QUADERNO N. 2

INDICE


CHIAFFREDO ROSSA (Scalpellino)

LA NUOVA SINISTRA NELLA PROVINCIA BIANCA

PER UNO STUDIO SULLA SINISTRA CUNEESE DEL DOPOGUERRA: UNA BIBLIOGRAFIA


CHIAFFREDO ROSSA (Barge)

SCALPELLINO
Sono nato il 28 maggio 1908, quindi ho 82 anni. Per me la vita è mica stata divertente, perché sono vissuto nel boom del fascismo, poi, la rimanenza della mia giovinezza l'ho passata al militare.
Barge allora era povera, è meglio adesso. C'erano già i socialisti, ma non c'era il partito. Qui è sempre stata una zona di sinistra, a sinistra è ancora adesso.
A comandare c'era Giovanni Giolitti.
Mio padre faceva lo scalpellino. Nella guerra '15/'18 è stato riformato e poi l'hanno imboscato a lavorare in una fabbrica. E' andata bene ancora, ha salvato la pelle insomma; invece, a me, poi, è andata diversamente.
Io sono andato a scuola, prima scuola, l'elementare. A 12 anni lavoravo già. Scalpellino, sempre quello.
Sotto il fascismo, quando avevo 17 anni, ti facevano fare, prima di andare a lavorare, il premilitare. Allora andavo a lavorare alle 6 di mattina, si cominciava a novembre e si finiva a marzo; c'era l'armeria, si andava lì. E poi andavo a casa sporco.
A Barge c'era qualcuno contro il fascismo, hanno fatto prendere l'olio di ricino. Mio padre non era violento, mia madre lei era cattolica, andava in chiesa. Con i preti bisogna fare quello che dicono, non quello che fanno.
A fare lo scalpellino ho imparato nelle rocce, poi sono andato a Torino. Quando costruivano le Molinette c'era un ingegnere che aveva preso il lavoro, faceva fare il lavoro per suo conto; aveva messo su una fresa, segava a Bagnolo, e sono andato lì. C'era bisogno di uno scalpellino per aggiustare quello che non andava e mi ha portato giù. Erano i primi anni '30.
Torino era tutta selciata di pietra e aveva gli scalpellini per suo conto, per mettere a posto così. Quando mi hanno fatto il libretto di lavoro, per prima cosa hanno scritto "PF", partecipante per la causa nazionale. lo ho lavorato laggiù, sono andato via dalle Molinette, ho lavorato nei laboratori a Torino, un po' qua, un po' là, si tirava avanti così. Abbiamo lavorato in Val Chisone. La gente di Torino che aveva i laboratori là, aveva anche le cave e sono andato 3-4 anni dal padrone, sempre così.
Sul principio bisognava stare là, perché viaggiare con il treno costava 22 lire da Barge e siccome laggiù ero un po' come specialista mi davano 3 lire l'ora.
Facevo 8 ore, 24 lire, se io ne spendevo 22 era meglio stare a mangiare là. Ero in pensione, pagato 7 lire di pensione per due pasti, 1.50 per la camera, 1.50 per la colazione. Spendevo 10 lire. Così mi sono comprato una bicicletta, 310 lire. Venivo su il sabato e andavo giù il lunedì nella bella stagione. Poi sono usciti gli abbonamenti e allora si pagava 18 lire la settimana a viaggiare tutti i giorni o 18 lire il mese a viaggiare una volta al mese. Ho sempre fatto così.
Intanto ho fatto il militare. La permanenza l'ho fatta a Casale Monferrato, 16 mesi. Poi hanno rotto le palle con l'Africa, non sono andato, ma intanto mi han rotto le palle, mi hanno mandato a chiamare, poi mi hanno mandato a casa, mi hanno detto ti mandiamo poi a chiamare. Ho continuato a lavorare, poi nel '39 mi hanno chiamato tre mesi a Tenda. Poi mi hanno mandato in licenza alla fine dell'anno, la licenza invernale. Quando ho visto che siamo arrivati alla primavera, cominciavano a chiamare e dicevo bisognerà studiare tutto per scappare. Allora facevo la strada militare da Crissolo. Sono andato su ed era pieno di soldati, c'era una impresa che faceva dei lavori, c'erano delle baracche per i suoi operai e facevano da mangiare e noi non avevamo niente, andavamo a dormire sotto una roccia e la sera venivamo a prendere della roba, una marmitta e un po' di pane. Ho fatto due o tre giorni e ho ancora da prendere i soldi adesso. Poi ho visto che arrivavano le cartoline del precetto, intanto ho saputo che facevano un'altra strada. Sono andato là, ma ne prendevano di Pinerolo. Per quello che mi ricordo la bicicletta l'avevo in basso, a Crissolo, da uno che lavorava con me. Vengo giù, prendo la bicicletta, vado su e non mi fermo fino a Bobbio. Là ho domandato, ho detto le mie condizioni. Avevano l'obbligo di esonerare dal 1908.
Ero dentro. Allora mi hanno detto: vieni su. Però c'era di nuovo la grana del collocamento. Quella stessa sera parto e vengo qui dal collocamento. Me l'avevano fatto a Crissolo, una settimana prima e mi ha detto: "Sei di nuovo qui?"
E non me l'ha fatto. Sono andato a casa, l'ho detto ai miei e mia madre dice a mio padre che quel fascista che faceva il collocatore aveva una trattoria: "Va su, diglielo che io non ho nessuno, ho solo questo" e gliel'ha raccontata.
Io torno lì, mi ha girato gli occhi e poi me l'ha fatto.
Poi è scoppiata la guerra, là c'erano tutti i soldati, erano riparati, noi lavoravamo bene in vista in modo che ci vedessero tutti. Non è successo niente.
Dieci giorni è durata. Lassù c'erano le baite, la coperta e ci facevano da mangiare il minestrone, il formaggio.
In maggio doveva ancora cominciare la guerra e dovevano fare la strada per portare i cannoni. Bisognava fare la teleferica, tagliavano i pini, i pali, madonna, pioveva tutti i giorni grosso così, in mezzo all'erba alta così, e andare a casa eri bagnato fino non so, avevi niente e stavi lì. Abbiamo fatto quella teleferica, poi si è messa a funzionare, mi hanno messo insieme a quel motorista a caricare e scaricare, poi combinazione quello si è sposato ed è andato via. Allora mi hanno chiesto se ero capace di farla andare. Era un motore bianco e lo facevo andare con una maniglia, caricavo tutto io e poi lo mandavo giù. Sono stato lì fino a ottobre, non potevi andar via, bisognava avere il permesso come i soldati e io volevo venire a casa. Da Bobbio Pellice ci andavano tre ore. Allora la sera, finito il lavoro, prendevo la bicicletta e venivo qui.
Alla domenica stavo anche a casa. A volte arrivavo a casa la domenica sera e dovevo andare su. Al mattino bisognava essere là e non si dormiva. Si prendeva la roba, il sacco, lo zaino e si andava. Alla fine di ottobre ci hanno detto: se volete stare qui, lavorate qui, ma bisogno non c'è più. Bisogno non c'è più.
Che cosa fare? Sono andato di nuovo a Torino dove ero prima. Ho lavorato fino alla fine dell'anno, fino al gennaio 1941.

LA GUERRA
Poi una bella sera mi vedo là sul buffet, quel bel biglietto da visita. Avevano fatto l'esperimento negli altri richiami che chi non si presentava, faceva ritardo, faceva un mese in più. Le studiavano tutte. Con altri due di Barge, siamo partiti quattro giorni in ritardo.
Ci hanno portati ad Alessandria. Siamo stati un mese. Poi ci hanno portati a Bari. Siamo stati un mese a Bari, poi ci hanno portato a Durazzo. Ci hanno detto "Ci sono 4 o 5 chilometri". Là c'erano dei baracconi con paglia, ma era concime bagnato. Siamo stati un po' di giorni.
In Albania ho sprecato il tempo. Meglio così perché se si cominciava a combattere nelle condizioni che erano loro, ci ammazzavano tutti.
Loro erano sulla punta e noi eravamo giù. Ci buttavano giù delle pietre e ci ammazzavano tutti. Siamo arrivati sul fronte al principio di febbraio, ci hanno dato un lavoro da fare, ci mandavano su una strada a mettere della ghiaia.
Le cannonate non ci arrivavano, ma c'erano i mitragliamenti. Ci avevano dato un mezzo bulgaro e mezzo albanese. Allora i greci sparavano delle cannonate sulla strada. Poi lì, una bella volta, era già aprile è cominciata la guerra con la Jugoslavia. Una notte, non so che ora fosse, sveglia, sveglia. Eri sempre vestito, lì non avevi da metterti le scarpe, i pantaloni, niente, eri sempre vestito. C'erano già i camion che ci aspettavano. Erano proprio dei bastardi, ci hanno portati là in una posizione più difficile ancora, non c'era niente, gli jugoslavi erano lassù e noi eravamo giù. Ci hanno messi a fare i reticolati, credevo che volessero spianare l'Albania, ci hanno dato un carro attrezzato di tutto, compressori, pistole. Due muli, due bei muli, due camion, una moto carretta. Lì siamo stati sette giorni. Poi i tedeschi hanno fatto un salto dentro e hanno finito. Noi altri andavamo ancora come quando c'era Garibaldi, le cucine, due pezzi di padella, dovevi andare a cercare la legna, il rancio. Invece loro marciavano e avevano sempre le cucine attaccate, tutto pronto.
Con i tedeschi è finita la guerra. Sono scesi giù in Grecia, così i greci di qui sono scappati quei bastardi. Hanno fatto dei morti che non dovevano fare.
La popolazione del posto non si è mossa. Poi, di lì siamo andati in Grecia anche noi. Ci hanno portato là. Poi ci hanno portato di nuovo dove abbiamo fatto la guerra. Per giorni ci mandavano a raccogliere i cadaveri. Abbiamo fatto due squadre di 3 - 4. Abbiamo fatto due squadre, quelli che li scoprivano e noi che li prendevamo e li mettevamo in casse di un metro. Si facevano saltare le gambe, si girava la testa. Poi si doveva portare su tutto a spalla.
Sono stato in Albania tre anni, dal 1941 al 1943.
Poi sono arrivati i tedeschi e mi hanno portato in Bulgaria. C'erano i fascisti, campo DUX, ci hanno detto se volevamo andare con loro, noi eravamo duecento, non c'è andato nessuno. Poi siamo stati lì e il nostro comandante, non della nostra compagnia, perché il nostro comandate era un albanese, era un fascista, allora dice: "Guardate che qui è così, dobbiamo lavorare e ci daranno da mangiare".
Tutto fatto. Era il Paradiso. Ci hanno dato da mangiare, ma proprio da mangiare a volontà. La carne. Ci facevano lavorare. Nascondevano i fusti di benzina nella terra, poi segnavano le carte. E' andato bene lì, per venti giorni. Poi di nuovo quel cazzo di capitano dice: "Adesso dobbiamo andare via, ma loro sono seri, bisogna che facciamo una firma". Non c'era gente stupida, c'era gente di 35, anche di 40 anni, c'erano dei marescialli dell'esercito, dei carabinieri, della finanza. Si stava sempre attorno a questa gente. Ci dicevano: "Non andiamo, noi se facciamo la firma ci mandano a lavorare, ma a fare cosa? Ci mandano in Russia. Però a combattere non possono mandarci". Poi una domenica viene su anche il nostro console della Bulgaria e poi ci arrivano due tedeschi, cantano Marlene, con un tavolino e un crocefisso scolpito. Lo mettono là e il registro lì e due scritte sopra le pagine, c'erano due scritte me lo ricordo. Mi ricordo che diceva: "lo per Hitler sono disposto a dare anche la vita". E allora, io non vado, non vado e non siamo andati. Sono andati a sottufficiali.
Quando è venuto in qua il capitano ha detto: "Se volete fare così non so come la finiremo". E poi l'hanno preso e portato via. Sono passati quattro con il mitra sulle spalle cantando Marlene. Potevano anche ammazzarci tutti.
Lì siamo stati un mese, poi ci hanno divisi e mandati a lavorare un po' qua, un po' là.
Non ci hanno presi, eravamo quattro, sulla ferrovia dell'Orient Express. Poi era novembre e ci hanno fatto un treno, una tradotta, eravamo quarantasette e abbiamo messo diciannove giorni per andare in Dalmazia. Lì siamo stati dal novembre fino al settembre 1944. Ci hanno fatto fare un paio di lavori, poi ci hanno sparpagliati, un po' mandavano di qua e un po' di là. Siamo partiti di lì e non ci siamo più visti.
lo ero in una squadra di 60, siamo andati in un campo di concentramento in Serbia. E poi ci hanno presi e mandati in Austria, non siamo andati in Germania.
Là, di nuovo in campo di concentramento. Dormivi su un tavolaccio con una coperta e ci hanno tenuti lì di nuovo un mese e poi ci hanno presi e portati a lavorare. Mangiare andava più che bene, mi hanno messo a lavorare dentro ad un panificio che faceva 30.000 pagnotte al giorno. Poi lì c'erano i verdurieri, i macellai, tutti rubavano e prendevano da mangiare. Hanno preso me e un altro, un astigiano e tutte le sere ci mandavano nelle cucine a pulire le marmitte. Nelle cucine c'erano donne, tutte donne, allora ci prendevamo la carne, il pesce e facevamo un bel sacco. Poi bevevamo té. Lavavamo le marmitte, andando via c'era un'altra fetta pronta, si portava via e si mangiava il giorno dopo a mezzogiorno.
In questo campo di lavoro rimaniamo fino alla fine della guerra.
A fine maggio 1945 ci hanno riportato in Italia. Ci hanno portato con i treni fino a Bolzano, poi a Bolzano c'erano i camion della FIAT. Chiamavano con gli altoparlanti, ti facevano il bollino di dove dovevi andare. Noi di Torino siamo venuti a Torino, ma quelli di Alessandria non sono venuti a Torino, sono venuti fino a Chivasso.

