La provincia sembra tagliata. A Bra ed Alba
(minimamente Savigliano) si va con Magri. Il nuovo PDUP sarà diretto
da Petrini, Bruno Magliano, Tom Cossolo, Mara Fabbri, Silvio Barbero. Bra sarà,
forse nazionalmente, la città dove maggiore è la presenza sociale
e culturale del piccolo partito
DP si forma a Cuneo (Sergio Dalmasso, Luigi Danzi, Beppe Cicero), Fossano e
Saluzzo (Sandro Midulla e Gigi Ferraro). Baravalle e Pierpaolo Squarotti lasciano
dopo poco: impossibile l'unificazione politica tra spezzoni troppo differenti
per storta e cultura. Antonio Degiacomi sceglie l'impegno sindacale nella CISL.
Se il PDUP sarà sempre un partito braidese, DP non riuscirà mai
a superare i limiti di un piccolo gruppo con scarsa o nulla incidenza sociale.
Le elezioni del '79, fallito nazionalmente un tentativo di accordo, vedono il
PDUP affermarsi (6 eletti) e DP franare sotto la sigla di Nuova sinistra unita
(NSU). Anche in provincia, nonostante le varie adesioni e una campagna elettorale
molto attiva, NSU, frana (0.73%). 1.26% al PDUP
Scompare Lotta Continua che in parte aderisce a NSU (candidatura di Franco Bagnis),
in parte appoggia il partito radicale (dichiarazioni pubbliche di Paolo Tomatis
e Pino Rosa). Forte la spinta verso la scheda bianca.
DP vive la sua crisi più grave e riesce a reggere a fatica (1.09% alle
regionali dei 1980) rilanciandosi nonostante la nulla struttura, su alcuni temi
specifici e caratterizzanti: l'opposizione al nucleare, l'accentuazione della
tematica pacifica (no alla NATO), la raccolta di firme (primavera 81) su due
referendum sociali. Dal 1980 nasce un piccolo gruppo a Mondovì.
Alle elezioni del 1983. il PDUP sceglie l'ingresso nelle liste del PCI e DP
cresce (1.86%), con Dalmasso secondo per preferenze dopo Ludovico Geymonat.
Si ha una breve fase di crescita che porta al "top" elettorale alle
europee del 1984 (1.96%. candidato Dalmasso) con un evidente lieve incremento
del voto operaio, ma soprattutto giovanile, pacifista ed ambientalista. I nodi
dati dalla pochezza organizzative vengono al pettine l'anno successivo (1985),
quando la nascita delle liste verdi leva a DP parte dei consensi (alle regionali
1.48%).
La percentuale elettorale dell'1.5% rimarrà costante sino alle europee
del 1989 (candidata Olga Bertaina), come pure costanti saranno il numero degli
iscritti (qualche decina su un teritorio enorme) e delle sedi o dei gruppi locali
e la difficoltà di penetrare nel braidese e nell'albese, nonostante la
confluenza del PDUP nel PCI e i discreti risultati elettorali.
Sono questi limiti locali, legati alla spaccatura nazionale (la scissione dei
Verdi arcobaleno nel 1989) a determinare il calo elettorale del 1990 (solo lo
0.90%, punta minima, a parte NSU).
Il 1991 vede lo scioglimento di DP e il suo ingresso nel processo di costruzione
di Rifondazione comunista.
La scelta non è unanime. Spinge per questa soprattutto Dalmasso (suoi
gli interventi agli ultimi congressi del PCI e il "manifesto": Per
la rifondazione comunista, ignorato da tutti i giornali locali). Aderiscono
trenta dei quaranta iscritti. Torna a far politica Carlo Masoero, già
segretario del PDUP a Genova.
In disaccordo soprattutto le donne, secondo cui Rifondazione non rompe con il
vecchio PCI e molte tematiche della nuova sinistra sono cancellate. Torna l'eterna
discussione sulla forma partito e il rapporto con i movimenti.
Lo scioglimento di DP (giugno 1991) è votato all'unanimità, ma
restano incomprensioni e modi diversi di azione politica, già presenti
in tutta la storia non solo di DP, ma di tutti i gruppi, nazionalmente e localmente.
Dopo la risicata affermazione del 76, il PR sembra qualificarsi
come la maggior forza di opposizione (il PCI è nella maggioranza e la
nuova sinistra è paralizzata dai contrasti interni). L'egemonia di Pannella
si accentua sempre più. A livello locale il partito cresce, si caratterizza
come la formazione dei referendum, nuova, agile, portatrice di un modo nuovo
di fare politica, critica verso i partiti tradizionali e le scelte di compromesso.Forte
l'iniziativa negli anni 78-79 che culmina nel grande successo elettorale alle
politiche (3.60% in provincia, con buona affermazione a Cuneo, oltre il 6%).L'anno
successivo, la scelta è di non presentare liste radicali alle elezioni
amministrative. L'anima spontaneista e "centralista" sembra prevalere
su quella che vuole un forte radicamento organizzativo e nelle istituzioni.
A Cuneo nasce una lista locale L'altra Cuneo che deve il suo successo (un consigliere,
ma solo un terzo rispetto ai voti radicali dell'anno precedente) in gran parte
al capolista Gianfranco Donadei. La crisi del partito locale esplode negli anni
successivi. Manca una inizativa locale, tutti i gruppi federati si autonomizzano
o cessano una attività specifica, si contestano alcune scelte personalistiche
di Pannella.
