QUADERNO N. 38

INDICE

Introduzione

Il contesto internazionale. La guerra fredda

Gli anni Cinquanta nella Storia

Il pre '68

Il quadro internazionale

L’arcipelago della sinistra: partiti e gruppi

Il quadro politico

INTRODUZIONE.


Nel lontano 2000, abbiamo organizzato, in pochissimi un convegno storico di due giorni sul biennio 1968- 1969.

Indifferenza generale: ci siamo sentiti dire che il periodo era ancor troppo vicino, poco storicizzato, non adatto a divenire oggetto di un ragionamento storico che non cadesse immediatamente in polemica politica di parte.

Si aggiungeva a questo il fatto che i relatori erano tutti “storici dai piedi scalzi”, come si erano autoironicamente definiti i promotori di una piccola rivista, “Per il ‘68”, già dal titolo nata per tentare di rispondere al silenzio o, peggio, al travisamento della storia degli anni ’60- ’70, colpevolmente assente dagli stessi programmi scolastici, o, al massimo, oggetto di banalità o di luoghi comuni (prima fra tutti la meccanica identificazione tra le lotte -operaie, sociali, studentesche- e il violentismo che avrebbe percorso gli anni ’70, vedendo nel secondo la inevitabile prosecuzione delle prime).

Il risultato del convegno era, invece, positivo e confermava le nostre valutazioni: l’interesse, anche se a volte un po’ acritico e poco storicizzato, di molti giovani per tanti aspetti dei decenni precedenti, l’interrogarsi di studiosi stranieri per il “lungo ‘68” italiano, anomalia nel panorama internazionale, il riaffiorare, periodicamente, anche se con le ovvie differenze, di alcune tematiche.

Ritentavamo l’avventura l’anno successivo (2001) sugli scottanti anni ’70.

Simile la formula: relazioni rivolte soprattutto alle scuole (da qui il taglio un po’ didattico che non dà mai per scontati i fatti) nelle mattinate, dibattiti rivolti alla cittadinanza le sere, a volte uno spettacolo di canzoni o teatrale. Simile l’impostazione degli interventi. Alla storia (sociale e politica) si sommano trattazioni su cinema, canzone, arte per offrire un quadro il meno possibile “scolastico” (almeno nel senso deteriore del termine) di periodi (decenni) e tematiche.

Non potevamo non trattare, ovviamente, del fenomeno terroristico, ma il decennio era anche quello segnato dalla tematica femminista (dall’emancipazione alla differenza di genere), dal rapporto personale/ politico, dall’esplodere del movimento omosessuale.

Ancor più difficile il tentativo dell’anno successivo (2002) con la trattazione degli anni ’80. Quasi inesistente la storiografia sul periodo, non sempre semplice legare le questioni internazionali (il reaganismo) con il panorama italiano (dominante a livello politico la figura di Craxi), limitativo semplificare un decennio sotto l’etichetta di “riflusso”. Nel convegno si succedevano la sconfitta operaia alla FIAT, la continuazione delle stragi, la progressiva, ma rapida trasformazione della fabbrica fordista, la contraddittoria modernizzazione italiana, l’esplodere della contraddizione ambientale, le trasformazioni nella Chiesa cattolica, sino all’evento epocale. Il crollo dei regimi dell’est europeo con la totale trasformazione del quadro internazionale.

I convegni si ripetevano con la stessa formula anche negli anni successivi: 2.003 il periodo 1945-’48, 2.004 gli anni ’50, 2.005 gli anni ’60, ricollegandosi alla vigilia del ’68 da cui era iniziato il primo appuntamento.

La ripetizione della formula: storia politica a livello nazionale e suo inquadramento nel panorama internazionale, cultura, letteratura, cinema, arte, evoluzione e trasformazioni del mondo giovanile, canzone come segno dell’immaginario dei giovani, dibattiti su temi legati ai decenni trattati con proiezione sull’oggi (la Chiesa conciliare, il nodo del terrorismo, le trasformazioni nelle città e nella vita quotidiana, il legame/contrapposizione tra movimenti e partiti).

Abbiamo ripercorso il non lineare ritorno della democrazia in Italia, dopo il ventennio fascista, il delinearsi degli schieramenti politici contrapposti, la nascita della Costituzione e le elezioni politiche del ’48 che segnano una chiara “scelta di campo”, la contraddittoria crescita economica degli anni ’50 (il “miracolo”), i “mitici anni ‘60” con i primi segni della trasformazione del ruolo della donna, letteratura ed arte che escono dagli schemi precedenti, i fermenti politico culturali che seguono il crollo delle certezze assolute in campo comunista e la fine della Chiesa pacelliana in quello cattolico.

L’ipotesi era di completare il quadro dell’Italia dal dopoguerra ad oggi con due ulteriori convegni sugli anni ’90 e sul decennio in corso: Certo, i più difficili, data la assoluta contemporaneità.

Ulteriori impegni e un totale inatteso mio cambio di vita hanno reso impossibile queste ultime tappe, cancellate o forse solamente rimandate.

Questo quaderno raccoglie i miei interventi nei sei convegni organizzati sino ad oggi. Essendomi sempre toccata la parte storico- politica, non sono esaurienti, né hanno la pretesa di essere una “storia del dopoguerra” (ci vorrebbe ben altro!), ma offrono, comunque alcuni elementi che è sembrato bene raccogliere in sequenza. Guerra fredda e quadro internazionale, i due campi negli anni ’50, il decennio successivo letto alla luce dell’esplosione del ’68, le forze politiche di una sinistra forte, anche se divisa, nei difficile decennio 1970- 1980, questioni sociali e politiche negli ’80.

Piccoli spunti, semplicemente, ma credo utili, se non altro per testimoniare un lavoro certo modesto, ma continuativo nel tempo.

Ricordo che gli atti dei sei convegni sono stati pubblicati dalla rivista “Il presente e la storia”, dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, nei numeri ’59, ’62, ’64, ’68.

S.D.


Il contesto internazionale. La guerra fredda.


L’eredità della guerra


La seconda guerra mondiale termina tra il maggio e il settembre del 1945 lasciandosi alle spalle lutti, distruzioni e una drammaticamente inedita situazione umana e sociale.

L’URSS è il paese più colpito con oltre venti milioni di morti, soprattutto giovani e la grave distruzione dell’apparato produttivo. Il razzismo hitleriano verso i russi si è manifestato pesantemente e verso la popolazione civile e verso i prigionieri (tre milioni scomparsi, spesso per fame). La ricostruzione implica uno sforzo gigantesco, con aumento della giornata lavorativa, nell’industria e nelle campagne addirittura sino a dodici ore, la compressione dei consumi individuali, oltre che delle libertà politiche.

L’Europa ha quindici milioni di morti. Per la prima volta, quasi a monito di quanto accadrà in seguito, il numero dei civili supera quello dei militari. La Polonia perde il 22 % della popolazione, la Jugoslavia il 10,6%. Paiono, al confronto, di poco conto altre percentuali, per quanto drammatiche: lo 0,8% della Gran Bretagna, pure in guerra dal primo giorno su tutti i fronti e colpita da tremendi bombardamenti, l’1,5% del Belgio. Quattro milioni i morti della Germania (un milione di civili), mentre l’Italia esce in condizioni umane ed economiche disastrose con 400.000 morti (200.000 in meno rispetto alla guerra del 1915-18, che pure era localizzata in un’area geografica limitata e che coinvolgeva i soli militari, a dimostrazione della assurda pesantezza e dei terribili costi umani di questa). La deportazione nei campi di concentramento ha ucciso milioni di civili (sette milioni di russi, cinque di cinesi, quattro di polacchi).

Anche l’Asia vede distrutti paesi e popolazioni. Tra i militari un milione di giapponesi, sei di cinesi, cinque milioni i civili cinesi periti per le deportazioni.

Ingente il costo economico delle spese belliche, pagato nell’ordine da USA, Gran Bretagna, Germania, URSS, Giappone. Ancora maggiore quello determinato dalle distruzioni dell’apparato produttivo e dei trasporti, dalla necessità di ricostruire case, strade, ferrovie, servizi ... Solamente dopo alcuni anni, i singoli paesi avranno recuperato i livelli dell’anteguerra.

Il prezzo pagato dalle popolazioni è altissimo: i bombardamenti sulle città sono uno dei volti più tragici del conflitto. Nella prima fase di ostilità è Londra la città ad essere colpita maggiormente (l’attacco più intenso è quello del 23 agosto 1940). Coventry è rasa al suolo in modo così sistematico da far coniare il verbo “coventrizzare”. Belgrado è distrutta nell’aprile 1941, all’inizio dell’attacco tedesco alla Jugoslavia. Alle spalle il primo bombardamento a tappeto, quello su Guernica nel corso della guerra civile spagnola.

Quando mutano radicalmente le sorti della guerra, sono, invece, le città tedesche ad essere distrutte: Amburgo (24- 31 luglio 1943), Berlino (18 novembre 1943), in particolare Dresda (13-17 febbraio 1945).

La convinzione, simboleggiata dalla fotografia in cui soldati statunitensi, inglesi e sovietici si incontrano, sconfitta la Germania, e si abbracciano è che questo sarà l’ultimo conflitto, che le sofferenze, le morti, le distruzioni, i crimini siano stati tali e tanti da non potere essere mai più ripetuti, che il nazismo e il fascismo siano sconfitti per sempre e non più riproponibili.

Nella seconda parte della guerra, alcuni incontri tra le potenze vincitrici hanno certamente avuto al centro gli accordi per gli sforzi bellici contro Germania e Giappone, ma hanno iniziato a porre le basi per l’assetto dell’Europa e del mondo, in tempo di pace.

Nella conferenza di Teheran (28 novembre-l dicembre 1943) le tre maggiori potenze alleate (USA, Gran Bretagna, URSS) coordinano l’impegno militare e decidono di aprire un secondo fronte in Europa. A Jalta (4-11 febbraio 1945) Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano quando ormai il fronte orientale è stato sfondato e la Germania è presa in una morsa. Qui vengono ratificate le sfere di influenza tra le potenze vincitrici, sulla base della situazione militare. Sono discussi i confini polacchi, lo status della Germania post-bellica, l’ingresso dell’URSS nella guerra contro il Giappone, la struttura dell’ONU (il diritto di veto al consiglio di sicurezza).

La terza conferenza, quella di Potsdam, avviene a guerra ormai conclusa (17 luglio - 2 agosto 1945). Dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, il nuovo presidente americano è Harry Truman che modifica parzialmente le scelte del suo predecessore accusato di aver troppo concesso all’URSS. Per la Gran Bretagna, il laburista Attlee, vincitore delle elezioni politiche, sostituisce Churchill. I temi affrontati sono la smilitarizzazione della Germania, la divisione di questa e di Berlino in sfere di influenza che portano, di fatto, alla divisione in due aree (futuri stati), i risarcimenti di guerra, lo spostamento ad ovest dei confini polacchi (linea dell’Oder-Neisse).

L’ONU, che nasce con la conferenza di San Francisco (26 giugno 1945), sembra costituire una organizzazione internazionale capace di superare i limiti della vecchia Società della nazioni e di evitare nuovi conflitti e le stesse cause che li producono.

Al fantasma della crisi economica che ha coinvolto il mondo intero nel 1929 e che è stata tra le ragioni della guerra si risponde con gli accordi di Bretton Woods (luglio 1944). Se le intese politiche presumono di dare stabilità agli assetti tra gli stati, quelle economiche, nate per ispirazione di John Maynard Keynes, tentano di stabilire norme tra i vari paesi, la convertibilità fra le varie monete e danno vita ad istituzioni destinate a permanere nel tempo, pur in una realtà profondamente mutata, quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.

L’egemonia statunitense si afferma anche in questo ambito. Venuta meno l’ipotesi di una moneta internazionale, il bancor, destinata a sostituire l’oro nella finanza internazionale, si dà vita ad un sistema di cambi fissi tra le valute, sulla base della loro convertibilità in oro o in altra valuta. Immediatamente il dollaro diverrà la moneta convertibile, significando il predominio statunitense e il declino inglese1.

I trattati di pace sanano solo parzialmente situazioni che hanno contribuito allo scoppio della guerra.

A Parigi (febbraio 1947) si sigla la sistemazione di questioni di confine con la Finlandia e la Romania che cedono terre all’URSS, con l’Ungheria che torna nei vecchi confini e la Bulgaria. L’Italia perde le colonie oltre ad aree piccole al confine francese, maggiore a quello jugoslavo (con pesanti ricadute umane e politiche per la questione istriana). Resta aperta la questione dell’area di Trieste, sino al 1954 divisa in zona A, sotto controllo anglo-americano e zona B, sotto controllo jugoslavo. L’Austria, con l’accordo del settembre 1946, resta sotto occupazione sovietica. Lo sarà sino al 1955.

L’atomica. Il piano Marshall. Le prime fasi della guerra fredda


La guerra con il Giappone continua sino all’estate del 1945. Nell’agosto, su due città, Hiroshima e Nagasaki, gli USA lanciano due bombe atomiche che spingono il nemico a chiedere la resa incondizionata.

Il 16 luglio, ad Alamogordo, nel deserto del New Mexico, la bomba è stata sperimentata con successo.

La decisione di utilizzare la nuova arma sulla popolazione civile è presa dal presidente Truman. La motivazione ufficiale sostiene che essa risparmi molte vite, accorciando la guerra ed evitando mesi di scontri, con lo sbarco delle truppe statunitensi nelle principali isole giapponesi e conseguente resistenza di un paese stremato. In realtà, a queste considerazioni si somma la volontà di mostrare al mondo intero, e in particolare all’URSS, la potenza dell’atomica che garantisce a chi la possiede la totale egemonia militare sul mondo.

Oltre ad impedire l’espansione sovietica verso il Giappone cancellando sul nascere ogni sua pretesa su quell’area, Hiroshima e Nagasaki segnano un chiaro avvertimento all’URSS. Non a caso si parla per esse di ultimo atto della seconda guerra mondiale, ma anche di primo atto della guerra fredda.

Anche se il mondo politico e molti studiosi paiono non cogliere la novità e il “salto di paradigma” rappresentato dalla nuova arma anche, ma non solo, nella strategia bellica, essa significa una totale modificazione della stessa percezione che l’uomo ha di sé. Per la prima volta nella storia, una guerra può comportare la fine della specie umana e dello stesso pianeta:


Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, è iniziata una nuova era: l’era in cui possiamo trasformare in qualunque momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un’altra Hiroshima. Da quel giorno siamo onnipotenti; ma potendo essere distrutti ad ogni momento, siamo totalmente impotenti. Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest’epoca è l’ultima: poiché la sua differenza specifica la possibilità dell’ autodistruzione del genere umano non può aver fine con la fine stessa2.