COMUNISTA
Sono arrivato a Barge il 30 giugno 1945. A Barge non c'era niente da mangiare, là ero signore, quando sono arrivato a casa non avevo più niente, mi hanno dato una fetta di pane nero, i miei avevano un po' di grano e facevano quello. Lavoro niente, dove andavo a fare lo scalpellino? Allora sono andato nei boschi su di là e tagliavo legna e portavo giù. Sono andato un po' a cogliere mele, facevo qualcosa, a casa niente, i miei non avevano soldi.
A Barge c'erano già i comunisti. C'era l'avvocato Cogo, il primo sindaco è stato lui. I socialisti non c'erano, c'erano i D.C., un po' di liberali, ma pochi come adesso. Quando sono arrivato al P.C.I. c'erano 503 iscritti. C'erano le battaglie, poi c'era Giolitti.
Io mi sono iscritto un po' più tardi, sono subito entrato con loro a lavorare, nessuno mi ha detto di prendere la tessera e io non l'ho presa. Mi iscrivo nel 1948. I comunisti non erano d'accordo a fare la rivoluzione, la guerra, c'erano ancora gli americani. Nelle sezioni eravamo ben organizzati, c'erano le cellule, c'era da fare il tesseramento, c'era la cellula che si prendeva le sue tessere.
Io ho sempre fatto la cellula di strada, andavo a cercare in giro.
Gli iscritti non erano tanto giovani, erano tutti dal 1910 in su. Operai, contadini pochi, qualche intellettuale come Cogo, poi c'era Camilla, la farmacista Caldara. Facciamo la campagna per la repubblica nel 1946, il Fronte nel 1948, vendiamo l'Unità. Il comune torna ai democristiani. Allora si votava con il maggioritario. Abbiamo fatto una lista, non abbiamo messo nessun simbolo, un gallo rampante, sono mancati duecento voti per prendere la maggioranza.
Nel 1946, per lavoro, sono tornato a Torino. Venivo a Barge il sabato e la domenica. Ma poi erano anche usciti i treni popolari che costavano meno.
Poi, in politica nel 1957, abbiamo la scissione. Quando è andato via Giolitti eravamo ancora 350. Giolitti se ne va, Camilla se ne va, Cogo se ne va. E' andato via tutto il gruppo dirigente. Erano tutti amici di Cogo e di Giolitti che cercavano di prenderli tutti e di portarli là. A un certo punto c'erano solo otto tessere.
Sono venuti giù Biancani e Panero. Mi hanno preso e mi hanno detto: "Mettiti e fai le tessere". Mi sono messo lì, e in un mese ne abbiamo raccolte centocinquanta, soprattutto fra i vecchi, poi c'era sempre qualcuno che entrava. Siamo sempre diminuiti. Un po' c'era l'emigrazione, un po' si moriva, ma si andava, quando c'erano le elezioni si girava di casa in casa.
Siamo rimasti anziani, però quando sono venuto via io, di tessere ne avevamo ancora settanta. Ora è forte il partito socialista, ma non è di idea socialista. lo ero comunista e sono comunista. Lì dentro sono andati per motivi di interesse.
Socialisti ben pochi. Nel P.C.I. io stavo lì a lavorare e gli altri a fare i belli. Il partito a Barge è morto, da seppellire. Sono pasticcioni quelli lì.
Quando è venuto Riba a raccontare delle balle per Occhetto: "E' cosi, bisogna fare cosi", di quelle balle lì. A un certo punto diceva: "Va bene, si perderà il 2-3%", io ho detto: "Perdete subito il 10%". Poi ho ancora detto: "Stai zitto, parlo io".
Abbiamo perso il 10%, eravamo al 26%, ora siamo al 16%. Poi Riba ha chiesto se c'è qualcuno che vuol dire qualcosa. Me l'ero scritto e gli dico:" Così non andiamo avanti, non bisogna fare così". Poi alla fine mi sono girate le scatole e gli ho detto: "lo sono comunista, marxista, stalinista e anticattolico".
Barge, 20 novembre 1990
(a cura di Sergio Dalmasso)


La nuova sinistra nella provincia bianca (1965/1991)

Cuneo: provincia "grande" e policentrica, politicamente moderata. Maggioranza assoluta alla D.C. fino a metà anni '70, storiche difficoltà per la sinistra.
Mancanza di tradizione di classe, di grandi centri operai (negli anni '50 la presenza sindacale è concentrata in alcune fabbriche del monregalese, del braidese, alla "Falci" di Dronero, alla Ferroviaria di Savigliano e alla Burgo di Verzuolo). Nelle campagne, dopo la breve stagione del movimento di "Rinascita" e delle lotte contadine (1954/1957), e il declino del Partito dei contadini, particolarmente presente nelle Langhe, totale, fino ai primi anni '90, il predominio della Coltivatori diretti, maggiore strumento del collateralismo alla D.C. (A.C.L.I., associazioni cattoliche, parrocchie, giornali diocesani...).
Non si manifestano, sino alla metà degli anni '60, forme di dissenso "da sinistra" rispetto ai partiti storici. Non vi è alcuna presenza delle eresie comuniste (Bordiga è nominato sulla stampa del P.C.I. una sola volta in 20 anni, come settario, e a Trotskij si accompagnano sempre le categorie di provocazione, tradimento ...). Le federazioni giovanili sono molto deboli e spesso esistono solo sulla carta. Tra il '60 e il '67, nonostante la scissione del P.S.I.U.P., discreta presenza della federazione giovanile socialista: dibattito, discussioni, una pagina periodica sul settimanale del partito, attenzione ad alcune tematiche giovanili...


1965/1969 Il movimento

I primi segni del "68" e della "contestazione" si hanno, in provincia, nell'Associazione "Nuova resistenza" e nella formazione di alcuni circoli studenteschi di istituto (primo fra tutti quello del Classico di Cuneo).
"Nuova resistenza" ha il merito di raccogliere, su un terreno comune, molto sentito negli anni '60, giovani interessati ad una discussione sulla storia (quella che a scuola non si studia), ad un recupero della tematica resistenziale che viene vista come tradita e incompiuta, ad una valorizzazione dell'antifascismo cuneese (in cui la componente G.L. pare predominante), ad un collegamento con i temi internazionali (molto sentito il dramma della dittatura in Spagna). L'associazione, pur nelle ridotte dimensioni, segna uno dei primi centri di dibattito e contribuisce a formare un quadro politico giovanile portato ad un discorso unitario e ad un ampio respiro culturale. Anche i primi circoli di istituto testimoniano che qualche cosa sta cambiando. In un clima difficilissimo, di forte tradizionalismo, di anticomunismo, di rifiuto diffuso per la politica, nasce, a livello inizialmente molto elitario, il desiderio di partecipare, di far sentire la voce degli studenti, di far pesare il potere "consultivo".
Nella primavera '66, forte lo sdegno per il caso "Zanzara" (le stesse organizzazioni cattoliche sembrano in difficoltà) e per l'uccisione a Roma di Paolo Rossi, studente universitario, nel corso di uno scontro con i fascisti.
Manifestazioni in tutte le città. Nei mesi successivi, per la prima volta, si tenta un approccio al tema scuola-lavoro, si discute pubblicamente dell'obiezione di coscienza (a Cuneo vi è il caso di Elio Imbimbo), si affronta con tutti i partiti, la questione del disinteresse politico dei giovani. Le molte presenze a Firenze, nel post-alluvione, la morte di Luigi Tenco, l'occupazione dell'università di Torino (La Stampa scrive che è un'espressione della goliardia per il carnevale), il peso sempre maggiore della nuova generazione sul mercato (moda, musica), la messa in discussione di certezze e valori che parevano consolidati contribuiscono a porre i giovani come nuovo soggetto politico. Sono, però, i fatti internazionali, soprattutto la guerra in Vietnam a costituire il maggior elemento di contraddizione, di presa di coscienza, di mobilitazione. Viene affermato con convinzione il legame tra la guerra del popolo asiatico e la resistenza italiana ed europea. Continui i dibattiti, i film, i tentativi di informazione e di sensibilizzazione. A giugno grande corteo a Cuneo. A settembre, Aldo Moro visita Boves. Lo accolgono, tra le cerimonie ufficiali, scritte sulle strade (il Vietnam è vicino!) volantini e manifesti. A novembre, mostra in piazza Galimberti. In un dibattito pubblico (assente il P.S.U.) Libertini attacca fortemente la politica di coesistenza pacifica.
L'autunno '67 vede, a Torino, l'occupazione di palazzo Campana, certo il momento più alto della protesta studentesca. Molte posizioni politiche sembrano invecchiare improvvisamente, cambiare in poche settimane. In tutti i centri della provincia si formano gruppi legati al movimento studentesco, ancora non definiti politicamente, ma resi omogenei dalla comunità di esperienze (età, formazione culturale, sensibilità, gusti...) e di letture (quasi sempre gli stessi libri o riviste). Tutti i fatti che accadono nel giro di pochi mesi (la morte del Che, l'offensiva vietnamita, la rivolta studentesca che sembra toccare il mondo intero, il maggio francese, l'invasione della Cecoslovacchia) paiono segnare la fine di un vecchio mondo, la crescita inarrestabile di un movimento di idee, forme di vita e nuovi "modi di fare politica" che indicano totale rottura con quelli precedenti. Le mediazioni dei partiti non reggono più.
Le stesse strutture unitarie e "tradizionali" (circoli, giornali) sono toccate dalla forte spinta giovanile.
Non nascono però, formazioni politiche. Inesistenti i gruppi filocinesi od operaisti, i fermenti critici sono ancora presenti nelle federazioni giovanili.
Da quella del P.S.I. verrà tutto il futuro quadro di Lotta Continua, quella del P.S.I.U.P. sviluppa un discorso movimentista, di scavalcamento a sinistra del P.C.I. e teorizza la concezione del "partito strumento" (delle lotte, dei movimenti di cui spesso non si leggono le contraddizioni).
Sensibile la radicalizzazione, in tempi brevissimi, di parte del mondo cattolico che si articola in molti gruppi anche vicini alle parrocchie e nella F.U.C.I.
Anche alcuni giornali diocesani, tradizionale canale di consenso per la D.C. vivono le contraddizioni nazionali e internazionali. "La Guida" di Cuneo ospita scritti sul terzo mondo, sul Vietnam, contributi sull'esperienza dell'Isolotto e altri casi del "dissenso cattolico", è problematica, nell'estate '68, sull'enciclica Humanae vitae. Le proteste di settori del mondo cattolico e della D.C. causeranno un mutamento del settimanale e la nascita del mensile "Viene il tempo" che, per alcuni anni, darà voce al dissenso (dal no al referendum contro il divorzio, all'interesse verso "Cristiani per il socialismo" ...).
Il movimento sembra esplodere, in provincia, con un certo ritardo. Le stesse mobilitazioni studentesche con le conseguenti forme di lotta (volantinaggio, sciopero, picchetto, tentato collegamento con le fabbriche) crescono più nell'autunno che nella primavera del 68.
A novembre mobilitazione provinciale contro il fascismo in Grecia e la condanna di Panagulis. Si formano collettivi in molte scuole e in tutte le città. Ad Alba l'esigenza di un collegamento con i lavoratori è più matura che in altre realtà. I temi inizialmente più sentiti sono quelli della minuta vita scolastica l'interrogazione, il voto che deve essere palese e motivato, i rapporti con gli insegnanti, il diritto di assemblea, la disponibilità di aule per incontri, i carichi di lavoro. Nascono i primi interventi verso i quartieri degradati, i doposcuola per i figli di lavoratori e di immigrati. Comune la critica verso il senso comune del "cuneese medio".
"Ha avuto paura delle agitazioni studentesche: erano una pietra nel suo stagno, un turbamento troppo grande ... per questo ha avuto ancor più paura del corteo studenti-operai ... Odia e disprezza chi non la pensa come lui, chi non apprezza i valori che apprezza lui: il benessere, il non farsi problemi, il non cercare grane, l'indifferenza (anche quando è noia), il sano interesse personale ... Si capisce allora perché le lotte studentesche l'abbiano sconvolto, perché ce lo troviamo nemico; perché abbiamo messo in discussione i suoi valori" (1).
Analogo il senso di alterità e di sdegno morale nel manifesto del P.S.I.U.P. per il capodanno '68/'69 (quello degli incidenti alla Bussola) e nella contestazione (luglio '69) al Cantagiro che parte proprio da Cuneo:
"Canzonette furto del salario", "Polizia, TV, giornali alla difesa dei padroni. Il Cantagiro addormenta le masse", Voi cantate e prendete milioni, noi lottiamo e siamo licenziati".