La sede di Cuneo viene chiusa nel 1983 e, nello stesso anno, i militanti cuneesi
non partecipano alla campagna elettorale per le politiche, dove il partito,
comunque, flette, ma non crolla (2.63% nella provincia, con un forte ricambio
del voto).
Molti radicali (Donadei, Mario Casana, Sergio Bruno) aderiscono alle liste verdi
che nascono dal 1985 in poi. Nonostante questo, nello stesso 85, causa un mancato
accordo a livello regionale, sono radicali esterni alla provincia ad inventarsi,
nel giro di pochi giorni, le Liste verdi civiche, in forte polemica con il Sole
che ride e a raccogliere inaspettatamente una percentuale livemenete superiore
a questo (1.78% contro 1.72%), anche se mancano il seggio alle provinciali (1.84%).
Da allora manca una presenza specifica di partito, anche se alcune tematiche
(carcerazione preventiva, tossicodipendenza, fame nel mondo ...) tornano periodicamente
ad essere agitate, soprattutto in occasione delle campagne elettorali dalle
liste antiproibizionista (1.27% alle europee del 1989), antiproibizionista laica
verde e civica (1.31% alle regionali e 1.53% alle provinciali del 1990), Pannella
(1.18% alle politiche del 1992).
Non assente, anche se minoritaria, la tematica radicale nel referendum "Segni"
(aprile 1993).
Anche a Cuneo si inizia a parlare di liste verdi nell'autunno
del 1984, in vista delle future amministrative. Viene fatto circolare un questionario
della rivista Nuova ecologia, si muovono alcuni ambientalisti da Elio Allario
(già iscritto al PCI , al PDUP e a DP) a Gianfranco Peano, massimo attivista
locale del movimento antinucleare e nel 1983 candidato alle politiche come indipendente
in DP; dimostrano interesse alcune associazioni ambientaliste e il settimanale
La Masca che ha grande successo di pubblico soprattutto in Cuneo città,
non solo in ambienti di sinistra.
L'ipotesi è di dare voce all'ecologismo e al pacifismo che non sono rappresentati
dai partiti (molto forti l'estraneità e la critica verso di essi) di
rifiutare una delega data per troppo tempo, di modificare il "vecchio modo
di fare politica”, troppo comune anche nella sinistra.
Secca la polemica con la piccola DP che ritiene pericoloso il costituirsi di
un "monopolio" sui temi ambientali e insiste sulla necessità
di non isolare l'ambientalismo.
L'ipotesi verde aggrega nel saluzzese (Osvaldo Fresia), nell'albese (Luigi Scarsi),
a Dronero. Per la formazione delle liste, rottura con il partito radicale regionale
per la scelta di alcune candidature. A Fossano Luciano Casasole e Guido Brizio
formano la lista Verde Civica.
Per le provinciali, alleanza con il MAO e formazione di Verdi - Valli occitane
con accordo di rotazione per il consigliere. I risultati elettorali sono buoni,
anche se forse minori di quelli sperati (1.72% alte regionali, 2.23% alle provinciali,
con l'elezione di Domenico Poggio di Dronero).
Il periodo successivo vede una crescita della tematica verde (forte l'interesse
dei media) e il tentativo di applicazione della formula pensare globalmente,
agire localmente. Molte le iniziative su discariche, viabilità (campagna
contro l'autostrada e per la superstrada Cuneo-Asti), problemi del traffico
e della montagna, a favore del parco fluviale di Cuneo ...
La lista "unica" alle politiche del 1987 somma i voti delle due precedenti
(3.4%), ma sono le europee del 1989 a segnare il massimo successo elettorale.
I verdi sembrano sfondare, uscendo da un elettorato di sinistra o comunque legato
alle associazioni che sembrava in parte caratterizzarli nei loro primi anni.
II loro peso sembra dover crescere ulteriormente e diventare determinante a
breve termine. In provincia, 4.05% al Sole che ride, 2.80% alla nuova formazione
dei Verdi arcobaleno. La possibile unificazione sembra poter dar vita alla quarta
formazione politica nel paese.
Questo non accade. L'anno successivo, alle regionali non si ha il previsto sfondamento.
A Cuneo, per contrasti con la regione, sulle formazioni delle liste, il Sole
che ride non si presenta, 4.72% agli arcobaleno. Nonostante l'aumento dei voti,
un solo seggio alla provincia (Elio Allario).
Qualche incrinatura nell'immagine di "portatori del nuovo". Anche
i verdi paiono non essere esenti dai vizi dei partiti e della politica.
Ulteriore calo, nonostante l'unificazione, nel 1992 alle politiche (2.69%).
Oltre al calo di immagine, pesa la nascita della Rete, priva di una reale struttura
provinciale, ma capace di raccogliere consenso soprattutto in ambiente giovanile
e cattolico, spesso con motivazioni simili a quelle che avevano favorito il
successo verde (il non essere partito, la struttura agile ...).
II 1976 segna un doppio cambio della guardia nel PLI, a livello
nazionale e locale. La linea di centro destra del segretario Bignardi è
ribaltata da Valerio Zanone che diventa il segretario nazionale e salva il partito,
per il rotto della cuffia, alle elezioni politiche (1.3% minimo storico e solo
5 deputati e 3 senatori).