La certezza di una stagione di pace si incrina nel giro di pochi mesi. Le due maggiori potenze uscite vincitrici dal conflitto mondiale iniziano ad essere considerate come avversarie, come antitetiche. Svaniscono le speranze di creare una rete di regole e di istituzioni capaci di disciplinare gli assetti e i possibili contrasti internazionali.

USA e URSS si presentano, e sono percepite, come portatrici di valori universali, assoluti, tra i quali non esiste alcuna possibilità di dialogo e di confronto.

Il conflitto, stante anche la drammaticità dell’arma nucleare, viene combattuto con strumenti non tradizionali e spesso inediti.

Intanto, assumono grande importanza lo scontro ideologico e l’impatto di questo sull’opinione pubblica internazionale; le due potenze non si fronteggiano direttamente, ma su diversi e numerosi scenari, non più solamente europei. Tutte le situazioni locali perdono la propria specificità e vengono omologate agli schemi dello scontro in un contesto bipolare.

Il confronto è, almeno inizialmente, del tutto asimmetrico: gli USA hanno perduto 400.000 uomini, dispongono del monopolio dell’arma nucleare, possiedono un sistema produttivo, trasporti, servizi, infrastrutture non toccati dal conflitto, i due terzi delle risorse aurifere, la metà della produzione industriale, i tre quarti dei capitali investiti del mondo intero. La strategia tendente all’egemonia internazionale è conseguenza di questo predominio militare ed economico. Vanno a vantaggio del disegno statunitense il bisogno di pace molto sentito nei paesi europei, la campagna per l’estensione del sistema democratico in tutti i continenti, il controllo su tutti gli strumenti del capitale internazionale, la oggettiva perdita di ruolo delle due maggiori potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, vincitrici nella guerra, ma confinate in un ruolo subordinato, come testimonieranno le vicende del decennio successivo.

L’URSS è in condizioni opposte, ma il suo prestigio politico è altissimo.

Per parte consistente della classe operaia, delle masse popolari e della intellettualità del mondo intero è la patria della prima rivoluzione socialista e dei soviet, è il paese dove è in corso, se non compiuta, l’emancipazione di grandi masse storicamente oppresse. La sua stessa storia contribuisce al “mito”, dalla guerra civile e dall’assedio internazionale nel periodo immediatamente post-rivoluzionario ai piani quinquennali, dalla crescita economica degli anni Trenta alla vittoria nella guerra antinazista. La costruzione del socialismo, nonostante le difficoltà e le contraddizioni, è letta come inevitabile e la figura di Stalin risulta quasi divinizzata. L’estensione del socialismo ai paesi dell’Europa orientale sembra un altro passo verso l’affermazione universale.

Nonostante la devastazione e le perdite umane, nonostante lo svantaggio strategico, in particolare a causa del monopolio atomico degli USA, l’URSS può contare sulle potenzialità militari convenzionali, sulle risorse naturali, sul fatto che uno scontro militare a breve tempo sia difficile a così breve distanza da un conflitto di sei anni, sulla possibilità di occupare parte dell’Europa occidentale in caso di attacco atomico sulle sue città.

Non indifferente il peso dei partiti comunisti occidentali (nel 1947 viene fondato il Cominform, organismo di informazione e collegamento che eredita in parte il ruolo della Terza internazionale) e di tutte le forze progressive, oltre alle modificazioni che già dal 1945 iniziano a manifestarsi nei continenti del “terzo mondo”, a cominciare dall’Asia.

Conscia della sua inferiorità economica e strategica, l’URSS non “spinge” su rivendicazioni territoriali. Sono del 1946 due suoi cedimenti verso l’Iran (modifica dei confini dell’Azerbaigian) e la Turchia (rinuncia alla modifica parziale della convenzione degli Stretti).

A questo “moderatismo” sulla scena mondiale, l’URSS accompagna, però, comportamenti durissimi nella trasformazione dei paesi occupati, con uno schema che presenta alcune costanti:


  1. formazione di governi provvisori in cui i posti chiave vengono assegnati ad esponenti comunisti

  2. controllo della polizia, tramite il Ministero degli interni

  3. riforma agraria e statalizzazione delle fabbriche

  4. progressiva estromissione di esponenti di partiti borghesi e formazione di partiti unificati tra socialisti e comunisti

  5. formazione di governi comunisti e costituzione di democrazie popolari

  6. appiattimento sul modello sovietico nel regime interno e nella pianificazione economica.


Preoccupa in particolar modo l’URSS la politica americana verso la Germania. Vengono abbandonate tutte le ipotesi punitive. Il paese sconfitto è ormai fondamentale per l’alleanza occidentale che vede in un suo indebolimento la possibilità per l’URSS di inserirsi nel vuoto di potere creato.

È il timore di rinascita di una Germania unita e potenzialmente nuovamente pericolosa a spingere Stalin ad alzare i toni: nel febbraio 1946, il leader sovietico dichiara la fondamentale incompatibilità tra capitalismo e socialismo.

È contemporaneo il lungo telegramma inviato dall’incaricato d’affari statunitense a Mosca, George Kennan, in cui questi sostiene che la politica sovietica sommi le tradizionali insicurezze del paese ai dogmi del marxismo-leninismo. Questo intreccio rende impossibile e inutile ogni dialogo: gli USA debbono prefiggersi di combattere il comunismo in ogni area del mondo.

Il 5 marzo 1946, in un discorso a Fulton, nel Missouri, Churchill esorta allo scontro contro il pericolo comunista e conia un’espressione che entra nell’uso comune, sostenendo che dal Baltico all'Adriatico è scesa sul continente europeo una cortina di ferro.

La settimana successiva, il 12 marzo, è il presidente Truman a teorizzare la politica del contenimento del pericolo sovietico. L’annuncio dei prestiti al governo greco, impegnato nella guerra civile contro il movimento partigiano comunista e a quello della Turchia, paese confinante con l’URSS, è l’occasione per esprimere la vocazione del paese “guida del mondo libero”, anche se la logica bipolare lo porta all’appoggio di governi reazionari:


il discorso di Truman del 12 marzo 1947 ha segnato una svolta nella storia americana ... Per noi nessun regime è troppo reazionario se è d’ostacolo all’espansionismo sovietico3.

Un ministro statunitense parla di pericolo della mela marcia, della possibilità cioè che l’affermazione comunista in una specifica realtà possa trasmettersi ad altre, contagiandole. La Grecia, cioè, potrebbe produrre un effetto domino sul medio oriente e sull’Asia minore. Così pure è da estirpare la presenza dei partiti di sinistra nei governi di Francia e Italia.

Il 5 giugno, in un discorso all’università di Harvard, il Segretario di stato George Marshall chiede ai paesi europei di presentare un progetto di ricostruzione economica, progetto che gli USA finanzieranno. E la data di nascita del piano Marshall o ERP (European Recovery Program) che segnerà i rapporti tra USA ed Europa occidentale.

La finalità è duplice: contribuire alla ripresa economica europea facilitando gli scambi commerciali nei paesi distrutti dalla guerra, integrare le economie e i mercati europei, ma anche contrapporre una Europa occidentale prospera sotto leadership USA all’URSS e al suo sistema produttivo.

L’offerta è inizialmente rivolta anche ai paesi dell’Europa orientale che però rifiutano. L’URSS abbandona la conferenza di Parigi (12 luglio 1947) in cui sedici stati aderiscono alla proposta. Il suo timore è quello di un’economia europea integrata in funzione antisovietica, il che significherebbe il crollo della sua egemonia su quelli che stanno diventando i “paesi satelliti”. Ai suoi occhi il piano Marshall ha una valenza offensiva, è strumento del capitalismo.

È Andrej Zdanov a teorizzare la dottrina dei due campi, per la quale a quello imperialistico, militarista, aggressivo e contrario a qualunque autonomia dei popoli, si contrappone quello socialista. Per la politica staliniana, se lo scontro frontale non può portare all’espansione del socialismo, ha però la funzione di compattamento interno in tutto il blocco dell’est.

La Germania è il primo paese in cui le strategie dei due blocchi si scontrano. Il paese sconfitto, occupato, viene diviso inizialmente in quattro aree che fanno capo alle quattro potenze vincitrici (oltre alle due maggiori, Francia e Gran Bretagna). Nel 1947 la decisione angloamericana di unire i propri territori prelude alla creazione di uno stato tedesco occidentale, cancellando nei fatti l’ipotesi di un’area neutrale e smilitarizzata. Le scelte americane mirano preliminarmente alla rinascita di Germania e Giappone, anche a sfavore della Gran Bretagna:


Il rapporto privilegiato con Londra fu abbandonato a favore della priorità di ricostruzione del Giappone in Asia e della Germania riarmata in Europa. Dal 1947 al 1956 gli USA scalzarono sistematicamente la Gran Bretagna dalle sue zone di influenza puntando simultaneamente sul Medioriente e sul Giappone4.

La particolare situazione di Berlino, geograficamente all’interno dell’area sovietica, ma divisa in due (Berlino est e Berlino ovest, sotto amministrazione alleata) consente a Stalin di reagire impedendo le comunicazioni terrestri tra la Germania occidentale e la parte ovest della città.

È il blocco di Berlino (giugno 1948), il punto più alto della tensione tra USA ed URSS in Europa, risposta al via libera dato dal Senato americano al piano Marshall e alla riforma monetaria che dà vita al Deutschemark, chiaro preludio alla costituzione di uno stato.

Per mesi, tra il 1948 e il 1949, sono bloccate tutte le strade nel tentativo di inglobare l’intera città nella sfera sovietica costringendola a rifornirsi dei prodotti primari ad est. Gli americani rispondono con un ponte aereo continuo che rifornisce la popolazione e le truppe occupanti.

Stalin è costretto a cedere. Il blocco è tolto il 12 maggio 1949, con una grave sconfitta politico-diplomatica. La divisione della Germania è ormai nei fatti e permarrà per quarant' anni. li 20 settembre viene proclamata la Repubblica federale che somma le tre zone occidentali e si presenta come baluardo ed avamposto del mondo libero. La risposta è la proclamazione, il primo ottobre, della Repubblica democratica che comprende la zona sovietica. Berlino rimane anch’essa divisa. La parte ovest diviene uno dei lander della repubblica federale.


Il Patto atlantico, la svolta del 1949, la guerra di Corea


La guerra fredda produce inevitabilmente opposte alleanze militari. Nel marzo 1948 vede la luce l’Unione occidentale, alleanza militare tra USA, Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Lussemburgo. La sua estensione produce il Patto Atlantico, siglato a Washington il4 aprile 1949.

Si aggiungono ai paesi precedenti Canada, Francia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Italia, Portogallo. Nel 1951 aderiranno Turchia e Grecia. Nel 1954 la Germania federale.

Nettissime le polemiche in Italia e Francia. L’opposizione socialcomunista, accusa la maggioranza di mettere in discussione l’indipendenza del paese e di spingere verso un nuovo conflitto. La presenza del Portogallo, da decenni retto da una dittatura fascista, accresce lo scontro: per la sinistra è chiara la volontà di restaurazione che porta ad usare l’estrema destra fascista ed un paese colonialista, emarginando le forze che più hanno dato alla Resistenza.

Il patto, noto con la sigla di NATO, si prefigge di offrire difesa a qualunque stato, tra quelli firmatari, sia attaccato. L’articolo 5 sostiene che un eventuale attacco ad uno di questi sarà considerato come diretto contro tutte le parti.

I paesi dell’est risponderanno solamente anni dopo, con il Patto di Varsavia (14 maggio 1955).

Dal 1948 ha rotto i rapporti con l’URSS la Jugoslavia, alla ricerca di una strada autonoma che la porterà a collocarsi come leader dei paesi non allineati e a tentare scelte economiche (l’autogestione) parzialmente confliggenti con la pianificazione staliniana.

Nel 1949 accadono due fatti che modificano in misura consistente i rapporti di forza, sino a quella data, del tutto favorevoli al blocco occidentale.

Il primo è la costruzione della bomba atomica da parte dell’URSS. Dipenda o meno dalle informazioni fornite da scienziati occidentali e da “spie atomiche”, mette fine al monopolio. La parità non è ancora strategica: gli occidentali possono colpire il territorio sovietico, mentre l’URSS può rivalersi solo parzialmente, attaccando l’Europa occidentale, da cui la necessità di costruire missili a lunga gittata, capaci di portare la nuova arma oltre oceano.

Gli USA rispondono ritrovando il vantaggio tecnologico con la bomba H (la prima esplosione avviene nel Pacifico settentrionale, il 10novembre 1952), ma la replica dell’URSS è rapidissima: nell’agosto 1953 anch'essa fa esplodere la bomba all’idrogeno.

Nel quadro bipolare, la stessa esplorazione dello spazio assume significati militari e rientra nel quadro della guerra fredda. Quando nell’autunno del 1957 , l’URSS lancerà il primo satellite artificiale, sarà fortissimo lo shock per il mondo occidentale che scopre la superiorità balistica dell’avversario ed inizia un programma di ricerca scientifica (e militare) che lo porterà a vincere la gara per la luna.

Il secondo fatto che modifica gli scenari internazionali è la vittoria della rivoluzione comunista in Cina. Dopo uno scontro durato, con fasi alterne, per decenni, le forze nazionaliste, appoggiate dagli USA sono cacciate dalla Cina continentale e si installano nell’isola di Formosa. Il primo ottobre 1949, Mao Zedong proclama la nascita della Repubblica popolare cinese. Il “sistema” comunista si estende dal paese più vasto del mondo a quello più popoloso, dopo essersi espanso nell’Europa orientale. Ha trionfato una rivoluzione contadina, in un paese storicamente arretrato, con un forte intreccio tra questione nazionale (la lunghissima resistenza antigiapponese) e questione sociale.

Il confronto che sembra bloccato nel continente europeo si sposta in quello asiatico, dove India e Pakistan, Birmania e Sri Lanka hanno ottenuto l’indipendenza nel 1947 e l’Indonesia nel 1949 e dove la crisi dell’impero francese si sta manifestando apertamente in Indocina.

La stessa URSS reagisce con molta prudenza alla vittoria di Mao. Oltre alle differenze strutturali e culturali tra i due paesi, Stalin teme una politica autonoma da parte del nuovo stato che spezzi il monocentrismo del movimento comunista ed anche l’aumento della tensione in una nuova area, in una situazione che continua a giudicare di inferiorità strategica.

Sul fronte opposto molte le critiche al presidente Truman per la sconfitta in Cina. Gli USA hanno appoggiato i nazionalisti, ma questi hanno perduto progressivamente il consenso popolare, dimostrando anche incapacità nella conduzione della guerra civile e corruzione. li presidente democratico risponde approvando il piano NSC-68. Il piano Marshall non è più sufficiente, limitandosi alla sfera economica; è indispensabile incrementare le spese militari per riaffermare la superiorità perduta. Nello specifico si stanziano fondi per incrementare la deterrenza atomica, ampliando l’arsenale, accelerando la messa in funzione della bomba H, ma anche aumentando la forza convenzionale (forze di terra, marina ... ) pronta a combattere il nemico comunista.