1969/1976. I gruppi
Ai primi di luglio 1969, si hanno a Torino gli incidenti di corso Traiano.
Sempre a Torino, pochi giorni dopo si tiene un convegno nazionale, da cui, di fatto, nascono "Lotta Continua" e "Potere operaio".
In provincia, senza che vi sia alcuna struttura, la gran parte del movimento si riconosce nelle posizioni anti-autoritarie, "spontaneistiche" e "operaistiche".
Dei partiti storici si rifiutano la presenza al governo (P.S.I.), la coesistenza pacifica, il rapporto con l'U.R.S.S., la struttura interna ritenuta troppo rigida (P.C.I.). Lo stesso P.S.I.U.P. è giudicato ambiguo e freno per i movimenti.
La costruzione anche a Cuneo e in provincia di un gruppo di sinistra pare la continuazione naturale del lungo impegno e della crescita delle lotte. "Lotta Continua" nata in gran parte dai giovani socialisti consuma il divorzio dal P.S.I.U.P. e dalla sinistra storica.
Scrive un documento di fine 1970:
"Si arrivò alla fine del 1969 alla decisione di rompere definitivamente con una pratica che si era rivelata fallimentare, anche se aveva avuto la sua funzione storica ... Data per scontata la critica al riformismo del P.C.I. e dei sindacati ... ritenemmo che si dovesse lavorare tra i proletari, sulla base di una linea politica precisa e discriminante per costruire l'alternativa organizzata al sistema capitalistico ed anche alle forze tradizionali riformiste o verbalmente rivoluzionarie, ma ambigue (vedi P.S.I.U.P.) "(2).
Caratterizzano il gruppo: una forte critica alla democrazia delegata a favore di quella diretta, l'intervento sulla realtà di fabbrica, compiuto spesso con una forte mitizzazione della classe, il richiamo alla guerra partigiana (nel dicembre '68 la protesta studentesca contro la giunta D.C. ha fatto cancellare il festival internazionale del cinema della resistenza) che non deve essere celebrata, ma continuata, estesa e letta in dimensione internazionale:
"25 anni fa il popolo insorto deteneva il potere in tutta l'Italia settentrionale, gli operai occupavano e difendevano le fabbriche, le città erano controllate dalle forze partigiane ... Oggi ... a celebrare la resistenza non sono gli operai, i contadini; essi sono rimasti quelli di sempre, gli sfruttati, i governati, quelli sul cui capo si pensa di poter far passare qualsiasi cosa" (3).
Espressione di questo antifascismo è il "processo popolare ai fascisti" (novembre '70) che segue alcune provocazioni del M.S.I. che sta uscendo allo scoperto in città. Punto nodale la "strage di stato" e il legame tra neo fascismo ed apparato statale. I giornali moderati iniziano, anche localmente, a parlare di opposti estremismi.
Il gruppo si caratterizza con un certo gradualismo ('69/'70 "Lotta di classe", '70/'71 Lotta di classe, sezione cuneese di Lotta Continua, la sigla nazionale solo dal luglio 1971) e con un forte dibattito interno sull'opportunità o meno di aderire ufficialmente e subito alla organizzazione nazionale. Un documento parla di una burrascosa riunione provinciale in cui il "compagno di Torino" (Brunello Mantelli) chiede che si superino gradualismi ed opportunismi (vi può essere uno scontro rivoluzionario a breve termine) e i "compagni di Cuneo" (Marco Revelli, Franco Bagnis ...) sostengono che "Lotta di classe" consenta un maggior contatto con le realtà di fabbrica.
Anche nella provincia bianca è sensibile la crescita della lotta operaia e della presenza dei sindacati che moltiplicano iscritti, strutture, influenza.
Alcune fabbriche sono toccate dagli scioperi per la prima volta. Temi centrali i contratti, l'abolizione delle gabbie salariali, gli investimenti, l'orario, le riforme. Per Lotta Continua l'estensione dello scontro di fabbrica a tutte le realtà sociali è sintetizzato dalla parola d'ordine "Prendiamoci la città", particolarmente efficace in una realtà di proletariato non omogeneo, diviso, spesso sfiduciato. Può essere il centro dell'intervento sulla crisi e per la ricomposizione dei proletari. L'intervento in fabbrica inizia ad essere meno generico e propagandistico. Presenza alla Michelin di Cuneo negli scioperi contrattuali, volantini più specifici e "personalizzati" (attacchi ai capi).
Inusitato, anche per la tradizione sindacale, il tono polemico, espresso con un linguaggio (falsamente?) popolare:
"Cape, capette e ruffiane non credano di esser tanto fortunate, solo perché la direzione gli concede qualche briciola ogni tanto: a noi operaie che i soldi ce li guadagniamo lavorando sodo, farebbe schifo esser come loro! ... Adesso abbiamo capito qual'è il loro vero lavoro: far la guardia ai cessi!" (4)
"Che cosa vogliamo: tutto! Case gratis, trasporti gratis, scuola gratuita, vogliamo le fabbriche guidate dagli operai e le scuole al servizio del proletariato. Vogliamo lottare contro le rapine dei padroni, contro i prezzi che salgono ogni giorno" (5)
Scarso o nullo l'interesse per le elezioni. Non servono, contano i reali rapporti di forza sui luoghi di lavoro:
"La D.C. e i suoi alleati continueranno come prima a difendere gli interessi dei padroni e dei ricchi borghesi (fino a quando i proletari non si sbarazzeranno di questa gentaglia)" (6)
"Per me le elezioni non servono ad altro che a rafforzare il sistema capitalistico: i padroni ci concedono il diritto di voto per illuderci che siamo in una società democratica" (7).
In forte difficoltà l'intervento del P.S.I.U.P. Lotta Continua respinge proposte di lavoro unitario, soprattutto sui temi internazionali, ritenuti di minor peso rispetto all'intervento specifico. Nel dicembre '71, la sua sinistra lascia il partito su posizioni "operaiste e spontaneiste" e formerà, per breve tempo, "Centro di iniziativa politica".
Dall'autunno '70 inizia a comparire la sigla del Manifesto, inizialmente per iniziativa quasi individuale (di chi scrive), in seguito per la nascita di circoli a Cuneo, Alba e Bra. Maggiori, rispetto alle altre formazioni, l'interesse per le questioni teoriche, per i temi internazionali, per un rapporto di unità-lotta con la sinistra storica. Continua l'insistenza sulla necessità di formare un partito. Diverso lo stile di intervento (anche se ridotto nei primi tempi). Tre documenti: sulla situazione complessiva, sui 50 anni del P.C.I., sulla scuola (la proposta di metà studio/metà lavoro). Immediata presenza fra gli studenti (si nega la differenza lotta continuista tra istituti borghesi e proletari) e si produce un ciclostilato periodico "Contare sulle proprie forze".
Diverse le provenienze: ad Alba dal P.S.I.U.P., dal mondo cattolico e dal P.S.I., a Bra da un gruppo filocinese (Avanguardia proletaria maoista) e da gruppi cattolici, a Cuneo alcune adesioni anche dal Comitato per la lotta contro le malattie mentali che da tempo lavora sulla realtà manicomiale di Racconigi, oltre che da studenti e militanti delusi dall'immediatismo di Lotta Continua (il Manifesto avrà sempre fama di formazione "intellettuale").
Nella provincia la nuova sinistra cresce a macchia d'olio: L.C. a Cuneo, Alba,, Savigliano, (dove da una realtà cattolica nasce anche il gruppo Gramsci), nelle Langhe; a Saluzzo Avanguardia operaia; più complessa la realtà di Mondovì e Fossano.
L'influenza sembra estendersi anche a livello culturale: nel 1971 i gruppi e i radicali fondano il circolo Pinelli che, sino al '77, sarà centro importante di riflessione e di iniziative. Nell'estate '71, è la nuova sinistra (radicali compresi) con un certo appoggio del P.S.I., a tentare il referendum contro le norme fasciste presenti nei codici (grande assemblea provinciale con Luciano Violante e forte polemica con il P.C.I., contrario al referendum).
In autunno campagna contro l'elezione alla presidenza della repubblica di un D.C. di destra (in particolare Fanfani). La fantasia di Lotta Continua conia il termine "fanfascismo". L'elezione di Leone, con i voi fascisti, rilancia la polemica sul falso antifascismo D.C.:
"La D.C. ha celebrato oggi la sua scelta di destra e fascista. Partecipa a Cuneo ai cosiddetti comitati unitari antifascisti e al parlamento chiede al fucilatore Almirante i voti delle sue camicie nere" (8)
Il Manifesto chiede che il Parlamento proclami l'indegnità di Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani. Polemiche locali contro Giolitti (P.S.I.) e Milan (P.C.I.) che non aderiscono all'iniziativa. Nel '71, alle elezioni anticipate, i gruppi vanno in ordine sparso. Oltre ai partiti storici sono in campo tre liste: "Servire il popolo", Manifesto ed M.P.L., quest'ultimo nel tentativo di collegamento con le espressioni più avanzate del mondo cattolico che hanno rotto con la D.C. e sentono istintivamente il bisogno di una espressione politica.
Il Manifesto vede crescere nelle settimane di campagna elettorale, influenza e rapporti. Forte, anche per la curiosità, l'impatto con l'opinione pubblica.
Poche settimane prima del voto sono espulsi dal P.C.I. Elio Allario e Giuseppe Franco, per anni funzionario; si è già staccato Oronzo Tangolo, ex direttore del settimanale provinciale, collabora la dissidenza del P.S.I.U.P. Due manifesti nazionali, molti scritti a mano. Nulli i mezzi. Il ciclostile lavora continuamente, ma nessuno possiede un'automobile. Gli altoparlanti sono prestati, gli ultimi giorni, da L.C. Le elezioni dimostrano il fallimento del centro sinistra, l'impraticabilità di una politica di riforme in Italia (a differenza degli altri gruppi si sostiene l'assenza di "margini riformistici").
In difficoltà L.C., priva di linea e indicazioni sulla scadenza elettorale.
Insufficiente il richiamo all'antifascismo: "I fascisti a Cuneo non devono parlare! Questa è la nostra campagna elettorale".
Il risultato è complessivamente negativo. La sconfitta nazionale, di P.S.I.U.P., Manifesto e MPL è ancor più netta in provincia. Al Manifesto va solo lo 0.6% dei voti a riprova di una presenza disomogenea ed epidermica. P.S.I.U.P. ed MPL si sciolgono. Localmente le ali che non confluiscono in P.C.I. e P.S.I. si raccolgono nel P.D.U.P. Durissima la polemica del P.C.I., nella convinzione di poter assorbire le diaspore a sinistra:
"Il risultato ha fatto giustizia contro il tentativo dei cosiddetti gruppi di ultrasinistra di contestare la forza più unitaria e democratica dello schieramento di classe italiano. La loro folle azione è servita a far disperdere voti preziosi ... e a far sì che un milione di elettori di sinistra siano privi di rappresentanza in Parlamento. Tutto questo, ne siamo certi, servirà a far riflettere tutti quei giovani che, in buona fede, si sono lasciati trascinare sulla strada dell'avventurismo politico" (9).
Ad Alba "Lotta Continua" entra nel P.C.I. con un documento di autocritica che confina con l'abiura.
Forti le difficoltà dopo la sconfitta. Crolla l'interesse esterno, ma si divaricano anche le ipotesi. Nel Manifesto e dintorni si fa strada soprattutto a Cuneo una ipotesi che non privilegia l'organizzazione, ipotizza una struttura fluida ed aperta, chiede un lavoro "più d'opinione e meno di partito".
Strumento di questa ipotesi diviene il mensile "Dentro i fatti", diretto da Oronzo Tangolo. Un certo rilancio si ha con la presenza nelle scuole, con l'attenzione ai contratti e alle vicende sindacali, con attività culturali (a Bra il circolo Cocito), ma soprattutto quando, nella primavera '73, inizia a profilarsi la possibilità di fusione tra Manifesto e P.D.U.P.
La situazione è, però, sempre in movimento. Il governo di centro-destra scricchiola, crescono le lotte operaie, a Cuneo la conferenza di Edgardo Sogno (2 aprile '73) è impedita dagli studenti (due interrogazioni liberali alla Camera e querelle su tutti i giornali locali), il licenziamento del prete operaio Romano Borgetto dalla Pali Stella di Cuneo ripropone nel mondo cattolico l'attenzione alla questione operaia, nell'aprile, dopo le violenze fasciste a Milano, si rilancia la campagna per la messa al bando del M.S.I.
In autunno, il drammatico colpo di stato in Cile tocca profondamente la provincia. Decine di manifestazioni, dibattiti, concerti (gli Inti Illimani).
Nella manifestazione provinciale a Cuneo scontro tra il P.C.I. e i gruppi che impediscono l'intervento del D.C. Mazzola.
Il Manifesto e il P.D.U.P. rilanciano lo slogan "Uniti sì, ma contro la D.C.".
Lotta Continua organizza la raccolta di fondi per le "armi al MIR" nella convinzione di un lungo scontro armato in Cile.
I fatti cileni dimostrano la totale scorrettezza dell'analisi del P.C.I., ancor più grave dopo la proposta di compromesso storico. I suoi errori sono chiari alle masse che spingono per soluzioni diverse. Temi centrali dell'intervento l'occupazione e l'aumento dei prezzi che si legano alle conseguenze portate dalla crisi energetica a partire dall'autunno. Lotta Continua chiede trasporti gratuiti per i lavoratori, affitto rapportato al salario, prezzo politico per i generi di prima necessità, pieno salario per gli operai in cassa integrazione. Il nuovo governo di centro sinistra è voluto dai padroni per pilotare la crisi contro le classe popolari. Non vi è alcuna differenza tra questo e quello precedente, di centro destra.
Nonostante le asprezze, Lotta Continua dal 1972 vive alcuni mutamenti di linea, con una certa autocritica sull'estremismo e il passaggio ad organizzazione nazionale. La trasformazione è più evidente nel biennio '74/'75, con la partecipazione alle elezioni scolastiche, la campagna per il "M.S.I. fuorilegge" (contrario Servire il popolo che non crede alle "leggi borghesi"), il 1° congresso nazionale con la scelta del "P.C.I. al governo". Anche il Manifesto dopo la sconfitta del '72, modifica molte delle sue ipotesi iniziali. Si accentuano l'attenzione verso la sinistra storica e la sopravvalutazione verso la valenza politica delle piattaforme sindacali, l'unificazione con il P.D.U.P. segna la attenuazione di molte teorizzazioni iniziali (i consigli, le tesi sulla scuola, la maturità del comunismo ...). In provincia la spinta verso la sinistra sindacale è accentuata dalla presenza della "sinistra P.S.I.U.P." e di alcuni quadri della C.G.I.L. (nell'aprile '74, seminario di due giorni con Vittorio Foa, Fausto Bertinotti e Gianni Alasia). Le differenze interne emergono anche nella campagna per il divorzio (primavera '74). Se molti pensano ad una propaganda unitaria e di fatto appiattita sulla sinistra maggioritaria, altri insistono per una caratterizzazione autonoma, per la proposta della tematica femminista, per il recupero di elementi di critica alla struttura familiare, alla sua gerarchia, ai suoi valori, alla proposta di diversi rapporti interpersonali, alla riproposizione del rapporto marxismo-cristianesimo.
I risultati del voto sono sorprendenti anche per la provincia bianca e cattolica. La D.C. è sconfitta soprattutto nei ceti produttivi, nei centri medio grandi, fra i giovani. Scricchiola lo stesso rapporto con il mondo cattolico.
Due assemblee con Dom Franzoni vedono un pubblico strabocchevole. Le stragi dei mesi successivi (Brescia, treno Italicus) sono lette come risposta al voto e alla volontà di cambiamento espressa dalle lotte operaie. I fascisti compiono stragi perché coperti dall'apparato statale e dalla D.C. La campagna per il "M.S.I. fuorilegge" ha un grande successo, crea difficoltà nel P.C.I. (contrario), raccoglie adesioni in molti settori partigiani (Nuto Revelli, Lidia Rolfi).
Nel luglio '74 nasce il P.D.U.P. per il comunismo. Sedi a Cuneo, Bra, Alba, Saluzzo, Verzuolo, gruppi a Fossano, Racconigi, Mondovì, Cavallermaggiore e nelle Langhe.
150 iscritti con forte militanza. Scarsa l'incidenza nelle fabbriche, discreta presenza nel sindacato, buona nelle scuole, dove, per alcuni anni, sarà la forza egemone. In forte crescita la realtà di Bra, dove la presenza sociale e culturale è costante e diviene un riferimento per tutta l'area circostante.
Il nuovo partito insiste sulla estensione dei consigli di zona, sull'autoriduzione per le tariffe dei servizi pubblici, sulle 150 ore come intreccio di lavoro e studio e come base di un ingresso operaio nella scuola.
E' il momento di maggior presa anche a livello d'opinione: le iniziative della nuova sinistra (i cicli sulle istituzioni, gli spettacoli, i dibattiti) vedono una presenza mai registrata nel cuneese.
Anche Lotta Continua registra una crescita. Al primo congresso provinciale oltre alla relazione sul lavoro svolto (è nato anche "proletari in divisa") e all'analisi della situazione, si compie la scelta per il voto al P.C.I.:
"Non con l'obiettivo di raccogliere voti intorno al nostro programma (intorno al programma operaio si organizza la lotta e non il voto), ma per scatenare una grande campagna antidemocristiana ... e per polarizzare i voti intorno al partito che maggiormente nello schieramento istituzionale, può facilitare una rottura dell'attuale equilibrio di potere e cioè il P.C.I." (10)
Continua il lavoro verso le fabbriche, con attenzione quasi mitica verso la FIAT e forte vis polemica contro sindacati, padroni e capi:
"Ma che padrone è il signor Rosso che non sa che esiste la cassa integrazione? Oppure non vuole che l'I.N.P.S. e l'ispettorato del lavoro ficchino il naso nella sua fabbrica? O forse ha qualche operaio da nascondere perché non ha i libretti?
... Non abbiate paura che vi licenzi, non può per questi motivi licenziare nessuno. Se si provasse a farlo, allora sì che verrebbero a galla tante cose che non si sanno, ma non si dicono e l'unico a rimetterci sarebbe lui." (11)
Analogo approccio verso le caserme:
"Il tenente colonnello Luigi Rezzano è arrivato così all'improvviso e ... ci ha quasi subito rivolto un discorso nel quale ha parlato di palle, pallini, regolamento e disciplina: la penna attaccata, i capelli corti, la divisa in ordine, l'adunata di corsa." (12)
Sempre netta la polemica contro il moderatismo e i "piagnistei" del P.D.U.P.
Alle regionali del giugno '75, la D.C. per la prima volta, scende sotto la maggioranza assoluta (49.8%; crescita del P.S.I. (14.9%) e quasi raddoppio del P.C.I. (14.6% + 6.1%). Il P.D.U.P. non si è presentato, dopo lunghe diatribe interne. Lotta Continua ha appoggiato il P.C.I. e, dopo il voto, chiede che questo non sia svenduto in accordi con la D.C. (a Cuneo, in un grande comizio del P.C.I., polemica con Franco Revelli che rilancia con forza l'ipotesi del compromesso storico).
"I 10 e più milioni di voti al P.C.I. e la crescita del P.S.I. non sono voti di protesta, non sono voti di borghesi scontenti; sono gli operai, i pensionati, i soldati, i giovani; è il proletariato che si è espresso in modo inequivocabile: bisogna farla finita con la D.C. e gettare le basi del potere popolare." (13)
Il risultato è tale che il "governo delle sinistre" sembra molto vicino. A dicembre, al congresso provinciale del P.D.U.P. consenso a questa ipotesi. Il governo delle sinistre è nelle cose. Il P.C.I. può essere condizionato dalla forza del movimento, dalle lotte, come dimostrano le sue scelte (anti compromesso storico) nelle giunte locali. Unica opposizione da chi scrive: un governo di sinistra non farebbe precipitare a destra la crisi senza aver preparato gli strumenti per una controffensiva? Chi lo propone non fa i conti con la linea politica e la storia di P.C.I. e P.S.I. che guardano in tutt'altra direzione. Assurda la scelta di Lotta Continua che, fallita l'ipotesi di tempi brevi, ricerca una scorciatoia, ritenendo obbligata l'ascesa dei riformisti al governo.
La campagna per le nuove politiche anticipate (20 giugno) si svolge quindi con ottimismo e convinzione.
La scadenza elettorale suscita nei gruppi l'ennesimo dibattito sul "come presentarsi". Lotta Continua rovescia le proprie posizioni. L'appoggio al P.C.I., non ha pagato, la strategia di questo partito è in contraddizione con le lotte operaie e le spinte di base; la sinistra supererà certamente il 50% dei voti e, davanti al futuro governo delle sinistre, è indispensabile una forte presenza dei rivoluzionari. Chiede, quindi, di far parte del "cartello" di Democrazia Proletaria. Anche in provincia molti gli appelli e le iniziative per una presenza unitaria (ad un appello nazionale aderisce anche Nuto Revelli). Il P.D.U.P. (Avanguardia operaie è presente solo a Saluzzo) è inizialmente contrario.
Troppe sono le polemiche e le diversità trascinate per anni. Liste unitarie non sarebbero capite. Il 2 maggio '76 assemblea provinciale a Bra con Giangiacomo Migone. Si ripropongono le divisioni interne "per appartenenza". Gli ex P.S.I.U.P. M.P.L. sono per liste unitarie, contrari gli ex Manifesto. A livello provinciale prevalgono i primi. L'accordo nazionale prevede iniziative separate e i candidati di Lotta Continua ultimi di lista. Rappresentano la provincia Luigi Danzi per il dissenso cattolico, Beppe Costamagna, avanguardia alla Burgo, Carlo Petrini consigliere comunale di Bra. Per Lotta Continua Flavio Crespo, operaio.
Tutta la campagna è basata sulla certezza che si andrà ad un governo delle sinistre, che D. P. otterrà un buon risultato, che la crisi della D.C. sia irreversibile, che il problema sarà quello di incalzare P.C.I. e sindacato, di essere presenti nelle contraddizioni che si creeranno tra le masse e il futuro governo. Tutte le iniziative vanno bene. Sono in provincia Magri, Sofri, Mariella Gramaglia, Roberto Biorcio. Ottiene consensi la candidatura di Giovan Battista Lazagna.
Le proposte riguardano l'occupazione, la politica fiscale, il carovita, il salario, la casa. I "mercatini rossi" hanno grande seguito nei paesi e nei quartieri.
"E' ora è ora: potere a chi lavora". "Se il paese lotta, il governo deve lottare con lui". "Nelle elezioni politiche del 20 giugno ... la posta in gioco sarà la cacciata della D.C. dal governo, la fine del regime della disoccupazione, dell'emigrazione dell'attacco alle condizioni di vita, della corruzione elevata a sistema di governo." (14)
Deboli, ma insistenti anche i tentativi di articolare il discorso su temi specifici e locali: le difficoltà nelle campagne, i militari di leva, le scuole, le fabbriche" (15)
Emergono già in questi mesi, ed esploderanno dopo la sconfitta, modalità di impegno del tutto esterne ai partiti e tematiche nuove.
Nel '75 a Bra, nasce "Radio Bra onderosse". Contro il sequestro, proteste, comizi, raccolta di firme, spettacoli con Dario Fo, frequentemente in provincia.
A Cuneo "Radio Cuneo Democratica" che per alcuni anni accompagnerà tutta la sinistra locale. Notiziari, musica non tradizionale, spazio alle formazioni politiche, alle prime espressioni del femminismo, ai giovani, ai paesi.
Il collettivo politico femminista inizia ad uscire allo scoperto e a porre i temi sociali, dell'aborto, della salute. Sul tema dell'aborto polemiche con il P.C.I., accusato di cercare un accordo con la D.C.
Anche il circolo "Pinelli", nella sua ultima fase, piega verso tematiche che intrecciano il politico e il personale.
Occorre modificare il concetto tradizionale di circolo culturale, cercare nuovi interlocutori, dare voce alle esigenze di riappropriazione della cultura da parte delle classe sfruttate e dei giovani in particolare. Cresce l'interesse sul tema droga. No ai questionari pseudoscientifici della regione, no ai corsi per insegnanti, tendenti a creare una "schiera di poliziotti", no alla nuova legge che dietro l'apparenza della depenalizzazione tende a "criminalizzare".
Il "Pinelli" organizza concerti che possono divenire momenti di aggregazione politica, di creatività. Bisogna spezzare la divisione drastica tra artista e operatore, riprendersi tutto quello di cui si è stati espropriati. Concerti con Toni Esposito, Bennato, Dalla, spettacoli del Living Teather, della compagnia dell'Elfo, girano dappertutto i film "Matti da slegare" di Bellocchio sull'emarginazione negli ospedali psichiatrici, "Bianco e nero" di Paolo Pietrangeli sul fascismo e i suoi legami con il potere, il cortometraggio "Brescia '74" sulla strage e sui funerali delle vittime.
Inizia ad essere affrontato pubblicamente il tema della sessualità. Nelle prime presentazioni del F.U.O.R.I. (fronte omosessuale rivoluzionario italiano) tematiche radicali ed antiautoritarie si legano alle analisi di Reich e ad alcuni elementi dell'analisi marxista.
Tutto sembra concorrere all'inevitabile cambiamento. Pochi giorni prima del voto, su un muro nel centro di Cuneo, compare la scritta: "Grazie D.C.: ti ricorderemo".
Il risveglio sarà amaro.
Il 20 giugno non scattano il sorpasso e il governo di sinistra. La D.C. recupera giocando ancora sull'anticomunismo. D. P. non va oltre l'1.5%.
Nel cuneese la D.C. torna alla maggioranza assoluta (52.8%), il P.C.I. tocca il suo massimo storico (16.8%, 65.000 voti), tonfo di P.S.I., P.S.D.I., P.L.I., D.P. è al 2%, quindi più della media nazionale.