In provincia, non è più eletto Vittorio Badini Confalonieri, parlamentare
dal 1946, (con l'eccezione del '48). Lo sostituisce Raffaele Costa, nel partito
solo da un anno, consigliere comunale a Mondovi come "cattolico" in
una lista "liberali-indipendenti", proveniente dalle file monarchiche.
Il giornale da lui diretto Provincia duemila, sviluppa una forte campagna contro
la sinistra, i pericoli di un accordo DC-PCI, l'improduttività del settore
pubblico, coniugando liberismo a toni leghisti "ante litteram".
La sua affermazione è inaspettata. La candidatura è stata proposta
dallo stesso Badini Confalonieri e dal senatore monregalese Balbo per conquistare
voti moderati con l'opposizione della "sinistra" interna (la sezione
di Cuneo e i giovani, vicini alle posizioni del nuovo segretario nazionale e
di Altissimo).
La segreteria provinciate di Giuseppe Fassino si avvicina alle posizioni di
Costa che segna anche un mutamento nello stile del partito nel cuneese: più
aggressivo e meno portato ad "ententes cordiales" con la DC.
Alle politiche del 79, lieve rilancio su scala nazionale e buona affermazione
locale (dal 5.30% all'8.52%). Ancora due parlamentari cuneesi: dopo la rinuncia
di Giuseppe Balbo, Costa è eletto a Camera e Senato e opta per la prima
favorendo Fassino contro il cuneese Gianmaria Dalmasso, suo oppositore interno,
che viene, però, nominato segretano provinciale con garanzia di elezione
alla regione l'anno successivo
Il peso elettorale di Costa e del monregalese si manifesta, però, anche
alle regionali, con l'appoggio ad Antonio Turbiglio che, ancora una volta, brucia
Dalmasso, provocando polemiche e lasciando strascichi nella struttura provinciale.
Costa, di fatto, costituisce una sua corrente personale, allarga il proprio
periodico che progressivamente esce da una dimensione provinciale e chiama a
raccolta una destra liberale moderata in una polemica antistatalista.
Ancora esclusione di Dalmasso (eterno secondo) nelle politiche del 1983, dove
il partito cresce ultenomnente (13.01%, terzo in provincia, ad una incollatura
dal PCI). Fassino è senatore nel collegio di Cuneo, Costa eletto a Camera
e Senato, opta, ancora una volta per la Camera, favorendo il torinese Bastianini.
La segreteria Dalmasso (dal 1984 al 1990 membro della direzione nazionale) è
in evidente difficoltà e regge ai nuovi equilibri, che si spostano "a
destra” (data anche la base degli iscritti), tentando una ricomposizione
sui metodi di gestione interna e stemperando i contrasti.
Falliscono le liste unitarie con i repubblicani alle europee del 1979 e del
1984 (13.98%). Troppo diversi i due elettorati, 9.52% alle regionali del 1985
(rieletto Turbiglio).
Nel 1985 ingresso nelle maggioranze alla Provincia e al Comune di Cuneo.
II 1987 è l'anno del congresso di Genova dove Costa si allea a Biondi,
ma la maggioranza va alla "corrente" che elegge segretario Altissimo,
e delle elezioni politiche dove inaspettatamente si candida alla Camera, nelle
liste liberali, Gianni Vercellotti, ex democristiano di sinistra, da anni lontano
dalle vicende politiche. Ancora opzione di Costa per la Camera, a favore di
Fassino, che torna al Senato, e a danno dello stesso Vercellotti.
Da questa data, il parlamentare monregalese diventa l'autentico "padrone”
del partito locale con l'80% dei consensi contro il 20% alla "sinistra".
Sempre più il PLI si identifica con le sue posizioni e le sue scelte
(forte polemica anticomunista, difesa dei diritti individuali del cittadino,
schiacciato dalla burocrazia, polemica contro l'inefficienza e gli sprechi dello
stato).
La segreteria provinciale passa prima a lui stesso, poi a Marcello Dattrino
(di Sommariva Bosco). Presidenti Fassino e quindi Cino Rossi.
A Mondovi piccola crisi che non incide però sull'elettorato: passano
alla DC Ferruccio Dardanello, consigliere regionale dopo la morte di Turbiglio,
e Ballauri. Nel 1990 ancora un monregalese diviene consigliere regionale: Giuseppe
Fulcheri, da anni ai margini delle vicende politiche, amministratore provinciale
nel dopoguerra.
Alle politiche del 1992, massima affermazione del dopoguerra (13.5%) nonostante
l'esplosione leghista. Costa è candidato al Senato in tre collegi (Cuneo,
Mondovi e Asti) oltre che alla Camera e trionfa. Ancora una volta sceglie la
Camera, favorendo Giacomo Paire che diventa senatore per il collegio di Alba
ed escludendo Borgogno, per anni sindaco di Borgo San Dalmazzo, la cui polemica
è molto forte.
Indubbi il carisma e le enormi capacità di lavoro e di "autovalorizzazione"
di Costa, certo una delle maggiori personalità della vita pubblica provinciale
nel dopoguerra.
Indubbia la sua capacità di penetrazione soprattutto nell'elettorato
moderato e laico, perduto in gran parte dalla DC.
I contrasti politici nel partito negli anni 70 e '80 (negli anni '90 si attenuano
e scompaiono, ma la stessa struttura di partito sempre debole ha minor peso)
avvengono su linee di fondo, sugli schieramenti nazionali in vista dei congressi,
soprattutto sulle candidature (e le opzioni) più che su scelte locali.