Nel febbraio 1950 Joseph Mac Carthy, esponente della destra repubblicana, denuncia pubblicamente la presenza di comunisti in tutti i gangli della società statunitense, addirittura nel Dipartimento di stato (duecento infiltrati). Presidente della Commissione per le attività antiamericane inizia ad inquisire chiunque, anche negli anni Trenta, abbia manifestato simpatie per la sinistra politica (non solo comunista). Cresce un clima di psicosi, fortemente presente anche nel cinema (si pensi a film western o di fantascienza), che provoca l’emarginazione dalla vita sociale, economica e culturale di chiunque sia sospettato di connivenza con il nemico. Tra gli inquisiti nomi celeberrimi della cultura (fra tutti Chaplin e Brecht). In questo clima matura la condanna a morte dei coniugi Rosenberg, accusati di spionaggio atomico. La condanna a morte, pronunciata nel 1951, viene eseguita nel 1953, nonostante una vasta campagna internazionale la presenti come il caso simbolo della assurdità della crociata anticomunista.

Per quanto Mac Carthy cada in disgrazia nel 1954, il maccartismo resta caratteristica costante della società americana almeno per tutti gli anni Cinquanta, ricomparendo in seguito in tutte le situazioni di tensione.

Non certo migliore la situazione ad est, con nuove ondate repressive in numerosi paesi. Oltre ad esponenti della Chiesa cattolica (in Polonia ed Ungheria), sono colpiti elementi “titoisti”. L’accusa di titoismo, cioè di connivenza con il nemico, di revisionismo, di abbandono di ogni principio marxista è strumento per epurazioni in vari partiti ed al centro di processi condotti sul modello di quelli staliniani negli anni Trenta. Il caso più noto e significativo è quello della Cecoslovacchia in cui nel 1952 sono condannati a morte l’ex segretario del partito Rudolf Slansky e il ministro degli esteri Clementis5.

Tutte le incertezze del presidente Truman sull’aumento di spese militari sono superate dall’improvviso scoppio della guerra in Corea.

Occupata per quarant’anni dai giapponesi, liberata nel 1945, la piccola penisola viene divisa in due stati, secondo un confine del tutto arbitrario, fissato al trentottesimo parallelo.

Si formano a nord un governo comunista, capitanato da Kim Il-Sung, già attivo nella resistenza antigiapponese in Manciuria, a sud un regime autoritario, filooccidentale, guidato da Syngman Rhee. Quando le truppe di occupazione (sovietiche a nord, americane a sud) lasciano il paese, la divisione, prevista come temporanea si è trasformata in definitiva.

Nel giugno 1950 le truppe del nord, denunciati sconfinamenti da parte dell’esercito avversario nel proprio territorio, attaccano il sud e conquistano in pochi giorni quasi interamente la penisola.

Truman risponde facendo presidiare Formosa contro un eventuale attacco cinese e sostenendo l’esercito sudcoreano con tutte le forze di stanza nel Pacifico, sotto il comando del generale Mac Arthur. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU, riunito d’urgenza, condanna l’aggressione e ordina il ritorno alla situazione preesistente.

L’intervento americano riesce prima a bloccare l’avanzata nemica, quindi (settembre) a liberare la capitale Seul e a spingere i nordcoreani oltre il confine. La situazione è rovesciata: è ora il nord ad essere attaccato ed occupato. Mac Arthur si impadronisce della capitale Pyongyang e si avvicina al confine cinese.

Ancora una volta, data la logica del bipolarismo, un conflitto che poteva essere locale assume una valenza internazionale e coinvolge le maggiori potenze. Se l’URSS non ha favorito l’attacco comunista, limitandosi a controllare gli sviluppi della situazione (prova ne è la sua assenza dal consiglio di sicurezza)6, la controffensiva americana si basa sulla convinzione che il campo avversario non sia in grado di rispondere, soprattutto perché la Cina è esausta per i decenni di guerra. Accade il contrario. La vittoria contro la Corea del nord significherebbe la totale aleatorietà e fragilità delle conquiste comuniste in Asia.

Il governo cinese fa appello alla popolazione: i banditi imperialisti vogliono mettere in discussione l’autonomia del paese; occorre reagire. L’esercito cinese interviene e spinge a sud le truppe americane, sconfiggendo Mac Arthur nella gigantesca battaglia del fiume Yalu. A fine anno la situazione torna ad essere quella esistente all’inizio della guerra.

Il generale americano propone l’escalation: bombardare la Cina, usando anche l’atomica, invaderla partendo da Formosa, non solo bloccare l’avanzata comunista, ma distruggere la sua presenza nel continente. Le sue posizioni incontrano il sostegno di parte dell’opinione pubblica, ma mettono in luce le contraddizioni dell’amministrazione Truman, divisa fra tentativi di conciliazione e spinte belliciste (anni dopo si parlerà di “”falchi” e “colombe”). Nel marzo 1951 Mac Arthur, usando una motivazione propria degli ambienti militari (tornerà nella guerra in Vietnam), accusa la classe politica di non avergli permesso di penetrare in Cina e, conseguentemente, di vincere la guerra. In una lettera, letta al Congresso, arriva a dire che il comunismo deve essere combattuto in Asia con le armi e non in Europa con le chiacchiere.

La sua immediata destituzione dal comando (10 sostituiscono prima Matthev Ridgway poi Mark Clark) lo fa divenire leader dell’opinione pubblica conservatrice che lo accoglie, al ritorno in patria, come un trionfatore. Molte le voci che lo vogliono candidato alle imminenti presidenziali (1952) per le quali i repubblicani, invece, sceglieranno un altro militare, Dwight Eisenhower.

Il conflitto si trascina sino al 1953. N e favoriscono la conclusione la morte di Stalin e la rinuncia di Truman a ripresentarsi candidato alle presidenziali americane dell’autunno 1952.

Il trattato di pace ristabilisce il confine sul trentottesimo parallelo. Il bilancio dei morti tra i militari è pesantisssimo: 415.000 sudcoreani, 50.000 statunitensi e alleati, 600.000 nordcoreani e cinesi; drammatica la situazione anche per i civili.

La Cina comunista, figlia della recentissima rivoluzione, emerge come potenza sullo scacchiere mondiale ed acquista grande ruolo verso i paesi del terzo mondo, ruolo che l’URSS pare perdere progressivamente. È la Cina ad entrare direttamente in guerra, è lei a sacrificare i propri soldati, è lei a rischiare il bombardamento, forse anche atomico, sul proprio territorio per difendere un paese amico contro l’aggressione dell’imperialismo. E la Cina ad usare tecniche di guerra legate all’esperienza della guerriglia, bloccando e facendo arretrare un esercito forte e strutturato.

Il contrasto Cina-URSS che esploderà nel decennio successivo ha radici lontane, ma trova anche nella diversa risposta alla crisi coreana una delle sue ragioni.

La potenza americana ne esce, invece, parzialmente ridimensionata. Se la superiorità militare continua ad essere indiscussa, la possibilità di farla valere in conflitti locali non è automatica e l’emergere di nuovi paesi post -coloniali può creare contraddizioni nel quadro bipolare. Inoltre, come già nella guerra civile cinese, e come accadrà in Vietnam, la Corea dimostra la difficoltà di tenere in piedi un governo antipopolare e autocratico, di creare un esercito locale all'interno di una società corrotta, l’errore nella sottovalutazione della potenzialità di un esercito avversario, intreccio di forze convenzionali e tattiche proprie della guerra di popolo. Significativamente, firmando la fine del conflitto, il generale Clark dice di non provare esultanza, essendo il primo comandante americano della storia a firmare un armistizio senza vittoria.


Aree di tensione: la Palestina, l’Indocina francese, l’Algeria


Non è semplice periodizzare l’età della guerra fredda; se chiaro ne è l’inizio, se chiari ne sono i momenti di maggiore tensione (il blocco di Berlino in Europa, la guerra di Corea in Asia), se chiaro è il parziale attenuarsi della conflittualità dopo il 1953 e nei primi anni Sessanta (la morte di Stalin, il “disgelo”, i primi trattati contro la proliferazione atomica nella stagione di Kennedy e Krusciov), se chiaro è il contrasto russo-cinese anche sulla questione della coesistenza pacifica, più complesso è individuare la fine di essa.

La scelta più logica è quella di considerare la presidenza di Reagan (1981-1989) come determinante nella crisi sovietica, per il rilancio delle spese militari, il progetto di guerre stellari, la contrapposizione frontale all’impero del male, crisi che la gestione di Gorbaciov (dal 1985) tenta di risolvere con ricette e prospettive che non riescono, comunque, ad impedire il crollo definitivo.

La guerra fredda terminerebbe definitivamente, quindi, solamente con il 1991, quando cioè uno dei due contendenti scompare, lasciando all’altro la totale egemonia politica, economica, ma soprattutto militare sul mondo intero, come dimostreranno le guerre degli anni Novanta.

Questa prima trattazione si limita comunque, al periodo compreso tra il 1945 e i primi anni Cinquanta, quello cioè della contrapposizione frontale e dell’aprirsi di contraddizioni in numerose aree dei continenti extraeuropei.

La crisi degli imperi coloniali porta in Asia alla nascita di nuovi stati: nel 1946 di Siria e Libano (già francesi), nel 1947 di India, Pakistan, Sri Lanka, Birmania, nel 1948 di Palestina ed Israele (in un’area già colonia inglese), nel 1949 dell’Indonesia (ex colonia olandese), nel 1954 alla sconfitta francese in Indocina, con la formazione dei due Vietnam, del Laos, della Cambogia.

In Africa diventano indipendenti nel 1951 la Libia, l’anno successivo l’Egitto, nel 1956 la Tunisia e il Marocco, già francesi, e il Sudan ex colonia inglese come il Ghana che ottiene l’indipendenza nel 1957; nel 1960 è la volta del Congo, già belga, e nel 1962, dell’Algeria.

Se per alcuni di questi paesi l’indipendenza avviene in modo non traumatico, per altri il processo di liberazione è quanto mai complesso e spesso produce situazioni contraddittorie che si trascineranno nel tempo.

La stessa esistenza di alleanze militari al di fuori del continente europeo dimostra come il centro del conflitto si stia spostando e quanto le potenze occidentali temano il processo di decolonizzazione, come possibile veicolo del “contagio comunista” e della messa in discussione di interessi geo-strategici ed economici che parevano consolidati.

Alla NATO si sommano, nel 1951, l’ANZUS, costituita da USA, Australia e Nuova Zelanda e nel 1954 la SEATO, nella quale ai tre paesi precedenti si sommano Gran Bretagna, Francia, Pakistan, Filippine, Thailandia. Nel 1955, Gran Bretagna, Iran, Iraq, Pakistan e Turchia (nel 1957 si aggiungeranno gli USA), danno vita al Patto di Baghdad, l’unico, nel corso degli anni, ad essere sciolto (nel 1975).

La questione ebraico-palestinese è aperta dalla fine della prima guerra mondiale. La Gran Bretagna, ottenuta l’amministrazione della Palestina (provincia meridionale della Siria) gioca su due fronti, con promesse al mondo arabo, usato nella guerra contro la Germania, e a quello ebraico (dichiarazione di Balfour, 2 novembre 1917, in cui si parla di aiuto inglese a creare un “focolare nazionale” nell’area). Su questa base, Londra favorisce una forte immigrazione ebraica.

La situazione diviene più complessa dopo la seconda guerra mondiale, a causa della tremenda persecuzione subita dal mondo ebraico. Londra non riesce a mediare fra le diverse richieste e affida l’esame della situazione all'ONU che il 29 novembre 1947 stabilisce la spartizione del territorio palestinese fra uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe al suo interno circa 500.000 arabi (la metà della popolazione). Gerusalemme diviene città internazionale.

Il confine assegnato risulta arbitrario, la realtà palestinese è fortemente penalizzata. Si moltiplicano dalle due parti i massacri, le rappresaglie. Inizia la deportazione della popolazione palestinese.

A maggio, al termine del mandato britannico, Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania entrano in guerra contro il nuovo stato di Israele che grazie agli aiuti occidentali e alla efficienza del proprio esercito non solo respinge l’attacco, ma penetra nel territorio che dovrebbe costituire lo stato palestinese. Nel 1949, l’armistizio modifica nettamente i confini stabiliti dall'ONU: Israele occupa tre quarti del territorio, la striscia di Gaza passa sotto amministrazione egiziana, la Cisgiordania è annessa alla Giordania. Lo stato palestinese muore prima di nascere.

La guerra lascia una tragica eredità che peserà sulla questione israeliano-palestinese in tutti i decenni successivi, accrescendo il solco di odio fra le due popolazioni: quella delle centinaia di migliaia di profughi palestinesi che lasciano il territorio occupato da Israele e iniziano una drammatica diaspora in particolare nei paesi “fratelli”, spesso vivendo in campi profughi e sempre con la speranza di poter tornare nella propria terra.

Tutti i conflitti successivi (1956, 1967, 1973 sino alle Intifada e alla attuale endemica situazione di scontro) derivano da queste prime scelte, dall’eredità del mandato britannico, dall’incapacità, da parte dell’ONU, di gestire una situazione capace di mediare gli interessi di due popoli.

Se la questione palestinese, sino al 1956, non sembra entrare nello scontro bipolare (l’URSS guarderà con maggiore attenzione alle trasformazioni nel mondo arabo dopo l’affermazione e le prime scelte di Nasser in Egitto sino al suo scontro con Francia e Gran Bretagna per Suez), la lotta antifrancese in Indocina è parte della guerra fredda.

Le colonie francesi in Asia, dopo l’occupazione della Francia da parte della Germania, vengono occupate dal Giappone. Si radicano i sentimenti nazionalisti e indipendentisti, soprattutto in Vietnam. Una resistenza contadina, guidata politicamente da Ho Chi Min e militarmente da Vo Nguyen Giap, si manifesta a sud.

Il 2 settembre 1945, Ho Chi Min proclama, nel nord del paese, la Repubblica democratica del Vietnam, per quanto gli accordi di Postdam ne abbiano previsto la occupazione da parte degli eserciti inglesi a sud e cinese a nord. Per evitare l’occupazione cinese, che confliggerebbe con il suo governo provvisorio:


I francesi sono degli stranieri. Sono deboli. Il colonialismo sta morendo. L’uomo bianco è finito in Asia. Ma se i cinesi si installano qui, non se ne andranno mai, mai7.

Il leader vietnamita raggiunge un accordo con la Francia che sta rioccupando le sue colonie.