1976/1979. La crisi, "i movimenti".
La nuova sinistra non regge al forte ridimensionamento segnato dalle elezioni.
Lotta Continua al congresso di Rimini (novembre '76) si "scioglie nel movimento", anche se, di fatto, sedi e gruppi sopravviveranno sino al '79. E' la formazione che vive maggiormente tutte le contraddizioni del momento, percorsa dal femminismo, da tutte le spinte giovanili, dal ritorno allo spontaneismo iniziale, dalla rimessa in discussione di tutte le scelte organizzative. La tematica operaia sembra in forte contraddizione con le "nuove" proposte di giovani (musica, sessualità, libertà individuale, antiautoritarismo - sono i mesi, non a caso del grande successo commerciale di "Porci con le ali" e del separatismo femminista che modifica la gerarchia fra le contraddizioni, ponendo quella sessuale come prevalente, e con le stesse tendenze violentiste. Al congresso locale totale incomunicabilità tra operai e femministe. Non regge il tentativo di mediazione e di collegamento tentato per qualche tempo.
L'esplosione del movimento giovanile non ha localmente fatti specifici, ma vede moltiplicarsi le iniziative. Al P.D.U.P. che ripropone l'intervento nella scuola come centro del mondo giovanile, l'area di Lotta Continua risponde concentrando l'interesse verso forme di aggregazione diverse. Se nel dicembre '76 gli studenti del P.D.U.P. organizzano una manifestazione antifascista con Lazagna, pochi mesi dopo escono fogli "alternativi", si ha una contestazione ad uno spettacolo teatrale, fanno capolino anche se in sedicesimo gli indiani metropolitani, si diffondono tematiche situazioniste. Nell'autunno '76 a Bra, grande convegno, organizzato da Carlin Petrini, sulla cultura e i movimenti. Interviene Lidia Menapace. Nuto Revelli presenta "Il mondo dei vinti" che sta per pubblicare.
Il fenomeno brigatista non si manifesta direttamente in provincia, ma anche qui produce i suoi effetti devastanti.
Il P.D.U.P. si scinde nella primavera del '77. Non reggono anime diverse sul rapporto con il P.C.I., con settori del movimento giovanile, sulla concezione e la pratica del partito. Si formano il P.D.U.P. e D.P. E' fallito il tentativo di dare vita, alla sinistra dei partiti storici, ad una forza di classe ed alternativa.
Localmente aderiscono al P.D.U.P. il gruppo di Bra, la maggioranza di Alba, la commissione scuola, i pochi aderenti di Savigliano, a D. P. la maggioranza di Cuneo, Saluzzo, i piccoli nuclei di Racconigi, Cavallermaggiore, Fossano.
Analoghe le difficoltà per i due gruppi: il primo è radicato soprattutto a Bra (scuola, fabbriche, giornale, consiglio comunale, attività culturale), il secondo non riuscirà mai a penetrare nel nord della provincia, ad avere una reale dimensione di massa, un rapporto continuativo con le fabbriche, nonostante alcune importanti "invenzioni" soprattutto a fine anni '70 (la tematica ambientalista, la questione nucleare, quella delle minoranze nazionali ...).
"Contare sulle proprie forze" cessa le pubblicazioni dopo pochi mesi, il "Pinelli", anche per le scelte della nuova dirigenza (tra le altre un concerto in onore di Ulriche Meinohf) non svolgerà più alcuna attività. Per qualche tempo cresce Radio Cuneo Democratica che diventa sede anche di un dibattito politico, multiforme e spesso confuso, ma specchio delle difficoltà e dell'interrogarsi della sinistra locale e del mondo giovanile. Attorno alla radio nasce nel '79, ma avrà breve respiro, il circolo "L'ortica", con iniziative pubbliche su nucleare, terrorismo ...
La diaspora di Lotta Continua e il crescere di forti fermenti giovanili non producono strutture organizzate e continuative. La stessa autonomia non avrà mai una reale presenza, ma solo un alone di simpatia. La sede di Lotta Continua chiuderà nel 1980 "rilevata" da D.P. I gruppi locali non superano le divisioni (età, gusto, formazione ...) e le diverse opzioni alle elezioni del 1979 (parte per N.S.U., parte per il Partito radicale).
Fallisce contemporaneamente l'esperienza della "Mela rossa" un circolo di incontro per i giovani contro l'emarginazione, la tossicodipendenza, la solitudine e contemporaneamente di vendita di prodotti naturali. Nonostante queste anticipazioni di temi molto popolari negli anni successivi, il circolo, negli ultimi mesi, si riduce ad un oggettivo ghetto, incapace di creare un rapporto tra diversi tipi di giovani.
Forte, invece, il consenso raccolto dal P.R. per le scelte referendarie, per l'immagine di novità, per la forte critica ai partiti, particolarmente sentita nel periodo dell'unità nazionale", per la stessa frantumazione della nuova sinistra che sposta simpatie e militanze (non a caso parte di Lotta Continua subisce il fascino delle sirene pannelliane), per la messa in discussione di qualunque schema di analisi marxista (per parti di movimento obsoleta e per settori di Lotta Continua quasi un ostacolo). Anche la intensa campagna, nel '78, per il referendum contro la Legge Reale, è identificata con il P.R.
Solo le elezioni del giugno '79 a dare l'ennesima dimostrazione della crisi di un'intera area politica. Nuova Sinistra Unita fallisce proprio nel presentarsi lista di movimento, diretta espressione di tutto l'antagonismo sociale che vive nella società. Anche localmente la campagna è generosa, ma priva di precisa fisionomia e spesso differenziata da luogo a luogo anche su punti qualificanti.
A questo si somma la difficoltà data dal simbolo sconosciuto, contrapposto a quello noto del P.D.U.P. Settori di movimento si riconoscono maggiormente nella proposta di Pannella o sono attratti dall'astensionismo.
Lo 0.7% a livello provinciale parla chiaro, anche davanti all'1.3% del P.D.U.P. e al 3.6% del P.R. Lotta Continua cessa ogni attività. D.P. perde tutta la "sinistra sindacale" e si riduce al lumicino, letta come inutile tentativo di mantenere in vita una formazione di nuova sinistra quando è ovvia la crisi della forma-partito, l'inutilità del rifarsi al marxismo quando ineluttabile e definitiva ne è la crisi, l'impossibilità di mantenere alcuni "punti fermi" (la centralità di fabbrica) quando tutto è in movimento.