Quasi naturale la successiva identificazione del liberalismo cuneese con Forza
Italia.
Vissuto per lungo tempo su un piccolo gruppo di intellettuali
antifascisti a Cuneo e su parte del movimento contadinista nell'albese, il PRI
continua ad essere piccola forza ancora per tutti gli anni '60. Piccola affermazione
alle politiche del 1963 (2.41%) e crescita in Cuneo città, dove ai repubblicani
storici si affiancano alcuni studenti (Aldo Alessandro Mola e Carlo Benigni
che, a fine anni '60 diverrà segretario giovanile nazionale).
Dopo lo stallo alle politiche del '68 (2.20%), nonostante l'affermazione nazionale,
il partito esplode con le amministrative del 70. Entrano, provenendo dalla DC,
Ernesto Algranati e l'ex sindaco di Cuneo Mario Del Pozzo. Aderisce Guido Martino,
medico motto noto in città. La secca affermazione alle regionali e alle
provinciali (4.90%) e al comune di Cuneo (9% con 4 eletti, autentica novità)
permette al partito di creare una rete, sempre mancata, a livello provinciale
Si formano aggregazioni significative a Mondovi (Ignazio Aimo), a Fossano (Beppe
Ghisolfi e Peo Marengo), a Savigliano (Alfredo Dominici che proviene dalla tradizione
liberale), a Bra (Alberto Di Caro), a Saluzzo (Reali). Il peso nell'albese è
garantito dal passaggio di Vitale Robaldo e Nicola Enrichens ex socialdemocratici.
L'uscita nel 1973 di un piccolo gruppo, guidato da Carlo Benigni e il suo passaggio
nel 1974 alla DC, non provoca particolari traumi.
Nel 1975, Robaldo è il primo consigliere regionale repubblicano del cuneese
Lascia la carica (lo sostituiscono Enrico Gastaldi, di Priocca, fino al 1978,
e l'albese Nicola Enrichens dal 1978 al 1980) per candidarsi, nel 1976, alla
Camera (sarà eletto nel 1976, 1979 e 1983)
Ancora Gastaldi consigliere regionale nel 1980, e ancora un albese Fracchia,
nel 1985, con un forte vantaggio sul rivale interno, Algranati.
I risultati maggiori a livello elettorale ed anche organizzativo, si hanno nei
primi anni '80, in coincidenza con i due governi Spadolini.
Alle politiche del 1983, tetto massimo con I'8.38%. Sono eletti alla Camera
Robaldo, che morirà pochi mesi dopo e sarà sostituito dal cuneese
Guido Martino, e al Senato Quintino Cartia, primario ospedaliero a Cuneo.
Calo progressivo nelle successive consultazioni: 4.86% alle regionali del 1985
e 2.27% a quelle del 1990 (con ovvia perdita del consigliere regionale); 6.03%
e 3.87% alle politiche del 1987 e del 1992, dove si consuma il distacco del
parlamentare uscente Martino che lascia il partito, in contrasto con le scelte
di un capolista alessandrino e con la candidatura del cuneese Carlo Felici,
presidente degli artigiani e anche in risposta a critiche interne.
Negli ultimi mesi, anche il PRI subisce il fenomeno della departecipazione e
della generale "crisi dei partiti”, con scarsa attività di
sezione e calo frontale delle iscrizioni (200 nel 1993, contro le 3.000 di fine
anni 70).
In tutto lo spazio di tempo preso in considerazione (70/92) il partito non vive
contrasti di correnti o di linee politiche, a parte la rottura di Benigni
Tutto il PRI cuneese è lamalfiano e tenta di costituire un punto di riferimento
per una sinistra moderata e non marxista, contenendo l'elettorato alla DC e
al PLI (simili a questo i riferimenti sociali, ceto medio, professionisti...).
Contrasti nascono solo su problemi di gestione e di candidature, soprattutto,
in un primo tempo, tra Cuneo ed Alba e sulla proiezione verso altre forze politiche.
Se Cuneo ed Alba propongono un rapporto privilegiato con la parte "migliore"
della DC, Mondovi e Fossano, anche per caratteristiche locali rifiutano questa
scelta
Mai, neppure a metà anni 70, nel periodo di massima crescita elettorale
comunista, tentazioni di rapporto con il PCI —Robaldo paria di un "incontro
sul ponte" in cui tocchi al PCI percorrere la maggior parte della strada,
in direzione di una piena accettazione della democrazia occidentale. La attesa
non preclude un incontro futuro, ma la stessa base sociale del partito è
molto lontana da ipotesi "filo comuniste".
Segretari provinciali: Benigni dal 1970 al 1973, Luigi Monti sino al 1975, Algranati
dal 1975 al 1980 (sarà anche segretario regionale per un lungo periodo,
dal 1979 al 1988, con il dichiarato intento di superare il "torinocentrismo").
Martino sino al 1983, e quindi Dominici, Rostagno (nel 1992 lascerà il
partito criticando la gestione cuneese e soprattutto il ruolo di Algranati nella
giunta comunale di Cuneo), Scavino e, per ultimo, Boretto, ex vicesindaco di
Alba.