L’intesa del febbraio 1946 (riconoscimento da parte della Francia del governo vietnamita, in cambio della presenza di militari e di vantaggi economici) è fragile e non regge.

La potenza coloniale europea rioccupa interamente il paese creando due regimi che si rivelano deboli e corrotti e che il movimento indipendentista, non a torto, giudica “fantocci”.

Si manifesta immediatamente una resistenza armata che cresce negli anni e si inserisce, soprattutto dopo il 1949 e il 1950 (vittoria comunista in Cina e guerra di Corea) nello schema del bipolarismo.

La destra francese, i gaullisti, i militari sono del tutto contrari a lasciare una “terra d’oltremare”, come parte dell’opinione pubblica e la quasi totalità della stampa. La visione imperiale sembra creare qualche difficoltà nella stessa sinistra, come accadrà anche nel caso algerino.

La resistenza vietnamita cresce e si consolida. Nel 1950 si impadronisce delle vie di comunicazione al confine cinese, negli anni successivi penetra in Laos, altro possedimento francese.

La Francia reagisce tentando una azione risolutiva. Sfruttando il totale dominio del cielo, si propone di installare una grande base militare capace di bloccare le incursioni nemiche verso il Laos e di essere il luogo di partenza verso il nord, per cancellare definitivamente le forze partigiane.

La località scelta, Dien Bien Phu, diventerà, invece, simbolo del tracollo del colonialismo francese in Asia e del genio militare di Giap, interprete della concezione della guerra di popolo, appresa dalla tradizione nazionale e dalla pluridecennale esperienza cinese.

Giap risponde concentrando le proprie truppe sull’avamposto nemico. Una incredibile ragnatela di gallerie, scavate con strumenti rudimentali permette alle formazioni partigiane di circondare Dien Bien Phu e di assediare le truppe francesi. Contemporaneamente, si sollevano forze di opposizione in Laos (il Patet Lao) e in Cambogia (i liberi Khmer), ambedue, come i Vietminh, egemonizzate dai comunisti.

Tra marzo e maggio 1954 l’attacco finale. I francesi capitolano. Gli USA non intervengono direttamente per il timore di riprodurre una situazione simile a quella della Corea, con relativo intervento cinese.

La successiva conferenza di Ginevra vede la novità della presenza cinese. Il tentativo di sistemazione dell’area è difficoltoso, risolto solamente per il mutato atteggiamento francese (nuovo primo ministro Pierre Mendès France che sa di dover chiudere la questione indocinese).

Nel luglio 1954 la conferenza si chiude con la decisione di formare gli stati sovrani di Laos, Cambogia e Vietnam. Quest’ultimo è diviso, lungo il 17° parallelo in due parti che dovrebbero essere unificate da libere elezioni nel giro di due anni.

La soluzione è, ovviamente instabile; nel giro di breve tempo, in Vietnam si riaprirà lo scontro che diverrà quasi il simbolo delle contraddizioni del mondo nel decennio successivo.

La sconfitta in Indocina, il progressivo crollo di un grande impero coloniale è uno dei fattori che determinano la lotta per l’indipendenza in Algeria.

Il paese africano, occupato nel 1830, è amministrato duramente, con forti differenze sociali ma non solo, fra la popolazione locale e quella europea, ma con una economia fortemente integrata a quella metropolitana.

Sentimenti indipendentistici emergono già al termine della seconda guerra mondiale, ma manifestazioni e sommosse sono represse duramente, a dimostrazione dell’incapacità e non volontà francese di cercare la via del compromesso e delle concessioni. L’Algeria è considerata territorio francese a tutti gli effetti. L’esistenza di un milione di immigrati europei (i pieds noir) che detengono il potere politico e le leve dell’economia rende la situazione particolarmente complessa.

Nel 1954 viene fondato il Fronte di liberazione nazionale algerino. Forte l’appoggio da parte dell’Egitto, uscito dal colpo di stato degli ufficiali (1952) che ha cancellato la monarchia.

La strategia del FNL si basa su attacchi alle truppe francesi e ad azioni di terrorismo. La notte del 31 ottobre 1954 vengono assaltati contemporaneamente commissariati di polizia e guarnigioni militari. In Francia si diffondono il timore e la richiesta di una risposta militare.

La situazione del paese non è facile. L’instabilità dei governi della Quarta repubblica, la perdita delle colonie in Asia, l'incapacità di accettare il ridimensionamento del ruolo del paese nello scenario internazionale rendono difficile comprendere le motivazioni nazionali e sociali che stanno alla base dell’insurrezione algerina. In Africa l’esercito cerca una rivalsa alle precedenti sconfitte.

La stessa sinistra, pressata dall’opinione pubblica, dalla sua stessa base, dal mito della grandezza nazionale, non coglie l’occasione per una grande battaglia di civiltà. È di François Mitterand, allora ministro, la frase: l’Algeria è la Francia. Sarà il desiderio di rivincita e di riaffermazione di un ruolo egemonico su scala internazionale a spingere il paese al disastroso scacco di Suez (1956).

Sul lato opposto, la resistenza algerina si radica nella società ed esprime una sua classe dirigente. Indimenticabile la figura di Frantz Fanon che, più di ogni altro, analizza la necessità di rottura, da parte del colonizzato, di tutti i vincoli, anche psicologici, che lo legano al ruolo di subordinazione indotta da secoli di colonialismo, di razzismo. La violenza rivoluzionaria, in questo quadro è strumento di liberazione non solo politica, ma complessiva:


I popoli coloniali devono liberarsi dall’oppressione straniera con la forza e la violenza, intese non come tecniche militari, ma come presupposto psicologico all’indipendenza. La colonia è il prodotto della forza ed è conservata con la forza. L’esercizio della forza spoglia l’indigeno di tutta la sua dignità umana ed egli non potrà riacquistarla se non farà lui stesso uso della violenza contro l’oppressore8.


Per quanto solo indirettamente inserita nello schema della guerra fredda, l’insurrezione algerina, che si concluderà solamente nel 1962, segna una tappa importante nello scenario degli anni Cinquanta, anche per l’enorme dibattito che suscita e per la presa di coscienza che determina in tanti giovani anche europei.

A metà decennio, la tensione internazionale sembra affievolirsi, ma nuovi e più ampi fronti di scontro tendono a prodursi nel mondo, anticipando lo scenario degli anni Sessanta.


Gli anni Cinquanta nella storia, in “Il presente e la storia”, n. 68, II semestre, 2005


Gli anni Cinquanta nella Storia

Il quadro internazionale

Le difficoltà del bipolarismo. Il terzo mondo


L’immagine comune che vede il decennio Cinquanta come sinonimo di stagnazione, di immodificabilità nei rapporti tra i due blocchi sembra essere falsa a partire dal 1954.

La Francia è umiliata e sconfitta nel sud-est asiatico; il suo secolare impero coloniale esce ulteriormente ridimensionato dalla guerra di popolo vietnamita. In Algeria, anche qui contro l’occupazione francese, inizia la lunga lotta per l’indipendenza di un popolo, sino ad allora sempre negato nella sua stessa esistenza, che pare legarsi al risveglio del mondo arabo (è del 1952 il colpo di stato dei militari contro la monarchia in Egitto)9.

Nel 1953 un colpo di stato militare, voluto ed appoggiato dalle potenze occidentali, ha abbattuto in Iran il governo di Muhammad Mossadegh, colpevole di mettere in discussione gli interessi delle grandi compagnie petrolifere. Nel 1954 una invasione di mercenari, organizzata dalla oligarchia locale e dalla CIA, abbatte in Guatemala il governo democratico di Guzman Arbenz, autore di una riforma agraria che ha colpito gli interessi della United Fruit. L’anno precedente, a Cuba, è finito nel nulla il tentativo di un pugno di rivoluzionari su posizioni nazionaliste contro la dittatura corrotta di Fulgencio Batista. Alla loro testa il giovane avvocato Fidel Castro.

Sono segni di un quadro internazionale solo apparentemente “pacificato” e statico, in cui ha grande rilievo l’emergere dei paesi non allineati.

Nell’aprile del 1955, a Bandung, in Indonesia, si incontrano 29 paesi afro-asiatici ed africani fra cui India, Indonesia, Pakistan e Cina. La conferenza discute del processo di decolonizzazione, condanna ogni forma di oppressione e si chiude con una dichiarazione ispirata dal leader indiano Nehru. Il messaggio politico, rafforzato dalla partecipazione della Cina, è chiaro: oltre ai due blocchi esiste una nuova realtà emergente ed in crescita, quella dei paesi ex colonizzati o in via di decolonizzazione, che chiede un ruolo sullo scenario internazionale non solamente come appendice ad una delle due superpotenze.

La crescita delle lotte anticoloniali e l’emergere di nuovi soggetti incrinano la realtà bipolare ed aprono scenari che emergeranno pienamente nel decennio successivo.


Il ventesimo congresso del PCUS. La coesistenza pacifica


La relazione del nuovo leader sovietico (Stalin è morto nel 1953) Nikita Krusciov al XX congresso del Partito comunista sovietico (primavera 1956) segna una svolta nell’intero movimento operaio internazionale. Per Krusciov è superata la teoria che sostiene l’inevitabilità della guerra, teoria elaborata in anni in cui l’imperialismo abbracciava tutto il mondo e le forze contrarie alla guerra erano deboli. A questo punto, al contrario, le forze della pace (paesi socialisti, movimenti operai all'interno di quelli capitalisti e di liberazione nazionale) sono più forti e possono spostare il conflitto in altri campi, primo fra tutti la competizione economica e scientifica.

È messo, quindi, in discussione il mito del modello sovietico come unica strada per costruire il socialismo. Il ricorso o meno alla violenza non dipende dal proletariato, ma dalle scelte della classe degli sfruttatori. Se la via parlamentare era impossibile per i bolscevichi russi, oggi la classe operaia, unendo attorno a sé altri strati popolari, può conquistare il parlamento e trasformarlo da organo della democrazia borghese a strumento della volontà popolare.

Le grandi conquiste dell’URSS e dei paesi socialisti, i progressi compiuti (l’anno successivo avrà immensa eco, anche simbolicamente, il lancio del primo satellite artificiale) permetteranno di superare i paesi del campo avverso e costituiranno per le masse popolari di ogni paese un modello da seguire e da imitare. Per questo, il confronto militare può trasformarsi in competizione economica. Si apre la stagione, contraddittoria e conflittuale, della coesistenza pacifica.

Il congresso passa però alla storia come quello che segna la “destalinizzazione”. Nel rapporto Krusciov, le continue critiche al culto della personalità, al burocratismo, alle violazioni della legalità socialista indicano che sono sotto accusa molti aspetti del periodo staliniano.

Va più in là il Rapporto segreto, letto dal nuovo leader in una seduta a porte chiuse. In questo, si denunciano i crimini di Stalin, dalla morte di Kirov agli anni Trenta, dalle deportazioni di massa ad altre forme di illegalità che hanno distrutto il metodo leninista e creato un clima di paura, di insicurezza, di disperazione. Il rapporto è pubblicato il 5 giugno dal “New York Times” e ripreso dai giornali di ogni paese, in Italia dall’ “Espresso”.

Inevitabili le ripercussioni nei paesi dell'Europa orientale e nel mondo comunista.

Segni di malessere per la mancanza di dialettica politica, per la meccanica trasposizione del modello sovietico, per le stesse condizioni materiali (lavoro, salario) si erano già avuti in vari paesi.

La rottura tra l’URSS e la Jugoslavia titoista aveva aperto una stagione di processi contro “elementi titoisti” e “purghe” in varie realtà, prima fra tutte la Cecoslovacchia. La protesta popolare era emersa, però, pienamente nel 1953, in Germania est, con moti operai duramente repressi e ovviamente bollati come prodotti della controrivoluzione.

Ora, nel giugno 1956, a Poznam, in Polonia, una enorme protesta operaia contro le condizioni di lavoro e l’aumento del costo della vita viene duramente repressa: 38 morti e 270 feriti. L’insoddisfazione per le condizioni materiali e per il regime politico illiberale porta, ad ottobre, a richiamare al potere Wladislaw Gomulka, espulso dal partito nel 1948 per “deviazionismo nazionalista”. Il nuovo dirigente tenta un ammorbidimento del rapporto partito-masse e canalizza la protesta popolare verso un modello nazionale di socialismo evitando il pericolo di un intervento militare sovietico.

Ad ottobre, precipita, invece, la situazione in Ungheria. Il 23 una grande manifestazione di solidarietà con il popolo polacco si traduce in uno scontro che si allarga al paese intero. Il giorno successivo, governo e partito passano nelle mani di Imre Nagy e Janos Kadar che chiedono il ritorno alla legalità e si impegnano ad attuare riforme politiche ed economiche e a rivedere i rapporti con l’URSS. Si è, però, perso ogni controllo della situazione; Nagy apre il governo ai partiti ricostituiti e dichiara che l’Ungheria uscirà dal patto di Varsavia. A questo punto, Kadar chiede l’intervento delle truppe del patto che entrano a Budapest il 4 novembre. L’ottobre ungherese si chiude nella repressione della maggiore protesta popolare mai verificatasi nei paesi dell'Est. L’apertura di Krusciov sembra aver messo in moto un processo centrifugo che l’URSS non può tollerare. Il tanto proclamato sostegno della popolazione alle “democrazie popolari” si dimostra del tutto illusorio.

La “destalinizzazione” e il “disgelo” procederanno in modo incerto e contraddittorio, alternando aperture e strette. Nel 1957 , la conferenza internazionale dei partiti comunisti si chiude con una dichiarazione che ribadisce l’anti-imperialismo e riconosce nell’URSS il paese-guida, ma emergono, sotterraneamente, i primi attriti tra URSS e Cina. L’anno successivo sembra stabilizzarsi l’egemonia di Krusciov che diviene capo del governo e del partito. La sospensione degli esperimenti atomici e l'incontro (Camp David 1959) con il presidente statunitense Eisenhower segnano i primi atti della distensione internazionale. L’elezione, a fine 1960, di John Kennedy a nuovo presidente USA sembra confermare l’irreversibilità di questa fase.


Esplode il terzo mondo, il contrasto URSS/Cina


Nella seconda metà del decennio, il processo di decolonizzazione subisce una impennata. Nel 1956 divengono indipendenti Marocco, Tunisia e Sudan, si evidenzia l’impossibilità di riunificare il Vietnam, diviso nella conferenza internazionale di Ginevra (1954), mentre si aggrava lo scontro in Algeria.