1979/1991 D.P.
La storia della nuova sinistra negli anni '80 si identifica sostanzialmente con quella di D.P. Piccoli gruppi a Cuneo, Saluzzo, Mondovì, per qualche tempo a Fossano, contatti episodici con alcune altre realtà.
Gli anni sino al 1981 sono i più duri, segnati dalla sconfitta elettorale, dalla convinzione, non solo esterna, della impossibilità, o inutilità, di mantenere una organizzazione nazionale, dal prevalere di ipotesi contro cui la semplice esistenza di un piccolo "polo marxista" sembra andare controcorrente.
Poche o nulle la attività, nulli i contatti con fabbriche e realtà sociali, vani tutti i tentativi di rilanciare una presenza nelle scuole, frontale il calo di partecipazione. Gli iscritti non superano le quaranta unità.
Crescita alle regionali del 1980, ma per poche centinaia di voti non scatta il seggio. Nuove difficoltà e nuovi abbandoni.
La realtà sembra migliorare con i due "referendum sociali" (estensione dello statuto dei lavoratori, contingenza nelle liquidazioni) e con l'esplodere del movimento per la pace ('81). D. P. ritrova qualche riferimento sociale, capacità di uscire dalle sedi. Questo fatica, però, a tradursi in struttura ed organizzazione, sempre labile e affidata a pochi. Sono le politiche del 1983 a segnare una parziale affermazione in provincia di D.P. che tocca una percentuale (1.8%) del tutto sproporzionata rispetto alla consistenza organizzativa e al numero di militanti. Il voto esprime esigenze anche differenziate e raccoglie settori pacifisti, antinucleari, giovani, parti del mondo cattolico. Ancora migliore il risultato l'anno seguente alle europee (2%, una delle percentuali più alte a livello nazionale), con candidatura di chi scrive. Neppure l'ingresso del P.D.U.P. nel P.C.I. (autunno 1984) permette di penetrare nel braidese e nell'albese che restano aree "vergini" (ad Alba solo un certo seguito elettorale, in particolare da settori cattolici e ambientalisti).
La pluralità di culture, di formazioni e di approcci che costituisce certo una ricchezza, dimostra, però, tutta la sua frammentarietà l'anno successivo, davanti alla nascita delle liste verdi.
La carenza di collegamenti, di discussione, la mancanza di punti fermi (giudizi sulle altre formazioni, visione del partito, priorità ...) sono i primi segni di difficoltà e scollamenti che esploderanno poi alcuni anni dopo.
A chi propone l'attenzione al fenomeno ambientalista all'interno di una lettura di classe, un legame tra ecologia e marxismo, si contrappone chi chiede, ancora una volta lo scioglimento di D.P. nel movimento (verde), chi la vede ingessata dalla struttura di partito. Il piccolo partito regge miracolosamente, fermo alla quarantina di iscritti (scarso ricambio), e all'1.5% elettorale (regionali 1985, politiche 1987, europee 1989).
Si modifica, invece, l'elettorato. Già dal 1987 scompare progressivamente quello tradizionale di nuova sinistra, mentre vi è una lieve crescita in settori di fabbrica e nel tradizionale bacino del P.C.I. Sempre gracile la struttura, affidata ad un giornalino mensile di collegamento, a commissioni (lavoro, ambiente, pace) che non riescono a decollare, a dibattiti pubblici mensili che testimoniano il permanere di un'area di opinione, a fogli (per studenti ed operai) che non trovano mai continuità. Anche le "campagne di massa" (leggi e referendum su temi sociali) non hanno impatto di massa. Fa eccezione l'impegno sul nucleare (referendum tra il 1986 e il 1987).
Nonostante la tenuta alle europee del 1989, dovuta ad una candidatura locale di segno ambientalista-pacifista e al grosso seguito di Eugenio Melandri, la crisi esplode. La rottura nazionale (i verdi arcobaleno, Capanna) non ha seguito negli iscritti in provincia, ma l'impatto negativo provoca disimpegno e perdita di immagine esterna. Le tante "culture" di D.P. esplodono in un dibattito spesso ripetitivo e privo di legami reali. L'ipotesi di una forza neo comunista sembra a molti conflittuale con la stessa storia della nuova sinistra e con alcuni suoi temi (pace, ambiente ...), rinascono le divisioni sulla forma partito, sul suo rapporto con i movimenti, riproducendo eterne questioni mai risolte.
Alle regionali del 1980, D. P. fa il consigliere per pochi voti. Nel cuneese scende sotto all'1% (di poco superiore alle percentuali di Manifesto ed N.S.U.).
Il risultato viene letto come definitiva dimostrazione della fine, soprattutto davanti al dato positivo dei verdi. Lo 0.6% alle comunali di Roma di pochi mesi dopo conferma questa valutazione. E' la divisione nel P.C.I. a rilanciare l'ipotesi di una rifondazione comunista. Spinge per questo soprattutto chi scrive (suoi gli interventi agli ultimi congressi del P.C.I. e un lungo "manifesto" ignorato da tutta la stampa locale). La crisi dell'est e le scelte di Occhetto sono occasione per rimettere tutto in discussione, per sintetizzare le parti migliori di tutte le tradizioni comuniste. In disaccordo soprattutto le donne: Rifondazione non rompe con il vecchio P.C.I. e le tematiche della nuova sinistra sono cancellate. Impossibile aderire ad un partito chiuso e autoritario.
Lo scioglimento di D.P. è votato all'unanimità, ma restano incomprensioni e modi diversi di azione politica che hanno caratterizzato non solo questa formazione, ma tutta la nuova sinistra.
Questa decisione segna la fine di una storia venticinquennale, segnata da divisioni, scissioni, incomprensioni, polemiche spesso tutte ideologiche, ma anche da alcuni elementi unificanti:

Poche le specificità locali. In un bilancio a posteriori, il limite maggiore di tutti gruppi è certamente quello di essere stati per anni "ripetitori e megafoni" di parole d'ordine nazionali. E' mancata vuoi per la scarsa dimensione, vuoi per l'oggettiva inesperienza politica, la capacità di mediare le tematiche nazionali con i problemi e la realtà locale.
La mancanza di una "analisi di classe" e più ancora della comprensione del "retroterra culturale e ideologico" ha impedito spesso di rapportarsi ai fatti e allo stesso mondo operaio in termini reali.
E' sempre stata presente nei gruppi la forte matrice cattolica propria della provincia, soprattutto visibile nel forte interesse per temi internazionali, raramente e spesso forzatamente mediati con il locale.
La ricerca di un impegno più specifico, a parte il lavoro di porta di Lotta Continua (soprattutto alla Michelin) nasce soprattutto dopo la facciata del '76.
In settori di D.P. nasce un forte interesse per la questione nucleare (declinata anche localmente - la campagna contro la riapertura delle miniere d'uranio -) e per quella nazionale, con iniziative sulla questione occitana.
Le vicende "romane" e la sconfitta elettorale del '79 peseranno non poco sulla prosecuzione di questo sforzo.
Un capitolo a parte merita la già ricordata esperienza di Bra (la provincia è policentrica e ogni città fa storia a sè), certo la cittadina dove il P.D.U.P. riesce ad insediarsi maggiormente, segnando una presenza sia a livello sociale (fabbriche, sindacato), sia a livello culturale (Radio Bra onderosse, l'ARCI, riscoperta di tradizioni musicali). Questa pluralità di iniziative e di interessi permette al partito di insediarsi in strati differenti della società e di resistere alla fase di disimpegno. Bra resta, però, un'isola felice, poco legata al resto della provincia (alle regionali del 1980 un terzo dei voti del P.D.U.P. è concentrato qui). Qui nasceranno, con un interessante e singolare paradosso iniziative nazionali e internazionali (ARCI Langhe, Arci Barolo, Slow food ...) tutte centrate sulla creatività di Carlin Petrini e sul rapporto fra metropoli e personalità di fama internazionale e una cittadina di 25.000 abitanti.
Un bilancio complessivo di oltre 25 anni non può essere positivo: la nuova sinistra non è quasi mai riuscita ad insediarsi socialmente, la sua presenza è stata spesso episodica, sempre generosa, ma poco legata al retroterra culturale degli stessi lavoratori di fabbrica (non a caso, su questi nel breve periodo '90/'94 sfonda la Lega Nord). Pesa soprattutto, su un giudizio a posteriori, il mancato radicamento non solo di formazioni e presenza sociale, ma anche di idee, punti fermi che spesso scompaiono al mutare di ogni stagione politica. Molte storie individuali testimoniano di scelte poco radicate, di opzioni che seguono tendenze nazionali e che durano lo spazio di un mattino. Lo stesso rapporto con la sinistra storica è poco lineare, ondeggiando tra polemiche frontali e una visione unitaria che in più di un caso cancella le discriminanti di fondo.
I due momenti che maggiormente segnano queste difficoltà sono la crisi di Lotta Continua con la diaspora in mille direzioni ('76/'79), e la rottura di D.P., dimostrazione della difficoltà di coniugare una opzione marxista con le letture imperanti di ambientalismo, pacifismo, femminismo (su questi temi da non dimenticare l'impegno di anni del C.I.P.E.C. di Cuneo, la cui attività culturale ha tentato di offrire strumenti per una lettura non dogmatica del marxismo, della storia del '900, per una riflessione sul rapporto nord/sud ...).
E' evidente, al tempo stesso, che la vita dei "gruppi" abbia risentito delle storiche difficoltà della sinistra nel cuneese, ma che su più temi (questioni ambientali, nucleare, problemi internazionali e giudizio sui paesi dell'est, diritti civili, rapporto fra dimensione personale e politica) essi abbiano portanto oggettive novità in un ambiente molto statico.
Se può sembrare anacronistico ripensare a questa stagione in una Italia berlusconiana e davanti ad una sinistra che sembra rifiutare questo stesso termine, è ovvio che sia fondamentale mantenere una memoria (anche critica) su fatti, episodi, idee, speranze che hanno segnato tanta parte della vita di intere generazioni e che mantengono elementi di attualità.