La sconfitta alle amministrative del 1975 è letta dal
segretario provinciale Bellani come l'indice delle difficoltà del partito
e come stimolo per un suo profondo rinnovamento. La DC deve sempre più
orientarsi sui ceti produttivi, rispondere alla sfida comunista, migliorare
la qualità del quadro intermedio, degli stessi amministratori. La segreteria
Zaccagnini sembra rispondere a questa necessità di rinnovamento. In provincia
regge l'asse Sarti/Baldi, rappresentanti rispettivamente di un elettorato cittadino
e laico e della Coltivatori diretti, tradizionale serbatoio di voti DC.
E' opera di Bellani la modificazione della struttura provinciale del partito
che viene organizzato nei quattro comprensori (prima era suddiviso nelle trenta
zone corrispondenti ai collegi provinciali). Si affermano nuovi dirigenti: Carlo
Benigni, per alcuni anni vicesegretario provinciale e organizzatore dei giovani,
Giovanni Quaglia, Angelo Mana, Alberto Leone, Franco Guida ...).
La geografia interna vede prevalere l'area sartiana e la Coltivatori diretti.
A sinistra, "Forze Nuove" (Aimetti, Zanoletti, Aitò) e soprattutto
nel monrelagalese la sinistra cattolica legata a Gasco.
Le elezioni del 1976 segnano una forte ripresa (52.81%) ai danni delle forze
intermedie, tradizionali alleate, a causa del timore per il "sorpasso".
Calo contenuto nel 1979 (49.89%) Eletti Mazzola, Cariotto, Sobrero alla Camera,
Sarti, Baldi e “l'esterno" Luigi Macario al Senato.
Lieve contrazione alle regionali del 1980 (47.94% e 4 eletti).
Nel 1981, Sarti è coinvolto nelle scandalo P-2. Ovvie le ripercussioni
locali.
Entra in crisi tutto l'equilibrio su cui si sono retti i gruppi di potere nel
partito. Il congresso provinciale, che, per coincidenza, si svolge pochi giorni
dopo l'esplosione dello scandalo, vede una forte reazione del mondo cattolico.
E' eletto segretario Giovanni Quaglia. Nella lunga relazione introduttiva, Bellani
porta l'accento sulle nuove emergenze: la DC deve essere espressione di una
società civile in cui il marxismo è minoritario. Non può
più, quindi, vivere di rendita. Deve, invece, prepararsi a reggere la
nuova sfida socialista.
Le politiche del 1983 segnano per la DC una pesante sconfitta e un secco campanello
d'allarme; se a livello nazionale la politica di De Mita non ha pagato, in provincia
(43.16%) è netto il calo nei centri urbani, dove parte dell'elettorato
è stata catturata dal PLI e dal PRI (in un articolo Gianni Vercellotti
parla di "era di Costa" che si sostituisce all'era di Sarti).(1)
Sarti viene ricandidato alla Camera, non senza polemiche interne e viene rieletto
con un risultato personale piuttosto modesto. Inizia una sua "riscoperta"
del popolarismo cattolico, con conseguente parziale abbandono di una scelta
"liberaldemocratica" che lo ha contraddistinto per molti anni. Eletti
con lui Paganelli e Canotto alla Camera, Baldi e l'"esterna” Anna
Ceccatelli al Senato. Nel 1984, il congresso provinciale vede due schieramenti
contrapposti e un forte dibattito (l'ultimo di tale entità). Da una parte
gli andreottiani (Giraudo, Miglio, TeaIdi ...), la Coltivatori diretti, "Forze
Nuove" (Delfino, Arrò, Zanoletti, Aimetti ...), parte dell'ex gruppo
di Sarti, dall'altra correnti legate a De Mita, Goria e ad “Impegno popolare"
di Mazzotta (Bellani, Oddero, Benigni). Reciproche le accuse: la maggioranza
uscente sta trasformando la DC in una forza residuale, legata a ceti sociali
e ad interessi (le parrocchie e le campagne) incapaci di rispondere alla sfida
liberal-repubblicana nei centri urbani. Il gruppo Bellani vuole trasformare
il partito in una forza liberaldemocratica, slegandola definitivamente dalle
sue radici popolari.
La discussione nelle sezioni è viva: 65% alla maggioranza, 35% a Bellani.
Il rapporto di forze resterà stabile negli anni successivi.
(2)
La maggioranza trionfa a Cuneo, nel saluzzese e nel monregalse, la minoranza
vince a Fossano, Savigliano e Bra.
Quaglia diviene consigliere regionale per le dimissioni di Martini. Nuovo segretario
provinciale è eletto Giuseppe Giordana, vicino a Sarti, in una fase,
però, in cui il leader storico della DC provinciale ha perso potere e
sembra sopravvivere a se stesso, in attesa di un difficile rilancio.
Nuova flessione rispetto alle regionali precedenti, ma lieve recupero sulle
politiche nel 1985 (45.76% e 3 eletti). In provincia e al comune di Cuneo nasce
(con enorme ritardo rispetto al quadro nazionale) il pentapartito (negli altri
comuni, la situazione sarà sempre molto differenziata).
Nel 1987, nuovo calo (41.77%). Eletti al Senato Carlotto, Mazzola e Donat Cattin,
alla Camera Giovanna Tealdi, Sarti e Paganelli (primo escluso Teresio Delfino).
Sconfitta la candidatura di Benigni, espressione del gruppo "bellaniano"
ed appoggiato da Goria.
Lieve recupero alle europee del 1989 (44.35%) e alle regionali del 1990 (4 consiglieri)
con affermazione, oltre che di Lombardi e di Zanoletti, di Ferruccio Dardanello,
nella DC dalle file liberali, e di Piergiorgio Peano, già sindaco di
Boves, espressione di consistenti settori di volontariato cattolico giovanile.