La crisi più grave, proprio in coincidenza con la repressione dei moti ungheresi, è, però, quella di Suez. A luglio, il governo di Nasser nazionalizza il canale di Suez, colpendo gli interessi anglo-francesi. Ad ottobre truppe israeliane attaccano l’Egitto invadendo il Sinai. È la seconda guerra arabo-israeliana. Francia e Gran Bretagna occupano Porto Said, nel tentativo di riprendere il controllo del canale. È il colpo di coda del colonialismo anglo-francese, ridimensionato nel dopoguerra dall’emergere delle due superpotenze. Gli egiziani affondano navi nel canale, bloccandone il traffico. In una enorme tensione internazionale, che si somma a quella ungherese, gli USA non appoggiano l’operazione dei due alleati. L’ONU interviene per garantire il “cessate il fuoco”. Francia e Gran Bretagna debbono ritirare le truppe, subendo una umiliazione che peserà sui loro equilibri interni.

Se in Gran Bretagna si ha un semplice cambio di primo ministro, la realtà francese è complicata dall’aggravarsi della crisi algerina. I moti indipendentistici, iniziati nel 1954, si estendono al paese intero. Dal gennaio all’ottobre del 1957 si svolge la “battaglia di Algeri”, in cui le truppe del generale Massu reprimono, senza riuscire a sconfiggerla, la resistenza.

Pochi mesi dopo, lo stesso Massu e Salan tentano un colpo di stato contro il governo francese, chiedendo il ritorno al potere del generale De Gaulle che, nominato primo ministro con pieni poteri, fa rientrare il pronunciamento dei generali e istituisce la repubblica presidenziale, modificando profondamente gli assetti istituzionali del paese. La costituzione della Quinta repubblica, approvata mediante referendum (settembre 1958), verticalizza sul presidente il potere. De Gaulle, tornato sulla scena politica dopo una lunga parentesi, dovuta alla sua polemica contro il sistema dei partiti, diviene presidente e fa attuare l’elezione diretta del capo dello stato. È netta la modificazione del sistema parlamentare, con riduzione del ruolo dei partiti e del parlamento stesso ed esaltazione dell’esecutivo e della figura del leader.

Nonostante la spinta militare e della destra che lo ha portato al potere, De Gaulle inizierà un lento sganciamento dalla guerra in Algeria. Il paese africano, abitato da una forte percentuale di coloni francesi, diverrà indipendente nel 1962, dopo una guerra dolorosissima che ha mostrato il volto contraddittorio della democrazia francese (massacri, bombardamenti sui villaggi, uso dei gas, pratica sistematica della tortura).

Fa parte del risveglio del mondo arabo la rivoluzione (o colpo di stato) in Iraq nel luglio 1958. La sollevazione militare abolisce la monarchia di re Feisal II e proclama la repubblica. Nel nuovo governo, laico e nazionalista, di Kassem, entrano anche i comunisti.

Sembra che i paesi arabi possano pensare a forme di unificazione che darebbero forza e peso internazionale all’area. Il processo, più volte iniziato, però, non andrà mai in porto.

Contraddittoria la realtà dell’America latina, da sempre cortile di casa degli USA. Se è soppresso il governo democratico in Guatemala (1954), la rivoluzione in Bolivia (1952) porta alla nazionalizzazione delle miniere di stagno, alla cogestione delle imprese statizzate, alla formazione di milizie operaie e contadine. Il tentativo, però, anche per divisioni interne, ripiega, sino alla dittatura militare di René Barrientos10 (dal 1964).

Diversa e specifica la realtà dei governi populisti, in particolare di quelli di Getulio Vargas in Brasile e di Juan Domingo Peron in Argentina. Di posizioni cattoliche, nazionaliste e anticomuniste, quest’ultimo tenta di fare dell’Argentina lo stato-guida nel subcontinente, sviluppando riforme sociali a favore dei ceti medi e poveri (i descamisados). Se il progetto sembra riuscire a fine anni Quaranta, anche per la favorevole congiuntura internazionale, non regge negli anni Cinquanta, per numerose cause, tra le quali l’opposizione della Chiesa, colpita dall’ assistenzialismo e dal clientelismo peronisti. Nel 1955 forze armate e ceti conservatori, allarmati dal radicalizzarsi delle forze popolari, lo sostituiscono al governo, senza riuscire a dare stabilità al paese, che in molti suoi settori rimane legato al mito peronista.

Fa eccezione nel subcontinente il caso di Cuba.

L’isola è retta da una dittatura terroristica, alimentata da una dipendenza totale verso gli USA, da una corruzione endemica e segnata dalla monocoltura dello zucchero. Dal 1956 al 1958 si sviluppa il movimento rivoluzionario “26 luglio”, guidato dal giovane avvocato Fidel Castro, già autore nel 1953 di un fallito tentativo rivoluzionario (assalto al Moncada).

A causa del suo carattere nazionale, della totale corruzione del regime esistente e del mancato appoggio a questo degli USA, il tentativo castrista trionfa. Nel gennaio 1959 si instaura, con grande appoggio popolare, il nuovo governo. Le prime norme riguardano la riforma agraria, la diversificazione dell’economia, la limitazione del controllo economico straniero, la confisca delle proprietà dei batistiani e la distribuzione della terra ai contadini.

La messa in discussione degli interessi delle proprie aziende spinge gli USA ad opporsi alla rivoluzione cubana e con misure economiche e con il tentativo di invasione operato da un gruppo di esuli controrivoluzionari. Il fallimento di questo (sbarco nella baia dei porci, 17 aprile 1961) spinge gli USA a instaurare il blocco economico e Castro a proclamare (10 maggio) la natura socialista della rivoluzione di Cuba, prima repubblica socialista d’America.

La decolonizzazione dell’Africa incontra fasi alterne e scacchi. La Francia (Algeria esclusa) e la Gran Bretagna tentano un passaggio graduale e pacifico all’indipendenza delle loro colonie, ma nei due campi nascono tendenze legate al panafricanismo e al socialismo africano. Si ribella la Guinea di Ahmed Sekou Touré, la Costa d’oro (Ghana) diviene indipendente nel 1957 sotto la guida di Kwame Nkrumah, trasformando il panafricanismo da movimento culturale in politico, con tendenze neutraliste ed antimperialiste. A livello culturale, forti le affinità con la negritudine, tendenza iniziata dagli anni Venti (negrismo) a Cuba e nelle Antille francesi. Nel dopoguerra, le due voci più significative sono il martinicano Aimé Cesaire e il senegalese Leopold Senghor.

I nuovi stati ereditano dal colonialismo confini, gruppi dirigenti e problemi lasciati dalla dominazione coloniale, ai quali alcuni tentano di rispondere con una sorta di socialismo africano, che si basa sull’attuazione di misure non capitalistiche nella sfera economica. Numerose le conferenze degli stati (Accra 1958, Monrovia 1959, Addis Abeba 1960) e dei popoli (Accra 1958, Tunisi 1960, Il Cairo 1961) africani, tutti unanimi nella condanna del colonialismo francese e dell’apartheid in Sudafrica, nell’appoggio alla resistenza popolare in Algeria, nel riconoscimento dei diritti dei popoli oppressi a ricorrere alla lotta armata, nella richiesta di indipendenza delle colonie portoghesi. Nel maggio 1963 nasce ad Addis Abeba l’Organizzazione per l’unità africana (OUA). Gli obiettivi sono la liberazione di tutto il continente africano e il rafforzamento dei legami politici ed economici tra i paesi del continente. Il caso più drammatico del fallimento dell’ipotesi di liberazione e del prevalere degli interessi neocolonialisti è quello del Congo. L’indipendenza dal Belgio, proclamata il 30 giugno 1960, apre nel paese uno scontro tra una proposta unitaria (Lumumba) e quella federalista più legata al carattere regionale e tribale del paese, ma anche agli interessi delle multinazionali che appoggiano la separazione della parte più ricca, soprattutto di risorse minerarie. A sostegno dei separatisti del Katanga, guidata da Moise Ciombè, intervengono i paracadutisti belgi e mercenari. Lumumba tenta invano di portare la questione a livello internazionale, sostenendo che si sta assistendo al ritorno degli interessi coloniali. A settembre un colpo di stato, guidato dal generale Mobutu, è avallato dall’ONU. Lumumba viene assassinato (dicembre 1961). È la fine del tentativo di fare del Congo il centro di un processo di liberazione continentale. Il rapidissimo passaggio di Lumumba da posizioni panafricaniste a una lettura antimperialista ed internazionalista è segno delle potenzialità della fase politica internazionale11.

Già alla fine del decennio si hanno i primi evidenti segni del contrasto, che diverrà esplosivo nei primi anni Sessanta, tra i due maggiori paesi comunisti: l’URSS e la Cina. Alla base non sta solo la differente valutazione su Stalin. I due paesi sono divisi da interessi contrastanti, il loro sviluppo economico è del tutto differente, la scelta cinese per il “Grande balzo in avanti” (che si rivelerà un fallimento economico) diverge dai modelli legati a quello sovietico, seguiti da tutti (Jugoslavia esclusa) gli stati socialisti.

Il contrasto diviene evidente nel 1960, al congresso del Partito comunista bulgaro, in cui il sovietico Ponomarov e il cinese Peng Chen polemizzano frontalmente e obbligano lo stesso Krusciov, presente al congresso, a prendere la parola per un attacco a fondo alle posizioni della Cina, accusata di nazionalismo e di sciovinismo, di non comprendere la realtà della guerra moderna, di non accettare la condanna del culto della personalità, oltre che per i contrasti di frontiera con l’India.

Pochi mesi dopo, a Mosca, si svolge la conferenza mondiale dei partiti comunisti. Il documento sovietico, elaborato da Suslov, sostiene:

- i cinesi hanno erroneamente interpretato i principi di Lenin, non comprendendo i cambiamenti intercorsi nelle forze politiche ed economiche;

- sbagliano i cinesi nell’accusare l’URSS di collaborazione con le borghesie nazionali (i compromessi sono necessari);

- la preparazione militare deve essere continuata, però l’ideale del socialismo è il disarmo. La via delle guerre locali, appoggiata dalla Cina, condurrebbe alla guerra mondiale;

- l’atteggiamento cinese porta all’isolamento;

- i cinesi non rifiutano il culto della personalità.

Per la Cina intervengono tre dirigenti che cadranno in disgrazia durante la rivoluzione culturale: Liu Shao Chi (il “Krusciov cinese”), il sindaco di Pechino Peng Chen e Teng Hsiao Ping.

Secondo quest’ultimo, la guerra non è auspicabile, ma è molto probabile. L’URSS ha un atteggiamento errato verso i paesi non allineati, primo fra tutti l’India che ha dimostrato il suo vero volto anticinese e anticomunista negli scontri di frontiera e fomentando disordini in Tibet. Le tesi del XX congresso del PCUS, secondo le quali il socialismo può essere attuato senza violenza, negano l’insegnamento leninista in quanto sopravvalutano la funzione del parlamento borghese e annullano la prospettiva rivoluzionaria. Tra i vari partiti comunisti debbono essere instaurati rapporti di indipendenza e di parità.

La rottura è netta anche se è avvenuta in congressi a porte chiuse e pochi partiti (tutti asiatici tranne quello albanese) si schierano sulle posizioni cinesi. Quelli europei, a cominciare dai maggiori, italiano e francese, sostengono le “vie nazionali al socialismo”, la strategia delle riforme, la costruzione di alleanze con altre forze politiche, ed esaltano il ruolo delle assemblee elettive.

Non a caso, la polemica cinese, nel periodo strettamente successivo, si volge contro il partito comunista italiano e la figura del suo segretario, Togliatti. il tema più toccato è la negazione della coesistenza pacifica, proposta da Krusciov, in una fase in cui l’URSS sembra conseguire successi nel campo economico, scientifico, politico. Per il partito asiatico occorre cancellare, nelle masse e nei popoli, il mito della conversione dell'imperialismo alla coesistenza.

L’inconciliabilità delle posizioni dei due maggiori partiti comunisti del mondo è ovvia e produrrà, nei primi anni Sessanta, la definitiva rottura tra essi, con polemiche e accuse roventi, scissioni in tutti i partiti comunisti del mondo e l’apparente creazione di un polo rivoluzionario attorno alla Cina, capace di parlare ai paesi poveri del mondo intero e ai giovani, soprattutto in coincidenza con l’esplodere della Grande rivoluzione culturale e proletaria.

Da allora, l’unità monolitica del movimento comunista internazionale non sarà che un ricordo.


L’Italia

Il centrismo, l’atlantismo, il sistema di potere della DC


Le elezioni del 18 aprile 1948 vedono contrapporsi due modelli economici, politici, di società, anche di partito. La DC ha una struttura debole, ma gode dell’appoggio di gruppi e associazioni collaterali, in particolare della Chiesa cattolica. Fra queste l’Associazione cattolica (con le sue mille diramazioni) e l’ACLI, la parte moderata del sindacato (la scissione sindacale seguirà le elezioni, con la rottura della CGIL e la nascita di CISL, 1948, e UIL, 1949). Il maggior attivismo nella campagna elettorale è ad opera dei Comitati civici di Luigi Gedda. L’appoggio viene in particolare da settori di ceto medio, dalle campagne (l’Italia è ancora in prevalenza un paese contadino), dal capitale che vede in questo partito una garanzia contro il pericolo comunista.

In un mondo ormai diviso in blocchi, la DC è garanzia della scelta occidentale, di una politica economica moderata capace di opporsi non solo all’anticlericalismo e al filosovietismo dei socialcomunisti, ma anche ai rischi di socializzazione e collettivizzazione. I fatti cecoslovacchi (presa del potere da parte del Partito comunista che di fatto cancella ogni pluralismo politico) accrescono ancora i timori. Favorisce la DC la stessa bipolarizzazione (socialisti e comunisti formano una lista unica, quella del Fronte popolare, simbolo il volto di Garibaldi).

L’operazione di De Gasperi tende ad accreditare il partito come forza nazionale, superando il rischio di una completa tutela vaticana, a legare ceti sociali differenti (l’interclassismo), evitando il rischio che i ceti popolari nella totalità scelgano la sinistra, a schierarsi con il mondo occidentale, a presentarsi come capace di “continuità” dello stato. Per evitare il rischio di una totale identità cattolica, la scelta dopo il grande successo alle elezioni politiche (48%) è di aprire il governo a forze “laiche”, dando vita al quadripartito. È la formula centrista, con una piccola opposizione a destra e una più forte a sinistra. Le roccaforti del partito sono il Triveneto, per la forte religiosità della popolazione, e il Meridione.

Il PCI è l’unica formazione che ha mantenuto, durante il Ventennio fascista, una pur esigua struttura e che ha maggiormente contribuito all’antifascismo e alla Resistenza. A partire dal suo rientro in Italia, nel 1944, Togliatti opera una doppia svolta politica, collaborando con ogni altra forza politica per la liberazione del paese e la sconfitta del nazifascismo e aprendo il partito alla società, caratterizzando il partito nuovo come forza non ideologica e di massa, non formata solamente da rivoluzionari di professione, secondo il modello bolscevico. La doppiezza addebitata a Togliatti consiste nel difficile coesistere dell’accettazione della democrazia rappresentativa e del mantenimento, almeno verso la base, della prospettiva rivoluzionaria, come testimoniano i miti dell’URSS e di Stalin.