Sergio Dalmasso


Per uno studio sulla sinistra cuneese del dopoguerra: una bibliografia

Tracciare un itinerario bibliografico attraverso la pubblicistica, i libri, i saggi, le tesi di laurea, i fondi d'archivio, che trattano la storia e l'operato delle forze della sinistra cuneese nel secondo Dopoguerra, non è un'impresa semplice.
Le difficoltà sono dovute, in modo particolare, alla scarsità numerica di opere che hanno preso in considerazione quest'area politica; infatti, le ricerche sulla storia contemporanea locale sono state maggiormente orientate verso le vicende della Seconda Guerra Mondiale e i temi della lotta partigiana.
E' giusto e necessario premettere, però, che la carenza di studi e di documentazione riguarda anche le altre formazioni politiche cuneesi e non solo quelle di sinistra. Dunque, rimangono ancora molti "terreni" da esplorare per giungere ad una seria panoramica sull'evoluzione dei partiti politici nella ' Granda ' dal '45 in poi.
Nel campo specifico della sinistra le ricerca ha segnato un importante traguardo con la pubblicazione, nel 1987, ad opera della Cooperativa Libraria " La Torre " di Alba, del libro di Sergio Dalmasso: " 45/58 il caso Giolitti e la sinistra cuneese".
L'opera prende in esame le vicende della Federazione comunista di Cuneo dalla fine degli anni Quaranta al clamoroso dissenso, nei confronti della linea del Partito, manifestato nell'estate 1956, da parte di Antonio Giolitti, parlamentare e uno dei massimi esponenti del P.C.l. provinciale.
Il lavoro mette in luce gli avvenimenti e i dibattiti che hanno preceduto e seguito il " caso ". Il libro ha come base di elaborazione una tesi di laurea, redatta nell'anno accademico 1984/85, sempre da Sergio Dalmasso, presso la Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Genova. Il testo, titolato " II '56, Antonio Giolitti e la sinistra Cuneese del Dopoguerra ", ricco di citazioni e di riferimenti sia alla realtà politica locale, sia alle vicende nazionali e internazionali, si presenta come primo valido punto di partenza per un'analisi storica del P.C.l. locale.
Dalmasso, nella redazione, fa riferimento anche a lavori di ricerca utili per inquadrare e capire le vicende politiche che hanno interessato la nostra provincia, nel dopo Liberazione.
A tale proposito vanno ricordate le tesi di laurea di Aldo A. Mola (Lineamenti e storia del P.d.A. nel Cuneese, Università di Torino, 1966), Giuseppe Brandone (Quando si votava contadino, Università di Torino, 1984), Ferdy Jaloux (Dibattito politico fra i partiti a Cuneo, nel periodo della Ricostruzione, Università di Torino, 1974), Alessio Revelli (II Cuneese nel 2° Dopoguerra '45/'48, Università di Torino, 1973).
Sempre per quanto riguarda il " caso " Giolitti va tenuta presente la pubblicazione, nel 1993, da parte della Casa Editrice II Mulino, dell'autobiografia dell'ex parlamentare: " Lettere a Marta, ricordi e riflessioni ".
Il libro offre una serie di interessanti retroscena che hanno accompagnato la crescita e l'evoluzione politico-intellettuale di Antonio Giolitti, che rimane -tutt'oggi- un punto di riferimento per capire le vicende dell'antifascismo e della sinistra cuneese degli Anni Cinquanta.
Un altro aspetto preso in considerazione dagli studenti che si sono cimentati in ricerche sulla storia contemporanea cuneese sono le lotte contadine che hanno interessato le campagne della ' Granda ', in modo particolare le Langhe, tra il '54 e il '58.
Sono gli anni della politica di " Rinascita ", delle passeggiate dimostrative, della proposta di legge Giolitti per un contributo straordinario di quattro miliardi all'Amministrazione Provinciale di Cuneo; gli anni del IV Congresso della Federazione P.C.I. e della segreteria di Giuseppe Biancani, il compagno " Pino ".
Anni, dunque, di una grande svolta negli ambienti della sinistra locale. La strategia di " Rinascita " impegnava i comunisti ad un esaltante confronto e, alle volte, alla collaborazione con settori politico-sociali (come i contadini piccoli proprietari) tradizionalmente distanti dalia logica classista del P.C.I., maggiormente adatta alle grandi concentrazioni urbane e industriali che non alle colline di Langa.
L'azione a largo raggio delle lotte contadine puntava, dunque, al superamento dei vecchi steccati della ' Guerra Fredda ', steccati che per anni, in una provincia "bianca" come quella di Cuneo, avevano permesso la totale emarginazione del Partito Comunista dalla scena politica.
La linea di " Rinascita " finì però per impantanarsi ed esaurirsi nelle polemiche seguite alla repressione della rivolta ungherese, e all'esplosione del " caso " Giolitti (1956).
Sul "Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e provincia" numero 20, del dicembre 1981, l'allora segretario della Federazione cuneese del P.C.I., Sergio Soave, nel ricordare la figura e l'opera di Giuseppe Biancani (morto a Cuneo il 24 Dicembre 1981), scriveva: « Rinascita costituì forse - se è lecito ragionare in questi termini - la più grande " occasione perduta " per il partito comunista cuneese, nei trentacinque anni dell'Italia repubblicana ».
Sulle lotte di " Rinascita " è a disposizione la tesi di laurea, di Claudio Biancani (figlio di Giuseppe Biancani), presentata all'Università di Torino, nell'anno accademico 1976, dal titolo: " Un caso di mobilitazione politica. Le lotte contadine nelle Langhe negli anni '50 ". L'argomento è stato poi ripreso nel saggio, sempre di Claudio Biancani, pubblicato sul n° 21 del Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo (giugno 1982), sotto la dicitura: " Anni Cinquanta: lotte contadine. Il Partito comunista e la politica di Rinascita nel Cuneese ".
In entrambi i casi si tratta di un'analisi storico-sociologica ampiamente documentata con note, dati e testimonianze di protagonisti come il sindacalista Piero Panero, Giuseppe Biancani, il senatore Leopoldo Attilio Martino, Gino Borgna, ecc...
Utile al fine di inquadrare la fase delle lotte contadine degli Anni Cinquanta e l'azione della Federazione comunista cuneese è la consultazione dell'autobiografìa di Paolo Cinanni: " II passato presente: una vita nel PCI ", Grisolia Editore, 1986, Catanzaro.
Cinanni, considerato uno degli ispiratori della politica di " Rinascita ", nel secondo Dopoguerra ricopri importanti incarichi nel partito a livello regionale. Calabrese, emigrato al Nord, antifascista, dopo l'8 settembre '43 era stato inviato nella 'Granda' dal Partito allo scopo di allacciare contatti con la rete dei militanti locali.
Dopo l'uccisione di Giovanni Barale (1 gennaio 1944), fu - per un breve periodo - tra i coordinatori della Federazione clandestina cuneese. Profondo conoscitore della questione contadina, negli anni Cinquanta, si occupò delle " lotte per la terra " e della riforma agraria. Sempre in contatto con i compagni cuneesi, Cinanni fu tra i protagonisti del IV Congresso provinciale che, come detto, portò alla svolta di "Rinascita" e sancì, alla guida della locale Federazione, la leadership del gruppo detto dei ' filo-cinesi ', per la loro particolare attenzione alle masse contadine, i cui principali esponenti erano Giuseppe Biancani, Mila Montalenti, Gianni De Matteis, Leopoldo Attilio Martino e Luigi Borgna detto Gino.
Quest'ultimo ha pubblicato, nel 1989, presso le edizioni L'Arciere di Cuneo, il libro " Anni di scelte, anni di lotte ". Borgna, nato a Mondovì nel 1923, traccia una serie di ricordi sulla sua esperienza di partigiano, militante comunista e sindacalista.
Per quanto riguarda il Dopoguerra l'autore si sofferma sull'istituzione, da parte della Federazione cuneese, del centro zona delle Langhe e sull'arresto di polizia da lui subito nel 1951 (nel pieno della campagna pacifista lanciata dalle forze di sinistra contro il 'Blocco Atlantico'), per aver pubblicamente difeso alcuni giovani di Ruffia che avevano rifiutato le " cartoline rosa " della chiamata alle armi. II libro offre uno squarcio genuino e sincero sulle varie attività della locale Federazione comunista e della Camera del Lavoro provinciale negli anni della " Guerra fredda ".
Nell'appendice sono inoltre riportati una serie di schede-ricordo su alcune importanti figure di militanti comunisti della ' Granda ', come: Vittorio Nazzari, Giovanni Cerrina "Vito", Giuseppe Aimo e Maria Renaudo " Giasone e Cloto ".
E' utile ricordare come possibile spunto di ricerca storica che, sempre in appendice, vengono elencati, anche se a carattere mnemonico: i componenti del Comitato Federale del 1949; la struttura organizzativa della Camera del Lavoro di Cuneo nel 1949/50; i rappresentanti del Comitato Direttivo della sezione del P.C.I. di Mondovì del 1949; i nomi dei compagni di carcere di Gino Borgna, colpevoli - anche loro - di aver contestato le cartoline rosa; l'elenco degli operai antifascisti che durante il Ventennio prestavano servizio alla Ceramica Besio e i nominativi dei dipendenti dello stesso stabilimento che, dopo la Liberazione, si erano iscritti al P.C.I..
Nella rassegna delle figure storiche del P.C.I. provinciale spicca il profilo biografico del compagno " Giors " (Giorgio Giraudo), tracciato da Mario Giovana, sul Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza, n° 27, giugno 1985, sotto il titolo: "Vita di comunista, Giorgio Giraudo".
Anche se le vicende del secondo Dopoguerra sono trattate soltanto nell'ultimo capitolo, " Nel sindacato e nel partito ", lo scritto di Giovana, dal vivace taglio giornalistico, ripercorre le tappe di formazione di un attivo militante, raccogliendo le testimonianze di Giuseppe Biancani e di altri che sono stati a fianco di Giorgio Giraudo dall'epoca della lotta clandestina ai duri confronti sindacali degli Anni Sessanta.
Mila Montalenti ci offre, invece, nella sezione Cultura e Società del Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza, n° 21, giugno 1982, un breve profilo di Velso Mucci, scrittore comunista per anni in stretto contatto con la locale Federazione P.C.I.
L'articolo fu scritto in margine al Convegno, tenutosi a Bra il 17 aprile 1982, sulla figura dell'artista, critico e uomo politico. Stretto era il rapporto tra Mucci e i compagni della ' Granda ', tanto che nel 1956 gli venne affidata la direzione de < La Voce >, testata della Federazione cuneese. Il 4 novembre dello stesso anno, nel pieno della crisi ungherese, il poeta scrittore firmò il coraggioso editoriale dal titolo: " La lezione di Budapest ":

' Si ha un bel dire che a Poznam, a Budapest, in tutta l'Ungheria agiscono organizzazioni di nemici di classe, che i dollari della propaganda americana non si limitano a lanciare palloncini e manifesti, che il Vaticano ha larghe possibilità di azione in quei due paesi cattolici.
Si ha un bel dire tutto questo, ma la testa e il cuore di un comunista non ne escono che più confusi e più costernati perché con ciò si deve ammettere - e i comunisti debbono riconoscerlo prima di ogni altro -, che tutte quelle organizzazioni, tutti quei dollari non avrebbero potuto agire nel modo e nel grado che agiscono in questi giorni in Ungheria, se non si fossero inseriti in una situazione di radicale disagio economico, sociale e politico (...). La lezione di Budapest è tragica, per tutto il movimento operaio mondiale: si è fatta tragica perché si è tardato a riceverla '
.
< La Voce >, 4 novembre 1956.