II fenomeno leghista inizia a pesare sull'elettorato DC.
Nette le difficoltà tra i commercianti ed anche nelle campagne, dove
l'egemonia della Coldiretti sembrava intoccabile.
Il 5 aprile 1992, il calo è maggiore delle peggiori previsioni.
Il 30.63% nasce dall'esplosione leghista, ma anche dalla fortissima crescita
liberale (la spinta di Costa sembra non più contenibile). Eletti al Senato
Carlotto, Mazzola e lo storico Gabriele De Rosa (molte le polemiche nel collegio
di Aba, sulla sua candidatura, "imposta da Roma"), alla Camera Tealdi
e Delfino i Paganelli "entra" solo per le dimissioni di Goria, nominato
ministro).
Vi è la consapevolezza di un partito ai minimi termini, di una Lega "alle
porte". Parte del partito (Mazzola, Benigni, molti giovani ...) stringe
il rapporto con Mario Segni e da vita ai Popolari per la riforma, impegnandosi
nella campagna referendaria dell'aprile 1993.
Al congresso provinciale di Boves (primavera 1993), si presentano quattro schieramenti
Forze Nuove (Delfino, Zanoletti e le sezioni del monregalese), L'area Segni,
gli andreottiani, legati a Sarti, scomparso l'anno prima, alla vigilia delle
politiche (Giordana, Bonino, Menardi...).
La maggioranza uscente propone come segretario un volto nuovo, il caragliese
Fabrizio Pellegrino. Gli viene contrapposto Ezio Falco. Si divide (segno delle
difficoltà) la Coldiretti. L'elezione di Falco (segretario amministrativo
è Guido Crosetto di Marene) è salutata come vittoria del nuovo,
anche se è visibile, alle sue spalle, la presenza di Mazzola e Bellani.
Quindi, la trasformazione nel Partito popolare, il non semplice rapporto tra
partito e "popolari per la riforma' è l'inizio di una diaspora di
cui non si vede la fine.
Fortemente presente, nel dibattito interno, l'ipotesi di superamento del partito
(Mazzola parla di concezioni leniniste), a favore di una realtà più
"americana", non ideologica, più attenta ai grandi mezzi di
informazione, all'immagine e alla stessa figura dei candidati.
Molto modesti i risultati elettorali delle forze piemontesiste
(leader regionale Roberto Gremmo) nelle prime tornate elettorali. 0.80% alle
regionali del 1980, 0.58% alle politiche del 1983, 0.39% alte europee del 1984
(solo 0.75% alla lista sardista, Union Valdotaine). Pochi i candidati locali;
le liste paiono esterne alla realtà della provincia e il discorso piemontesista
(autonomia regionale, forte polemica contro i partiti e antimeridionale, rivendicazione
dell'uso della "lingua" piemontese ...) pare non sfondare
Qualche lieve progresso alle regionali del 1985 (6.000 voti, 1.66%).
Prima esplosione, anche se passa quasi inosservata, alle politiche del 1987-
se la Liga Veneta non va più in là dello 0.73%, Piemont (Gremmo)
raccoglie l'1.85% (7.000 voti), mentre Piemonte autonomista capitanato da Gipo
Farassino ottiene il primo dato significato (circa 13.000 voti, 3.41%), superando
in provincia partiti storici (PSDI, MSI) e gli stessi radicali e verdi.
Calo, invece, alle successive europee. Pesano la mancanza di struttura locale
e forse il nuovo simbolo elettorale "lombardo". Solo 2.27% alla Lega
Lombarda.
Se Piemont continua a non avere una struttura locale, la futura Lega Nord inizia
a strutturarsi alla fine del 1989.
Il primo nucleo è costituito da Alberto Sciandra, studente universitario,
Domenico Comino, insegnante, Stefano Mina, commerciante, e pochi altri. Pesa
l'esperienza politica di Ansaldi, militante socialista negli anni '50-'60, tornato
alla politica dopo una lunga "vacanza". Alla prima riunione organizzativa,
presente Gipo Farassino, partecipano cinque persone. Si apre una sede a Cuneo
Un secondo nucleo si crea immediatamente a Saluzzo.
Nel dibattito iniziale e nei primi incontri pubblici, stenta a farsi strada
la proposta politica federalista (alla Bossi), mentre permane un forte autonomismo
(alla Gremmo).
La presenza alle amministrative deriva dalla volontà di entrare nei comuni
e di mordere sui problemi locali, nonostante la pochezza organizzativa.
Tutti gli incontri pubblici sono finalizzati a creare nuclei nelle città
e nei paesi. Il successo alle regionali è netto e, per molti aspetti,
inatteso (6.19%) contro il 2.42% della Union Autonomia Piemont. Farassino è
etetto consigliere regionale nel cuneese. Nel 1992 gli subentrerà Antonio
Bodrero (Barba Toni), tra i fondatori del movimento occitano, poeta nella "lingua"
piemontese. Alle provinciali due eletti: Lorenzo Borio (collegio di Cortemilia)
e Claudio Lingua (Dronero), già monarchico e missino. Un seggio ad Alberto
Seghesio, della provincia di Torino, per Piemont.
La Lega entra anche in alcuni consigli comunali: se "buca" a Bra e
a Mondovl, ottiene un seggio ad Alba, due a Cuneo e a Saluzzo.