«Perché nell’URSS gli operai sono padroni delle loro fabbriche e i contadini della terra che lavorano? Perché i flagelli della disoccupazione, della prostituzione, della fame sono scomparsi? Perché ad uguale lavoro dell'uomo la donna percepisce uguale salario? Perché il popolo russo dispone della più ampia libertà e della costituzione più democratica del mondo?»12. Si chiede un volantino del PCI distribuito in Sicilia nel dopoguerra, con l’ovvia unica risposta data dalla superiorità del sistema socialista su quello capitalistico.

Caratterizza il PCI una organizzazione capillare e gerarchicamente strutturata, basata sulla pratica del centralismo democratico, su un alto numero di funzionari, sulla adesione piena alla linea del partito, su una militanza spesso totalizzante, ma capace di parlare a settori anche diversi della società. Numerose le strutture fiancheggiatrici (donne, giovani, Italia/URSS, Amici dell’Unità, pionieri, associazioni culturali). Forte il ruolo della CGIL, il maggiore tra i sindacati.

Il tentativo di mantenere una qualche struttura anche nel corso del Ventennio, la presenza nella guerra partigiana e in seguito nel movimento cooperativistico e in tutti i gangli della società permettono al PCI di sostituirsi, come forza egemone, al Partito socialista nel centro Italia (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, nord delle Marche), nonostante l’iniziale inferiorità elettorale a livello nazionale e, soprattutto, nel triangolo industriale.

Il voto del 18 aprile 1948 vede il trionfo democristiano, il ridimensionamento di comunisti e (soprattutto) socialisti, risultati buoni per il PSDI, discreti per il PRI, negativi per tutte le altre forze.

Si forma in Italia un bipolarismo imperfetto, basato su due grandi forze partitiche che prospettano scelte economiche, politiche, riferimenti internazionali opposti.

Incidono su questa polarizzazione il piano Marshall, il sistema di aiuti ai paesi europei da parte degli USA, certo importante nella scelta filo-occidentale dell'elettorato, e l’adesione al Patto atlantico (1949) che schiera, anche militarmente, l’Italia in uno dei due blocchi.

L’anticomunismo è uno dei collanti della politica governativa. Non si contano le forme di discriminazione, licenziamenti, emarginazione attuate verso militanti e dirigenti13, sino alla minaccia di ritiro delle commesse date ad aziende la cui commissione interna sia a maggioranza CGIL.

«Il tipo del comunista ... è stato anche organicamente distinto dalla restante umanità ed è diventato il “trinariciuto” dalla fronte bassa e dalla folta capigliatura incolta, bestialmente ottuso ... insomma, un vero e proprio corpo estraneo malignamente conficcato nelle viscere della società civile»14.

Pur rifiutando un governo monocolore, la DC degasperiana occupa tutti i gangli vitali dello stato e dell'economia come dell’informazione, avendo ministri e dirigenti nei dicasteri e negli enti preposti alla gestione di tutte le strutture intermedie dello stato, nodali per le scelte economiche e per la formazione del consenso.

De Gasperi media, all’interno della DC, con il “partito romano”, legato alla Chiesa di Pio XII; tratta con il “partito meridionale”, espressione degli interessi della grande proprietà agraria, che alle politiche del 1953 abbandonerà la DC per scegliere il populismo dell’armatore napoletano Achille Lauro o la rinata estrema destra neofascista; emargina la sinistra interna di Giuseppe Dossetti, legata all’impostazione di una politica sociale da parte della DC, capace di contendere l’egemonia delle masse popolari ai socialcomunisti; opera alcune riforme, la maggiore di tutte quella agraria in alcune regioni meridionali, con la formazione di una piccola proprietà contadina, seguita dall’istituzione della Cassa per il mezzogiorno (1950), dalla pensione ai coltivatori, dalla Cassa mutua. L'egemonia sulle campagne è garantita dal monopolio della Coltivatori diretti, per anni diretta da Paolo Bonomi. Se Bonomi è la garanzia dell’egemonia democristiana sulle campagne, il siciliano Mario Scelba identifica la politica dell’ordine pubblico in forte chiave anticomunista. Ministro dell’Interno dal 1947 al 1953 è autore di una costante repressione di moti popolari, dall’occupazione delle terre incolte agli scioperi operai, portatore di una visione profondamente autoritaria, non priva di disprezzo verso l’intellettualità e di legami con i poteri della mafia, come emerso dal processo per la morte del bandito Giuliano. Il fatto più grave è l’eccidio di Modena (sei operai uccisi e una cinquantina di feriti) il 9 gennaio 1950. In un discorso tenuto il 20 settembre 1957 in seguito all’eccidio di S. Donaci (Brindisi), poco prima della improvvisa morte, così Giuseppe Di Vittorio stigmatizza la questione:


Si è stabilito un principio di cui, almeno in questo dopoguerra, si è fatto banditore e realizzatore l’onorevole Scelba secondo il quale ogni assembramento che non si sciolga immediatamente deve essere disperso a bastonate, se non basta anche a fucilate e si è stabilito di fatto un principio secondo il quale gli elementi della polizia? funzionari o agenti? che si rendono responsabili di questi assassinii sono posti al di fuori e al di sopra della legge15.

Arturo Lepre scriverà che il centrismo: «Ebbe la sua mente politica in De Gasperi, la sua mente economica in Einaudi e il suo braccio armato in Scelba»16.

La nascita di una democrazia non compiuta, ma fortemente limitata, e la non attuazione di molte norme costituzionali fanno parlare di rischi di regime o di dittatura morbida17.

Il meridione, la “legge truffa”


Il nodo maggiore della politica italiana è l’eterna questione meridionale. L’endemica povertà del Sud produce un fenomeno migratorio verso paesi europei e d’oltreoceano che continuerà sino ai primi anni Settanta, la fame di terre vede il grande movimento dell’occupazione dei fondi incolti, in mano alla proprietà assenteista (molte analisi storiche e politiche paragonano per importanza ed intensità questo grande fenomeno di massa meridionale a quanto la Resistenza aveva significato per il Centro-Nord), movimento che è il tramite del radicamento per i due partiti della sinistra.

Le condizioni sociali sono gravi. A titolo esemplificativo, una inchiesta del 1949 denuncia il fatto che in molte regioni del Sud il 90% dei comuni non ha scuola, l’85% non ha canali di scolo. 1.700.000 meridionali sono iscritti all’elenco dei poveri. Nel 1951 gli addetti all’industria nel nord sono 2.500.000, nel sud 400.000. Ancora nel 1954, alle soglie del “miracolo”, fatta 100 la media del reddito nazionale, il Piemonte è a 174, la Calabria a 52.

Il governo risponde all’occupazione delle terre con un forte intervento repressivo, ma anche con una riforma agraria che blocca e spezza i tentativi di aggregazione e di cooperazione. Sono espropriati 700.000 ettari di latifondo e vengono costituiti enti per la riforma che debbono collaborare con i nuovi piccoli proprietari, strutturati in cooperative, nel tentativo di bilanciare la piccola estensione degli appezzamenti. 120.000 famiglie dipendono dall’Ente per la riforma. Il vento delle occupazioni cessa. La creazione della figura di piccolo proprietario produce ovvie difficoltà alle strutture del PCI, che subisce defezioni. Secondo Ginsborg18, muore l’unico tentativo di sconfiggere il familismo, male atavico del nostro paese e non nascerà più in quell’area geografica un simile tentativo di costruire una nuova morale politica che investa comportamenti individuali e collettivi. Lo scacco (Ginsborg parla espressamente di sconfitta) determina i valori della vita meridionale contemporanea e sanziona il potere della DC nel Mezzogiorno contadino.

È il Sud, per la sua povertà e per la radicalità delle lotte, a costituire un riferimento importante nella sinistra politica e culturale. Le dimostrazioni contadine in Sicilia, Calabria, Puglia sembrano un segno di riscossa dopo il cappotto elettorale subìto e influenzano tanta grande intellettualità. Visconti gira in un piccolo paese siciliano La terra trema, trasposizione moderna e nell’ottica della lotta di classe dei Malavoglia di Verga, i maggiori pittori tendono a rappresentare il mondo contadino e popolare delle regioni meridionali, Ernesto De Martino, partendo dall’esigenza di introdurre l’etnologia negli studi del mondo moderno, lega impegno politico (è militante socialista) e analisi sui temi della magia e della religiosità popolare. Il suo Il mondo magico, che apre la Collana viola dell’Einaudi, da lui fondata e diretta con Cesare Pavese, intreccia etnologia, psicologia e analisi sociale su un meridione in cui fenomeni magici e ancestrali hanno alle spalle radici storiche e presupposti anche razionali. Rocco Scotellaro, sindaco socialista di Tricarico (Matera), dedica la sua breve esistenza (muore a trent’anni nel 1953) al riscatto del sottoproletariato rurale della sua Lucania. Nelle sue opere letterarie, pubblicate postume, si fondono moduli neorealistici, evidenti nel saggio-inchiesta Contadini del sud (1954) e nell’abbozzo di romanzo L’uva puttanella (1955), con il recupero di miti ancestrali propri della cultura contadina.

Speculari alle lotte per la terra sono, a Nord, quelle per la difesa dell’occupazione. La classe operaia “tiene”, nonostante gli attacchi subiti, dalla discriminazione verso gli iscritti a PCI e CGIL ai licenziamenti, alla creazione di “reparti confino”, soprattutto alla Fiat.

Proprio alla Fiat, nel 1955, la CGIL subisce la maggiore sconfitta nelle elezioni della commissione interna. Se pesa la repressione interna, è mancata, però, la capacità di leggere e interpretare le trasformazioni profonde nella struttura produttiva e anche i cambiamenti nell’economia italiana. La sinistra pecca nel presentare come modello il sistema produttivo sovietico, nel dare un quadro di semplice decadenza di quello italiano, nel non comprendere le profonde trasformazioni che stanno avvenendo e trasformando l’Italia in una delle maggiori potenze industriali del mondo, il tendenziale passaggio a una realtà di neocapitalismo, la conseguente trasformazione della figura del lavoratore di fabbrica (in sintesi dall’operaio professionalizzato all’operaio massa), che sarà al centro (ma siamo all’inizio del decennio successivo) del lavoro dei “Quaderni rossi”.

I risultati delle tornate di elezioni amministrative nel 1951 e 1952 sono negativi per le forze governative che perdono voti sui due lati. Nasce, quindi, l’ipotesi di modificare la legge elettorale, garantendo un forte premio di maggioranza alla lista o gruppo di liste collegate che ottenga la metà più uno dei voti validi. Il meccanismo ricorda la Legge Acerbo (1924), uno degli strumenti con cui il fascismo si era trasformato in regime.

Le opposizioni rispondono con durezza. La legge, se passasse, non darebbe eguale peso ad ogni voto e, ancor più, permetterebbe alla maggioranza di avere i due terzi di seggi, sufficienti per operare modifiche costituzionali. La sinistra conia genialmente la formula Legge truffa che entra nell’uso comune, e attua in parlamento un duro ostruzionismo. È uno degli scontri politici più aspri dell'intero dopoguerra che, come la adesione alla NATO, divide in due il paese, ma che ha come posta la democrazia e il rifiuto del monopolio del centrismo.

Non è un caso che su questo nodo si formino piccole forze politiche che saranno decisive sul risultato finale, l’Alleanza democratica nazionale del liberale Epicarmo Corbino e Unità popolare formata da mini scissioni nel PSDI e nel PRI ed egemonizzata dalla cultura azionista19. Quest’ultima con l’Unione socialisti indipendenti (USI)20, nata precedentemente dalla mini-eresia comunista di Magnani e Cucchi, segna l’esigenza di una terza forza tra i due blocchi maggiori.

Il voto del 7 giugno 1953 segna un piccolo terremoto politico e l’inizio della lunga crisi della formula centrista. La DC crolla dal 48% al 40%, crescono a sinistra socialisti, che recuperano rispetto al tonfo del 1948, e comunisti (22%) e a destra MSI (5,8%) e monarchici (6,7%). Per due decenni i cambiamenti elettorali non saranno più così netti.

La coalizione di governo perde il 12% dei consensi. La legge elettorale maggioritaria non viene approvata per soli 57.000 voti. Il centrismo non riesce a trasformarsi in maggioranza stabile (in “regime” secondo l’opposizione).

«La conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti ne sarebbe uscita confermata e sopravvisse. Tuttavia per il maggior peso parlamentare dell’opposizione fu possibile in qualche misura riequilibrare e contrastare quell’ “ostruzionismo di maggioranza” contro la Costituzione che aveva predominato nei primi anni della Repubblica»21.


Il ‘56 e l’Italia, le difficoltà della sinistra, cultura e riviste


La denuncia delle deformazioni staliniane e le scelte politiche dell’URSS kruscioviana a partire dalla primavera 1956 producono un acceso dibattito nella sinistra italiana a tutti i livelli e difficoltà di non piccola entità nella base del PCI. Togliatti risponde proponendo il policentrismo (non esiste un unico centro nel movimento comunista) e la via nazionale al socialismo. La proposta non è nuova (era già presente nei Fronti popolari, nella svolta di Salerno, nella collaborazione governativa sino al 1947), ma il disegno è espresso in termini più netti. Compito prioritario del PCI è battersi per la piena attuazione della Costituzione, che contiene elementi già di per sé socialisti: i diritti al lavoro e allo studio, la coesistenza e compenetrazione tra settore privato e pubblico, il riconoscimento delle libertà individuali e collettive. Questa scelta, dice Togliatti al congresso nazionale (Roma, dicembre 1956), è frenata da due ostacoli: il settarismo massimalistico e il revisionismo riformistico.

La crisi dello stalinismo e del frontismo (i due cardini su cui il partito ha sviluppato le proprie scelte nel dopoguerra) si scioglie nella prevalenza del momento tattico e di mediazione, pur nell’intreccio con forti spinte di base: «Difatti il Partito comunista italiano è il solo in occidente capace di vere lotte di massa nel secondo dopoguerra e fino a oggi»22.

Le tesi “revisionistiche” sono espresse in pochi interventi e sintetizzate soprattutto da quello di Antonio Giolitti. Secondo il parlamentare piemontese, nulla autorizza l’intervento sovietico in Ungheria ed è errato chiamare contro rivoluzione la rivolta popolare. La via nazionale al socialismo deve essere proposta più chiaramente e senza ambiguità e incertezze: le libertà democratiche non sono borghesi, ma elemento indispensabile per costruire in Italia la società socialista. Sono indispensabili maggiore autonomia di giudizio e di azione a livello internazionale, anche nei confronti degli altri partiti comunisti, e piena libertà di opinione in seno al partito.