L'intervento di Mila Montalenti sul Notiziario, seppur breve, indica alcune tracce utili per approfondire la ricerca storica sulla sinistra cuneese, come lo studio e l'analisi degli articoli apparsi sui periodici locali.
La Federazione del P.C.I. pubblicò, dal 1945 al 1949, la testata " II Lavoratore Cuneese". Dalla metà degli Anni Cinquanta in poi, i comunisti ereditarono la direzione de " La Voce ", settimanale che era stato ideato, dagli esponenti del Fronte Popolare, alla vigilia delle elezioni amministrative del 1951. Attraverso gli articoli di queste due testate (raccolte annuali sono conservate sia nella Biblioteca Civica di Cuneo, sia nell'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza) si dipana la storia "ufficiale" della Federazione.
Sulle pagine de “Il Lavoratore Cuneese" possiamo leggere, tra l'altro, le denunce sulla mancata operatività dei CNL (21 settembre 1945); le difficoltà del locale apparato organizzativo del partito elencate dal segretario Paolo Scarpone (23 dicembre 1945); gii appelli ai ceti medi lanciati alla vigilia delle prime consultazioni amministrative (22 febbraio 1946); le polemiche sui dispersi in Russia (1946); le delusioni per la sconfitta del 18 aprile 1948; gli allarmi per le deviazioni opportunistiche interne al partito (28 ottobre 1948); i proclami dei partigiani della pace (1949); l'invito di Neva Cerrina: " Tutte le ragazze nella Fgc ", lanciato il 19 maggio 1949.
Anche nell'attenta lettura de " La Voce " affiorano utili elementi d'indagine come le reazioni ai tentativi di processare la Resistenza nei primi Anni Cinquanta; gli interventi contro la ' Legge truffa ' (1953); le già citate cronache sulla politica di Rinascita e le vicende del caso Giolitti, che il 20 gennaio '57, proprio su quelle pagine, scriveva, anticipando lo strappo:

' Si apre ora davanti a noi un'epoca in cui lo sviluppo del socialismo non può non andare di pari passo con lo sviluppo della democrazia e in cui le vie al socialismo non offrono soltanto lotte aspre, ma anche benessere e tranquillità '
< La Voce >, 20 gennaio 1957.

Queste sono solo alcune delle possibili piste di ricerca; le testate offrono infatti un panorama completo sull'attività pubblica della Federazione; sta all'interesse dello storico scegliere le tracce più utili per lo sviluppo del lavoro. Un aiuto all'indagine sull'evoluzione della strategia politica dei comunisti cuneesi nel secondo Dopoguerra può giungere anche dalla consultazione delle pagine de " L'Unità ", edizione piemontese, a disposizione, in microfilm, nella Biblioteca Civica di Torino.
Oltre al materiale giornalistico, negli archivi dell'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo sono depositati importanti fonti come le fotocopie di alcuni documenti originali reperiti all'Istituto Gramsci di Roma, nei fascicoli Piemonte-Cuneo 1945-46-47-48-49-50-51-52-53, relativi a contatti tra la Federazione cuneese e la segreteria nazionale.
Le cartelle dattiloscritte comprendono anche verbali di riunioni del Comitato Federale durante gli anni della " Guerra Fredda ". All'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo sono pure custoditi alcuni fascicoli provenienti dall'archivio della Federazione cuneese, messi recentemente a disposizione degli studiosi da parte della locale dirigenza del PCI-PDS.
I documenti riguardano, per esempio, la situazione organizzativa nel dicembre 1950 (fondo PCI, fasc. 53/2a); rapporti sullo svolgimento del IV Congresso federale, marzo 1954 (fasc. 58/4); appunti sulla conferenza economica di Bra, luglio 1954, (fasc. 58/6), copie del bollettino settimanale della Federazione cuneese, 1955 (fasc. 58/14);analisi sull'andamento del tesseramento 1956 (fasc. 53/10).
Con l'aiuto del materiale sopra citato, chi scrive ha cercato di ricostruire una storia cronologica della Federazione cuneese del P.C.I.
II lavoro, che prende in considerazione anche gli anni del Primo Dopoguerra e della clandestinità, ha dato vita alla tesi di laurea presentata all'Università di Torino, Facoltà di Magistero, nell'anno accademico 1992/93, con il titolo: " II Partito Comunista nella provincia di Cuneo (1921/1956) ", relatore Aldo Agosti.
La parte comprendente le vicende del secondo Dopoguerra è stata poi sintetizzata nell'articolo: " Il doppio accerchiamento. Il PCI in provincia di Cuneo: 1945 - 1958 ", apparso sul n°46 de " II Presente e la storia ", rivista dell'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo.
Dalla ricerca emerge il quadro di una Federazione di " frontiera". La teoria del 'doppio accerchiamento' è dovuta alla considerazione che, da sempre, i comunisti della ' Granda ' hanno operato sia nel campo capitalista, essendo l'Italia posizionata ad occidente della " cortina di ferro ", sia in un contesto locale strettamente dominato dalla Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa fino al 1992. La situazione politica della ' Granda ' può essere infatti paragonata a quella delle province venete, roccaforti " bianche " per eccellenza.
Per quanto riguarda l'azione dei comunisti cuneesi negli anni post-Sessantotto, utile è il riferimento al lavoro compiuto da Valter Cortevesio, autore di un interessante studio sulle tessere del P.C.I. nell'Albese.
Lo schema d'indagine è stato pubblicato sul Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza, n°20, dicembre 1981, nella sezione studi e documenti.
La ricerca, a carattere sociologico, ha preso in considerazione le tessere emesse nel 1977 nella zona di Alba. Una serie di tabelle permette la catalogazione dei militanti: per sesso, classi d'età, categorie sociali, date di iscrizione, fasce di contributi tessera. Inoltre sono stati schematizzati anche i rapporti tra aderenti al P.C.I. e popolazioni nelle sub aree; la distribuzione degli iscritti e della popolazione tenendo conto dei centri sede di sezione; indici di presenza e di organizzazione del Partito, ecc.
Il lavoro si conclude con un tentativo di storicizzazione del P.C.I. albese, che conferma una deruralizzazione dei militanti con un conseguente processo di urbanizzazione degli iscritti e l'aumento della componente femminile rispetto agli anni precedenti.
E' giusto ritenere che un simile metodo d'indagine potrebbe essere applicato, con notevoli risultati, anche in altre realtà provinciali.
Fuori dall'ambito del Partito Comunista, l'itinerario storico-bibliografico sui gruppi della sinistra locale tocca il recente saggio di Sergio Dalmasso, " PSIUP cuneese (1964/1972) ", pubblicato sul n°46 de " II Presente e la storia ", rivista dell'Istituto Storico.
Nella prima parte dell'intervento Dalmasso analizza le varie correnti presenti, secondo una logica nazionale, anche all'interno del PSI provinciale (gli autonomisti, componente maggioritaria, la sinistra e i bassiani) a partire dalla metà degli anni Cinquanta.
Nel secondo capitolo viene affrontata la scissione che portò, nel 1964, alla costituzione del PSIUP, ad opera della componente di sinistra contraria alla partecipazione del PSI al Governo.
A Cuneo i scissionisti si raggrupparono attorno a Mario Pellegrino e Mario Zonta.
Vengono poi descritte le vicende che portarono alla crescita del numero dei simpatizzanti e all'allargamento, alla vigilia del Sessantotto, del raggio d'azione politica sia su temi provinciali sia su argomenti a carattere nazionale e internazionale. L'intervento mette in evidenza anche i rapporti polemici che il PSIUP instaurò nei confronti di PSI e PCI, considerate forze ormai " istituzionali ".
L'esperienza del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria a Cuneo, come nel resto del Paese, finì nel 1972, otto anni dopo la fondazione. La dissoluzione avvenne tra polemiche e contraddizioni, tra esaltanti impegni di lotta e delusioni elettorali.
Una meteora che ha attraversato la scena politica nazionale e cuneese, un'esperienza che non può però essere dimenticata.
Dalmasso accompagna la stesura dei capitoli con note tratte da " La Scintilla ", voce ufficiale della Federazione di Cuneo del PSIUP.
Alla luce di questa limitata serie di indicazioni bibliografiche non mancano, dunque, gli spazi per nuove ricerche storiche nell'area della sinistra cuneese.
Un'impresa, come abbiamo detto all'inizio di questo scritto, non semplice anche perché lo studioso deve confrontarsi sia con la mancanza di fondi e materiale d'analisi, sia con i recenti mutamenti ideologici di " riflusso ", tendenti ad emarginare dalla coscienza collettiva importanti esperienze storiche; emarginazione che colpisce in modo particolare quei “ fenomeni " politici alternativi e minoritari come sono state, e sono, le forze di sinistra nella ' Granda '.
Certo, non si tratta di fare una storia di parte, ma di capire.
Sarebbe interessante, infatti, ricostruire attentamente le vicende che hanno caratterizzato la scena politica cuneese dopo la sconfìtta riportata dal Fronte Popolare il 18 aprile '48 e l'attentato a Togliatti; oppure analizzare i comportamenti delle varie segreterie politiche locali nel corso della grande battaglia contro la "Legge truffa"; per gli anni più recenti manca ancora uno studio approfondito sulle formazioni della " Nuova Sinistra " e sull'attività in provincia dei gruppi extraparlamentari. Per non parlare della quasi totale mancanza di studi sul movimento operaio e sulle organizzazioni sindacali cuneesi.
Giuseppe Biancani, più volte citato nella relazione, aveva pubblicato sulle colonne de " La Voce ", agli inizi degli Anni Settanta, una serie di biografìe sui compagni fondatori della locale Federazione ed interviste ad anziani militanti comunisti della provincia.
L'iniziativa era stata decisa poiché Biancani attribuiva la cronica debolezza del P.C.I. cuneese anche alla mancanza di testimonianze sugli avvenimenti e sulle lotte passate.
Oggi, nell'epoca della televisione che ci porta a vivere gli avvenimenti, anche i più distanti geograficamente, sempre al presente, la raccolta e lo studio di ricordi lontani appare quasi come un'inutile attività.
Si tratta però, a mio avviso, di un'illusione, di una stupida illusione.

Carlo Giordano

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1) Bollettino movimento studentesco: "Cuneo, una città tranquilla" 1969


2) Lotta di classe: "Bozza di discussione", Cuneo 31 dicembre 1970


3) Documento di "Lotta di classe" Cuneo, settembre 1970


4) Lotta di classe: "Signori della direzione: a che gioco giochiamo?" 6 maggio 1971


5) Lotta di classe: volantino 4 maggio 1971


6) Lotta di classe: "Dotta Rosso di nuovo sindaco in Cuneo", agosto 1970


7) Lotta di classe: "Parlano i compagni operai", agosto 1970


8) Il Manifesto: "Almirante cavalca il Leone", volantino 24 dicembre 1971


9) Attilio Martino: "9 milioni di voti al P.C.I." in "La Voce", 18 maggio 1972


10) Congresso provinciale di Lotta Continua: "Relazione introduttiva", dicembre 1974


11) Lotta Continua: "Operai della Brek" volantino, 10 dicembre 1974


12) Nucleo Soldati Democratici caserma I. Vian: "Un benvenuto al tenente colonnello" volantino, Cuneo, 26 agosto 1975


13) Lotta Continua: "Una vittoria senza precedenti, andiamo avanti" volantino, Cuneo, 19 giugno 1975


14) Democrazia Proletaria: volantino, giugno 1976


15) Cfr. Democrazia Proletaria: "Dopo 20 anni di furti e di malgoverno, la D.C. chiede ancora il voto ai contadini. Ma cosa hanno fatto per voi la D.C. e la Coldiretti?" "Ai soldati" volantini, giugno 1976