La crescita organizzativa successiva è molto forte. La progressione elettorale
non ha eguali in tutta la storia nazionale e locale, tipica di un movimento
emergente.
Il 5 aprile 1992 scacco della lista federalista (0.75%) nonostante la presenza
di Franco Ripa, ex segretario di federazione PSI ed assessore regionale, 3.78%,
nonostante la non presenza locale alla Lega Alpina-Piemonte, 20.39% (80 mila
voti) alla Lega Nord. Il candidato locale, Domenico Comino, supera il capolista
Farassino alla Camera, al Senato, Farassino, eletto a Cuneo, opta per la Camera
(circoscrizione di Torino). Eletti Massimo Scaglione (Alba) e Luciano Lorenzi
(Mondovl).
La Lega ha sfondato sull'elettorato democristiano, rompendo il tradizionale
monopolio DC sulle campagne e raccogliendo consenso in vari settori della popolazione:
commercianti, contadini, ceto medio, tradizionali elettori DC, ma anche della
sinistra (è consistente il peso elettorale nelle fabbriche, anche se
il sindacato leghista, al momento, ha poche adesioni).
Tutte le iniziative hanno successo (per tutte il comizio finale di Farassino
il 3 aprile 1992 e i due comizi di Bossi nel 1990 e nel 1993). Nascono nuove
sedi che coprono, a fine 1993, quasi tutto il territorio provinciale, con 27
sezioni, 4 zone (che saranno tra poco divise in cinque).
La struttura è piuttosto esile (una funzionaria a metà tempo),
ma forte è l'impegno volontario, anche questa caratteristica di un movimento
emergente: 2.700 iscritti, 300 militanti (la divisione sembra riproporre quella
esistente nei gruppi di sinistra nei primi anni 70), autofinanziamento, partecipazione
costante agli incontri interni ed esterni.
Dopo il successo elettorale costante e marcata è anche la presenza sulla
stampa e sugli organi di informazione locali
Le campagne su cui la Lega ha maggiormente insistito nella sua breve storia
sono state quelle generali per il federalismo, contro lo stato accentratore,
per un maggior liberismo, contro il fisco (ISI - ICI), con forte connotazione
antipartiocratica, anti-meridionale, capace di dare voce ad un sentimento diffuso,
ma mai espresso e spesso coperto dalla retorica delle istituzioni. Non manca
l'avversione verso gli immigrati, per quanto il fenomeno sia inizialmente poco
diffuso nella provincia.
Le campagne locali: la grande viabilità (per l'autostrada Cuneo-Asti),
la difesa della piccola e media industria contro la deindustrializzazione, l'agricoltura
per la difesa della proprietà con intenti liberisti contro l'assistenzialismo
passato per i canali della Coltivatori diretti, alcuni temi ambientali, la richiesta
di chiusura dell'ACNA (con difficoltà dato l'atteggiamento contrario
del consigliere regionale ligure) soprattutto dopo la discesa in campo di Alba
e dei produttori vinicoli contro il progetto di inceneritore.
Costanti le polemiche, soprattutto anti DC, per la mancata trasparenza delle
amministrazioni comunali, contro l'inefficienza, per la mancata partecipazione
dei cittadini.
Netta la convinzione di poter divenire la prima forza politica nella provincia
(e non solo).
Interclassista, al momento, la struttura di partito: l'organismo dirigente provinciale
comprende due avvocati, due commercianti, un bancario, due impiegati pubblici,
un artigiano, un piccolo imprenditore, due studenti.
Lo stato di grazia del movimento è dato anche dalla capacità di
reggere alle defezioni: non hanno peso le uscite per diversi motivi, del consigliere
comunale di Alba e dei due consiglieri provinciali, né hanno seguito,
in loco, le piccole scissioni regionali.
II MSI è, per lungo tempo, sostanzialmente estraneo
alla provincia, come testimoniano le percentuali elettorali (addirittura inferiori
all'1% nel 1948, nel 1958, nel 1963 e nel 1968).
Testimoniano questa estraneità i comizi impediti con la forza in più
campagne elettorali e la mancata presenza organizzativa anche nei centri maggiori.
Anche la partecipazione alle elezioni provinciali, non va, per lungo tempo,
al di là di una presenza di bandiera
A fine anni 60, l'apertura di una sede a Cuneo, in piazza Boves, significa l'inizio
di una attività anche locale, in forte contrapposizione al movimento
studentesco, verso settori giovanili, verso parti di ceto medio spaventate dal
centro sinistra e dal possibile connubio DC-PCI
Forti l'attivismo e le capacità organizzative di Paolo Chiarenza, bancario,
da poco trasferito a Cuneo.
La crescita elettorale alle politiche del 1972 (2.04% alla lista comune con
il PDIUM) deriva in parte dalla presenza locale, in parte dal forte incremento
nazionale, prodotto dalla gestione almirantiana e dalla volontà di opporsi
al dilagare della sinistra.
Nel 1975, nonostante una leggera contrazione a livello nazionale, conferma del
risultato locale. Chiarenza diventa consigliere comunale aCuneo.
Il 2% resta per anni un dato elettorale costante. Forti il tentativo di parlare
ai ceti produttivi, di polemizzare contro il compromesso storico e l'unità
nazionale, tentando di ritagliarsi uno spazio nell'elettorato moderato della
DC, anche in concorrenza con il PLI
Costante lo sforzo di uscire dal ghetto, di poter svolgere comizi ed iniziative,
rompendo il "muro" che da anni esiste attorno al partito.