Le scelte di Togliatti permettono al partito di superare uno dei più difficili passaggi della sua storia.

Nonostante questo, però, il dissenso si allarga e si moltiplicano i “casi” (espulsione di Onofri e Reale, dimissioni di Sapegno, Purificato, Trombatore e di altri intellettuali, passaggio di Furio Diaz al PSI). Non mancano le polemiche a livello internazionale. Sulla rivista ufficiale del Partito comunista francese Roger Garaudy critica il congresso italiano, in particolare Di Vittorio e Giolitti.

Per il filosofo francese, il PCI sta imboccando una via non socialista, ma democratico-parlamentare. Le misure proposte, le riforme di struttura, le nazionalizzazioni possono costituire un obiettivo democratico, ma non possono essere assunte come elementi essenziali di una transizione al socialismo.

Le riforme di struttura sono invece essenziali per Giolitti. La classe operaia, per divenire dirigente, deve non solamente accettare, ma fare propria la difesa della democrazia “borghese”. La società socialista, per essere veramente tale, deve garantire e promuovere la libertà. Il centralismo democratico deve essere abbandonato, il mito dell’URSS abbandonato, il pensiero marxista deve rinnovarsi abbandonando ogni ipostatizzazione.

La replica del vice-segretario del partito, Luigi Longo, è durissima. Le tesi di Giolitti sono accusate di riproporre la separazione tra economia e politica, di limitarsi agli aspetti formali del rapporto democraziasocialismo, di voler cancellare le basi del movimento comunista, di ignorare quanto emerso dall’ottavo congresso23. A luglio Giolitti lascia il PCI, chiudendo, con una forte eco sulla federazione torinese (Bianca Guidetti Serra, Itala Calvino, il gruppo legato all’editore Einaudi, un caso emblematico delle difficoltà del maggior partito comunista occidentale a uscire dalla crisi aperta dall’ “indimenticabile ‘56”.

La riflessione che si apre caratterizza l’ultima parte degli anni Cinquanta e proseguirà nel decennio successivo, facendo emergere nodi che segneranno a lungo il movimento operaio e il pensiero marxista. Lo scioglimento della “doppiezza” togliattiana in senso riformistico si accompagna a proposte di rilettura, di discussione, di rinnovamento.

In questo quadro, alcune riviste assumono una nuova fisionomia e un ruolo inedito. “Città aperta” è, sino al 1958, espressione di militanti che non lasciano il PCI, ma sentono l’'esigenza di uno strumento autonomo. Qui compare La bonaccia delle Antille di Itala Calvino, metafora dell’immobilismo togliattiano. “Ragionamenti” e “Opinione” analizzano le trasformazioni economico-sociali del nostro paese, derivandone la convinzione che l’Italia abbia superato storici ritardi e quindi si sia modificato anche il tradizionale scontro politico. La ricerca deve legare intellettuali di diverse discipline ed elaborare un piano economico alternativo e una riflessione sul marxismo. La rilettura di Gramsci sfocia nel testo La città futura.

Su una direzione opposta a quella della “razionalizzazione capitalistica” si muove “Mondo operaio” negli anni della effettiva direzione di Raniero Panzieri che, usando la rottura traumatica operata dal XX congresso, tenta una revisione della tradizione e della pratica della sinistra, muovendosi con difficoltà tra un PSI che guarda ormai al centro-sinistra e un PCI che teme la rottura della continuità. L’ipotesi consiliare e la ricerca di alternativa rispetto alla strategia maggioritaria della sinistra sono al centro delle Sette tesi sul controllo operaio, scritte con Lucio Libertini. Lasciando la rivista nel 1959, Panzieri sosterrà che davanti alla nuova realtà non sono più sufficienti né i valori originari del socialismo italiano né il ritorno alleninismo. Una nuova strategia può nascere solamente da «una ricerca compiuta sul banco di prova dell'esame della situazione attuale della lotta di classe»24.

È quasi l’anticipazione della nascita dei “Quaderni rossi”. Si chiude uno dei periodi più fervidi del (e attorno al) PSI, con l’emarginazione di Gianni Bosio e della ricerca, spesso isolata e misconosciuta, di Lelio Basso (nel 1958 nasce “Problemi del socialismo”).

Diverso il percorso delle riviste di chi ha lasciato il PCI. Se “Corrispondenza socialista” si pone sul terreno dell'anticomunismo, “Passato e presente” nasce attorno a Giolitti e raccoglie preziose collaborazioni. Asse centrale è l'analisi delle trasformazioni economiche che presuppongono una diversa strategia politica. Giolitti prosegue il discorso iniziato con Riforme e rivoluzione, legando riforma di struttura, via nazionale e utilizzo delle novità tecnico-scientifiche. Lucio Colletti lo accusa di spingere la rivista sulla china della socialdemocrazia. Critico anche Vittorio Foa che, pur riconoscendo le grandi novità del capitalismo internazionale e italiano, contesta la proposta di programmazione, in mano al potere centrale, a cui sostituisce una programmazione democratica che abbia nella conflittualità operaia il proprio motore. La rivista, nonostante le indubbia novità nel panorama nazionale, esaurisce la propria funzione nel 1960, in coincidenza con il nascere della stagione di centro-sinistra.

Sul lato opposto, “Azione comunista” vede fallire, in breve spazio di tempo, l’ipotesi di unificare i vari filoni antistalinisti di sinistra.

Centrale anche l'impegno della “Rivista storica del socialismo”, nata nel 195825, diretta da Luigi Cortesi e Stefano Merli e per anni centro di un dibattito che lega storia e politica, riscoprendo pagine e figure rimosse nella storia del movimento operaio e affrontando la riflessione sulle origini e la tradizione del PCI, sulle radici, anche eterodosse, della sinistra, sui problemi del post-stalinismo26.

La seconda metà del decennio segna, quindi, la crisi profonda e irreversibile del rapporto codificato tra partito e intellettualità. Tutte le generazioni sono attraversate dalla messa in discussione delle tradizionali certezze. Sulle pagine di "”Cinema nuovo”, Guido Aristarco conia la formula Sciolti dal giuramento. La figura dell’intellettuale “organico” sembra tramontata. Si apre una nuova, contraddittoria, ma fervida stagione.

«Si poteva cominciare a pensare il rapporto vertice (partito)-base (classe operaia) in termini d’autonomia teorica e organizzativa dei lavoratori comunisti e socialisti; si potevano spezzare i vincoli organizzativi di partito e formare nuovi centri di studio e intervento politico»27.


Il miracolo economico


Il fallimento della “Legge truffa” produce una profonda instabilità politica e sembra indicare la necessità di un netto cambiamento. Ancor maggiormente, le trasformazioni economiche fanno emergere il quadro di un paese che sta cambiando profondamente.

A metà decennio, parte del paese ha già assunto un volto industriale. Oscar Sinigaglia ha ristrutturato la Finsider, introducendo nella produzione dell’acciaio il ciclo integrale, Enrico Mattei ha fatto rinascere l’ENI, che è entrata di prepotenza nel mercato internazionale anche conflittualmente con le grandi compagnie internazionali, la Fiat ha fortemente investito nella produzione di auto. Nel 1955 nasce la “600”, due anni dopo vede la luce la “500”. Le utilitarie iniziano ad essere accessibili a un pubblico ampio, quello che aveva appena potuto accedere ai ciclomotori (Vespa, Lambretta), anch’essi strumento della crescita produttiva e di consumi nazionali.

Centrale il ruolo del sistema bancario. Nasce Mediobanca, supporto finanziario di tutta l’industria del Nord.

Gli anni Quaranta si erano chiusi con un grande numero di lotte operaie e popolari per la difesa dei posti di lavoro e di aziende a rischio e con uno stillicidio di lavoratori uccisi negli scontri con le forze dell’ordine scelbiane. Nel 1949 la CGIL propone il Piano del lavoro, ipotesi a largo raggio di un diverso sviluppo economico, centrato su occupazione, rilancio del meridione, misure sociali e proposte (nazionalizzazione dell'industria elettrica) molto avanzate rispetto alla cultura media della Confindustria, ma anche di tanti settori sindacali. Netto il rifiuto da parte del padronato.

Le difficoltà sindacali derivano anche dalla divisione interna. CISL e UIL firmano accordi (il più importante quello sul conglobamento) dopo lotte e scioperi indetti separatamente. Netto l’isolamento del sindacato di classe su cui pesano pressioni, minacce di licenziamento, tentativi di azzeramento politico.

Nella DC, se Fanfani spinge sull’industria pubblica e sul controllo di apparati ed enti nel tentativo di legare partito e stato e di occupare le principali leve del potere, Ezio Vanoni propone una politica riformista che coniuga la scuola sociale cattolica con il pensiero keynesiano. Il “piano Vanoni”, presentato per il decennio 1955-1964, propone quattro milioni di posti di lavoro, riduzioni del divario tra Nord e Sud, equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Supera oggettivamente la linea Einaudi-Pella, ma resta proposta macroeconomica, di lungo periodo, che, a parte le ovvie resistenze, non riesce a dotarsi degli strumenti per procedere. Vanoni e altri economisti di parte cattolica denunciano come limiti e ostacoli il dualismo fra le “due Italie” (Nord e Sud) e la sproporzione tra consumi privati e spesa pubblica, che deve essere maggiormente orientata verso la casa, l’energia elettrica (si torna a parlare di nazionalizzazione), bonifica e irrigazione.

Più delle proposte politiche, però, modificano l’'Italia i grandi cambiamenti strutturali che investono il paese intero. Il fenomeno maggiore è quello della migrazione. Nonostante l’aumento demografico, nel decennio il 70% dei comuni italiani perde popolazione. Solamente diciannove province hanno un saldo migratorio stabilmente positivo. Alla migrazione verso altri paesi si somma (e in parte si sostituisce) quella interna. Le periferie di Milano e Torino si riempiono di meridionali in cerca di lavoro nell’industria del Nord. Lo spostamento dalle campagne significa l’abbandono progressivo di intere aree, ma ancor di più una trasformazione nel tipo di vita, nei rapporti sociali, nei legami familiari, nell'immaginario e nelle aspettative28.

Bastano i dati dei censimenti a rappresentare quale terremoto sociale e culturale viva il nostro paese nello spazio di pochi anni29, condannando a morte tanti settori agricoli e artigianali tradizionali. Nel 1951 gli addetti all’agricoltura sono oltre otto milioni (42,2%) e nel 1961 precipitano a 3.243.000 (17,2%), quelli all’industria passano dal 32,1 % al 44,4 %, quelli al settore terziario dal 25,7 % al 38,4 %. Sono molto toccate le regioni meridionali, ma anche aree specifiche del Centro-Nord, prima fra tutte il delta del Po, colpito dalla tremenda alluvione del Polesine, dalla mancata riforma, dalla trasformazione delle tecniche di coltivazione.

La gestazione del miracolo passa per tappe significative: l’inizio delle trasmissioni televisive (1954), il piano per la costruzione di autostrade, significativamente varato nel 1955, contemporaneamente alla nascita della “600” Fiat, l’adesione dell’Italia al Mercato comune europeo (1957), la crescita della siderurgia (è del 1958 il quarto centro siderurgico, a Taranto).

Televisori, frigoriferi e altri elettrodomestici entrano sempre più nelle case. L’Italia ne diventerà produttrice in aree (Varese, Pordenone) poco o per nulla precedentemente toccate dallo sviluppo industriale e immediatamente attrattive per la migrazione dal Sud. La distribuzione geografica delle industrie si allarga oltre il tradizionale triangolo, producendo i ritmi di crescita più alti del secolo (più ancora di quelli che risalgono all’inizio dell’ “età giolittiana”). Alla base di questo l’aumento progressivo dei consumi interni, la stabilità nei cambi e l’adesione al Mercato comune europeo nel 1957, che colloca definitivamente l’Italia tra i maggiori paesi del mondo (il “miracolo” e il “boom” sono definitivamente confermati dall’assegnazione dell’Oscar delle monete alla lira).

Lo sviluppo avviene non senza squilibri. A quelli già ricordati tra Nord e Sud e tra consumi privati e pubblici si sommano quelli ambientali. La totale assenza di una cultura urbanistica (fa eccezione, nel mondo industriale, la figura di Adriano Olivetti) produce danni che solo alcuni studiosi (Antonio Cederna) e alcune riviste (“L’Espresso”) denunciano. La crescita irrazionale e disordinata delle città, il massacro delle coste, depredate dal turismo di massa, l’assenza di intervento sui rischi idrogeologici, i due volti speculari della speculazione edilizia e delle borgate invivibili sono evidenziati dalle tante tragedie: Polesine, Vajont, Agrigento, Firenze.

Lo scritto di Cederna I vandali in casa e l’inchiesta dell’ “Espresso” intitolata Capitale corrotta, nazione infetta coniano espressioni che diventano emblematiche di una situazione di malgoverno, di corruzione, di crescita priva di qualunque regola e di qualunque programmazione.


L’inchiesta giudiziaria per i 58 morti di Barletta, morti nella rovina di una casa, si svolge in una casa pericolante, tale è il palazzo Fragianni, sede della pretura ... E marcio, pericolante, decrepito è il municipio, al punto che si è dovuto traslocare gli uffici in appartamenti d’affitto. Questa è la città di Barletta, non la peggiore del nostro Mezzogiorno. Gli ipocriti ... tengano presente questa verità: se a Barletta i precetti in materia di abitazione fossero rigorosamente rispettati, metà della popolazione dovrebbe dormire sulla spiaggia o sulle rive del lungomare30.

Una bella inchiesta giornalistica di Giorgio Bocca, significativamente intitolata Miracolo all’italiana, mette in luce le contraddizioni presenti all’apice dello sviluppo, i ceti, le trasformazioni nel costume, l’emergere del mondo giovanile con le sue tensioni, l’incultura del mondo dei “miracolati”, nuovi ricchi privi di retroterra, di morale, di qualunque prospettiva non a breve termine.

L’arricchito, il piccolo industriale che ha improvvisamente sfondato, lo speculatore sono al centro di tante opere letterarie e tanti film della grande commedia italiana che caratterizza il passaggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Dal Maestro di Vigevano di Mastronardi alle pagine di Luciano Bianciardi, dall’analisi delle trasformazioni in Paolo Volponi all’iconoc1astia del Gruppo ‘63, la letteratura riflette i cambiamenti in chiave amara quanto il cinema (i vergognosi luoghi comuni del protagonista del Sorpasso, la trasformazione antropologica del partigiano comunista che diviene speculatore in C’eravamo tanto amati, le difficoltà dell’intellettuale che tenta di mantenere i propri principi in una società omologante e massificata in Una vita difficile o nel grande cinema di Michelangelo Antonioni). Attori come Alberto Sordi e Vittorio Gassman quasi si identificano con la descrizione dei vizi collettivi. Lo scandalo per l'immagine dell’alta borghesia romana offerta dalla Dolce vita di Federico Fellini non deriva solamente da alcune scene giudicate immorali”, ma soprattutto dal senso di vuoto, di assenza di valori e di prospettive che da questo mondo emerge.