Nullo l'impatto locale della scissione di Democrazia Nazionale che scompare
nel 1979, dopo uno 0.90%, in provincia, alle politiche e uno 0.40% alle europee.
L'elettorato missino non ha compreso una ipotesi di destra che non ha trovato
il suo spazio, risultando troppo contigua a DC e PLI.
Nel 1980, per la prima volta, il MSI ottiene un consigliere provinciale (Chiarenza)
e riconferma quello comunale a Cuneo (a Chiarenza subentra Giovanni Bibbona)
Consistente la crescita negli anni successivi; alle politiche del 1983, 3.04%,
3.14% nel 1987. Nel 1985, 3.18% alle regionali e riconferma del consigliere
provinciale: eletto Oreste Molinaris (collegio di S. Stefano Belbo), riconfermato
anche nel 1990 e a cui, dopo la morte (1991), subentreranno prima Chiarenza
e poi Carlo Cerrina. responsabile provinciale e autore di violentissime polemiche
contro la Resistenza (più volte processato per oltraggio ...).
Le amministrative nel 1990 segnano, però, il momento di maggiore difficoltà,
coincidente, anche, con la segreteria nazionale di Pino Rauti.
Parte consistente del voto moderato e di protesta si sposta sulla Lega. Il MSI
scende ai livelli degli anni 70 (1.83%). Lieve ripresa, coincidente con quella
nazionale (segreteria Fini), alle politiche del 1992 (2.11%).
Ovvie le difficoltà di spazio e di ruolo, dopo la approvazione della
nuova legge elettorale maggioritaria a cui farà seguito, però,
l'ingresso nel polo.
La protesta che nel meridione il partito riesce ad esprimere, sembra a nord,
monopolio della Lega.
L'ipotesi di trasformare in partito il voto monarchico al
referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sembra non aver presa nel cuneese
che pure si e espresso per la monarchia, in un intreccio di voto moderato e
di richiesta di "continuità". Alle politiche del '48, dominate
dalla DC, la lista monarchica non supera 1%. L'esplosione avviene nel 1953,
con il conseguimento di una media pari a quella nazionale (7%). Giocano molti
elementi: un voto conservatore timoroso delle pur lievi innovazioni portate
dai governi a guida DC, un sentimento tradizionalmente monarchico, anche a causa
della presenza della famiglia reale in numerose aree della provincia (Valdieri,
Racconigi ...), ma soprattutto il passaggio nelle file monarchiche di parte
consistente del movimento contadinista della Langa che elegge parlamentare,
come indipendente, il proprio leader Alessandro Scotti.
Il partito monarchico non riesce, però, a radicarsi stabilmente nella
realtà della provincia, come indica il netto calo alle amministrative
del '56 (poco più di 5 mila voti, 1 63% che danno, però, un consigliere
provinciale). Viene eletto Guglielmo Bianco (collegio di Barge), a cui subentra,
l'anno successivo Edberto Mortara (collegio di Racconigi).
La scissione tra Partito Nazionale Monarchico (PNM, leader nazionale Covelli)
e Partito Monarchico Popolare (PMP, Lauro) contribuisce ad accentuare il declino
politico ed elettorale
Alla Camera, nel 1958, i due partiti, sommati, superano di poco il 3%.
Nelle successive amministrative, nonostante la riunificazione a livello nazionale
(nasce il PDIUM), i monarchici o saranno assenti o in liste unitarie con il
MSI che accentuano il carattere conservatore e fanno perdere verso liberali
e DC parte dell'elettorato (non a caso, continua è l'attenzione del PLI
verso gli elettori monarchici).
Inarrestabile la contrazione: 1.72% nel 1963, 1.22% nel 1968.
Nel 1972, liste con il MSI, quasi ad anticipare lo scioglimento del partito
o l'ingresso nel MSI - destra nazionale, fallita per l'ennesima volta la proposta
di una "grande destra', rifiutata dai liberali.
Dopo le elezioni del 1976, difficili per la forte crescita della sinistra e
la bipoiarità DC-PCI, la scissione di Democrazia Nazionale
Minima l'incidenza nel cuneese, ma, ovviamente, questa riscuote l'interesse
dell'elettorato monarchico, conservatore, ma non fascista
La secca sconfitta elettorale di questa nuova formazione alle politiche del
1979 segna la definitiva scomparsa di ogni presenza di una formazione politica
monarchica. Resta, invece, una presenza culturale, non priva di seguito d'opinione,
particolarmente evidente in alcuni casi specifici (la morte di Umberto II nel
1983, alcune mostre, il convegno a Racconigi nel settembre 1993 ...).
(1) Cfr. Giovanni GIORDANENGO, Culture giovanili degli anni 70, tesi di laurea, Università di Torino, scritto abbastanza documentato, ma eccessivamente "ottimista” sulla attività e sul ruolo del "movimento"
(1) Gianni VERCELLOTTI, La DC Ha futuro? In Proposte di politica
e di cultura, n.3, autunno 1983
(2) Cfr. Gian Franco BIANCO, Cronache delle assemblee. Alberto LEONE, Nella nuova DC vi è spazio per la politica, Gianni VERCELLOTTI, Forse per la DC il declino non è inevitabile in Proposte di politica e di cultura, n. 4. inverno 1983/1984