Un giudizio molto sintetico sullo “stato dell'Italia” veniva espresso da Indro Montanelli: la “rivoluzione industriale” del dopoguerra aveva sconvolto la società italiana uscita dalla sconfitta con un organismo e apparecchio statuale squilibrato; a parte l’enfasi di questo approccio, venivano suggestivamente rilevati alcuni tratti del grande trauma: “il passaggio dell’iniziativa industriale dai ceti urbani a quelli rurali, la drammatica contrapposizione tra il vecchio e il nuovo capitalismo, la formazione delle nuove categorie imprenditoriali e la loro anarchica competitività”31.

Sono i giovani il segno di quanto il paese stia cambiando:


I maschi portano tutti pantaloni di tela blu e camiciotti a scacchi, scarpe da tennis e giubbotti da pallacanestro con la scritta dietro ... ; hanno quasi tutti la motocicletta e da un anno circa hanno cominciato a organizzarsi in bande ... I milanesi li videro tutti insieme quest’inverno, quando ci fu il primo campionato di rock and roll al palazzo del ghiaccio ... Volevano entrare a tutti i costi senza pagare e premettero per forza contro le porte. Per disperderli furono messi in azione due battaglioni della Celere due compagnie di carabinieri li annaffiarono con getti d'acqua, ma poi convenne lasciarli filtrare per evitare il peggio32.

Il diverso modo di vestire e la musica segnano uno spartiacque rispetto alla generazione precedente. Un Celentano appena ventenne parla dei jeans e del rock come elementi che segnano la gioventù e si presenta come ribelle «nel vestire nel pensare e nell’amar la bimba mia» e perché non ama un «mondo che non vuol la fantasia». Un articolo di Gigi Ghirotti sull’ “Europeo” è significativamente intitolato La droga a 33 giri, mentre Giorgio Bocca notando il calo di presenza giovanile nelle attività di partito e analizzando i circoli ricreativi di questi, sostiene che «un flipper val più di un comizio »33.

Fenomeni che parevano propri degli USA, nei quali gli anni Cinquanta vedono forti preoccupazioni degli adulti e del potere verso comportamenti atipici, giudicati asociali, ma anche l’esplodere di un mercato (cinema, dischi, abbigliamento ... ) rivolto esclusivamente ai giovani, o della Francia (i blousons noirs) o comunque di paesi più ricchi e sviluppati, si manifestano ora in Italia.

Nel giugno 1958 “Il Giorno” scrive sulle bande giovanili del Bronx, ma anche sul primo apparire nel nostro paese di gruppi di teddy boys. Lo stesso quotidiano milanese, allora il più innovativo nel panorama editoriale, in un’inchiesta (luglio-agosto 1958) sul fenomeno delle vacanze che sta iniziando ad assumere una dimensione di massa, parla di comportamenti giovanili innovativi che cancellano secoli di tradizione:


I ragazzi invitano le ragazze senza troppi complimenti, magari con un fischio da un tavolo all’altro. Essi vestono giubbotti e camiciole, mentre le ragazze sono votate ai jeans ... Anche le differenze sociali sono annullate: i giovani vestono tutti alla medesima maniera ... hanno tutti gli stessi gusti34.


Fra due decenni


Il passaggio da paese contadino a realtà industriale avviene, quindi, con gravi contraddizioni, senza risolvere squilibri secolari (primo fra tutti quello rappresentato dalla questione meridionale). Il 43 % di occupati rilevato dal censimento del 1951 diviene il 29,6% dieci anni dopo (21,3% in Francia, 13,5% in Germania), ma ancor più netto è il calo della percentuale costituita dall’agricoltura nel prodotto interno lordo, che scende dal 32% del 1951 al 12,5% del 1961 (5,2% in Germania).

Le trasformazioni sociali e culturali, lo spostamento di popolazione che significa anche modificazione radicale di modi di vita, di riferimenti ideali, di prospettive, il divenire l’Italia una dei maggiori paesi industriali non trovano immediata risposta nel quadro politico. La formula centrista dal 1953 (fallimento della “legge truffa”) è instabile e l’ipotesi di apertura al PSI incontra ostacoli e freni a livello nazionale, internazionale (gli USA) e nella Chiesa.

Nella primavera del 1960, il governo del democristiano Fernando Tambroni passa alla Camera con una maggioranza strettissima. Determinante il voto dei parlamentari del MSI. Nonostante le dimissioni di alcuni ministri DC, il governo resta in carica e governa alternando atteggiamenti populistici a spinte repressive e antiparlamentari, tentando di caratterizzarsi come governo forte.

L’opposizione a Tambroni si manifesta pienamente nel giugno dello stesso anno, quando il MSI sceglie Genova, città medaglia d’oro per motivi resistenziali, come sede del proprio congresso. Il 30 una enorme manifestazione attraversa la città e si chiude con scontri in tutto il centro. È una enorme presenza di popolo che lega la generazione partigiana ai «giovani dalle magliette a strisce», da tempo accusati per la scarsa partecipazione alla politica.


A Genova, nei trent’anni che sono seguiti a quel 30 giugno del 1960 non c’è più stato un moto di popolo con le caratteristiche che si videro allora. .. una rivolta della città vecchia, del proletariato, specie portuale, dei sottoproletari dai mille mestieri35.


Gli scontri di Genova si moltiplicano nel paese intero. I morti nelle giornate di luglio (Reggio Emilia, Sicilia) sono paragonati ai vecchi partigiani, per la radicalità e l’'intensità della loro protesta, e servono ad impedire la svolta reazionaria.


Il partito democristiano appariva ad una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (siamo ad appena quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico sociale repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista (ciò che peraltro l’esperienza greca dimostrò, di lì a poco, non essere fuori dal novero delle possibilità reali)36.

È il fallimento del rapporto con la destra ad aprire definitivamente, anche se cautamente, la strada verso l’alleanza di centro-sinistra, quindi verso un esperimento riformista che tenterà, senza riuscirci, di innestare un processo di cambiamento e trasformazione (energia, scuola, riforma urbanistica, programmazione economica ... ) in grado di affrontare i grossi nodi, sempre rinviati, della realtà nazionale.

Il “miracolo” non reggerà alle difficoltà “congiunturali” dei primi anni Sessanta, l’anomalia italiana si manterrà non solamente nel permanere di tante contraddizioni, ma anche nell’affermarsi di una “stagione di movimenti” propria di un paese che non ha vissuto riforme e ricambio politico.

Le giornate del giugno-luglio 1960, nel loro intreccio di battaglia per la democrazia, di antifascismo, di spinta giovanile che emerge in forme non tradizionali e con contenuti nuovi e radicali, sono emblematiche del passaggio fra i due decenni.


Testo già pubblicato in Notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia, n. 155, febbraio 1998

Dell’autore, sullo stessa tema, vedi anche:


Il pre '68

l) Il 1956. Il crollo del mito deII' URSS e del frontismo


a) Il 20° congresso.

Il ‘56 è uno degli anni nodali della sinistra, non solo italiana, del dopoguerra. Alcuni dei cardini su cui questa si è costruita (il legame, spesso subordinato, con l’URSS, il culto per Stalin, il frontismo) vengono messi in discussione e sembrano crollare nel giro di pochi mesi. Ovvie le ripercussioni anche sui partiti, sui sindacati, sui militanti in Italia.

Il ventesimo congresso del Partito comunista sovietico (Mosca, febbraio) è aperto dalla relazione di Nikita Krusciov. Il nuovo leader, consolidato il proprio potere, introduce alcune innovazioni nella teoria e conseguentemente nella prassi dei partiti comunisti. Il primo nodo è il superamento della teoria che sostiene l’inevitabilità della guerra. Questa è stata elaborata in anni in cui l’imperialismo era un sistema che abbracciava il mondo intero e le forze sociali e politiche contrarie alla guerra erano deboli. Oggi, al contrario, le forze della pace (paesi socialisti, movimento operaio all’interno di quelli capitalistici, movimenti di liberazione nazionale) possono spostare il conflitto in altri campi, primo fra tutti la competizione economica e scientifica.

È quindi messa in discussione l’unicità del modello sovietico come strada valida per la costruzione del socialismo. La guerra civile non è inevitabile e il ricorso o meno alla violenza non dipende dal proletariato, ma dalle scelte della “classe degli sfruttatori”.

Ma il ventesimo congresso passa alla storia per la “destalinizzazione” e la critica al “culto della personalità”. Nel rapporto di Krusciov, il nome di Stalin compare una sola volta, ma le continue critiche al culto della personalità, al burocratismo, alla violazione della legalità socialista dimostrano che sono sotto accusa molti aspetti del periodo staliniano. Va ben più in là il “Rapporto segreto” letto in una seduta a porte chiuse. In questo si denunciano i crimini di Stalin, dall’ assassinio di Kirov ai processi degli anni ‘30, dalle deportazioni di massa a tutte le forme di illegalità che hanno distrutto il metodo leninista della persuasione e dell’educazione e creato un clima di paura, di insicurezza, di disperazione.

Il rapporto segreto è pubblicato il 5 giugno dal New York Times e ripreso dai giornali di tutto il mondo (in Italia dall’Espresso). Il problema che maggiormente si pone è comprendere le cause della degenerazione denunciata.

Nella sinistra italiana è molto attivo il PSI. Avanti! e Mondo operaio criticano la dirigenza staliniana e rilanciano ipotesi che il partito ha iniziato ad avanzare al congresso di Torino (‘55):

La via parlamentare ... non implica soltanto il riconoscimento delle leggi dei numeri: maggioranza, minoranza o del diritto di conquistare la maggioranza, ma il rispetto della legalità democratica quale è sancita dalla Costituzione”37.

I titoli di legittimità della rivoluzione non sono in discussione, ma lo sono gli istituti, dal partito ai Soviet, che essa ha creato, in quanto svuotati del loro contenuto democratico e dei loro poteri. Ad un grande processo delle forze economiche e sociali non è corrisposto un eguale progresso della libertà politica.

Tra i partiti comunisti, quello italiano è tra i più attrezzati ad affrontare ideologicamemte e teoricamente la nuova situazione. Nell’intervento all 20° congresso, Togliatti ha ripreso il concetto di via italiana che non menzionava dal 1947. La fine della cappa staliniana sembra riproporre la via nazionale e gradualista propria del Togliatti della svolta di Salerno, ipotesi scomparsa negli anni della guerra fredda e della contrapposizione tra i blocchi.

Il segretario comunista si muove, comunque, con grande prudenza. Pesano i fermenti, spesso contraddittori, della base e degli intellettuali, la scarsa stima per Krusciov, la possibilità che la sua leadership non sia consolidata.

Al comitato centrale del 13 marzo, Togliatti riconosce gli errori di Stalin, ma il giudizio complessivo sul suo operato continua ad essere positivo38. Nessun accenno al problema, nonostante le sollecitazioni di Amendola e Pajetta, nel consiglio nazionale del 3 e 4 aprile.

A distanza di anni, tenta di analizzare i motivi di questa reticenza, Pietro Ingrao:

A me sembra che dietro alla cautela con cui Togliatti si mosse in questi primi tre mesi ci fosse una ragione più profonda: probabilmente egli valutò subito le implicazioni grandi della rottura operata al 20°, vide le manovre che su di essa veniva innestando l’avversario di classe ed essendo insoddisfatto delle forme e dei metodi con cui la svolta era stata gestita dal gruppo dirigente sovietico, sperò e cercò che da parte del movimento comunista internazionale si giungesse a guidare il processo di rinnovamento in modo più positivo, misurato nella forma e nelle parole, ma avanzato nella sostanza”39.

Si manifestano le prime forme di insoddisfazione e di larvato dissenso. Le prime critiche vengono dal circolo universitario di Roma; Il contemporaneo pubblica un inedito dibattito sulla cultura marxista, in cui, come mai, l’autocritica è aperta e sembra spezzarsi l’identificazione meccanica tra marxismo e cultura del PCI, nella sua versione togliattiana.

Ludovico Geymonat attacca frontalmente gli schemi idealistici che hanno cancellato tutto il filone scientifico del pensiero italiano. Il marxismo deve confrontarsi con lo sviluppo delle scienze moderne. Un appello alla ridiscussione dei classici del marxismo viene dai filosofi “dellavolpiani”. Franco Fortini, non solo paradossalmente, chiede cinque anni di lavoro di un gruppo di studiosi marxisti per rielaborare strumenti moderni ed aggiornati di lotta.

La politica del partito è difesa da Mario Alicata e Carlo Salinari per i quali va rivendicato l'asse De Sanctis - Spaventa - Labriola - Gramsci, difendendolo anche dalle deformazioni sociologistiche e neopositivistiche. Attaccare la politica culturale del partito significa mettere in discussione la via italiana al socialismo che pur si accetta sul piano politico.

In questo quadro, Togliatti rilascia la famosa intervista alla rivista Nuovi argomenti. Alle nove domande del questionario, il segretario comunista risponde con grande accortezza e cautela, lanciando messaggi esterni ed interni.

I limiti della società sovietica non possono essere ridotti alla formula del culto della personalità. I problemi reali sono la burocratizzazione, l’eccessivo peso degli apparati nella vita economica e politica, i gravi ritardi a livello sovrastrutturale davanti alla costruzione del socialismo avvenuta solo a livello economico (strutturale). I rapporti fra partiti comunisti debbono essere impostati rifiutando un unico centro mondiale e considerando tradizioni, forme di organizzazione, condizioni oggettive e soggettive di ogni singolo paese.

Se è forte l’accentuazione dell’autonomia dall’URSS, il motivo principale dell’intervista nasce da motivazioni interne al PCI, nella necessità di indicare una strategia complessiva (via italiana e policentrismo), recuperando la ricerca di una via autonoma che risale al 7° congresso del Comintern e che aveva caratterizzato la politica nazionale del PCI negli anni ‘44/’4 7.

Scrive, a posteriori, Aldo Natoli:

“Nell' intervista si dà per scontato proprio ciò che doveva essere dimostrato, cioè la struttura politica democratica dei Soviet. A condanna circoscritta del regime politico staliniano non corrisponde l’analisi della struttura materiale, economico-sociale sul quale esso poggiava ... Togliatti si spinse sino all' estremo limite che gli era politicamente consentito, sia dalle reazioni sovietiche, sia dall' offensiva che il partito doveva condurre in Italia”40.


b) Polonia e Ungheria.

I fatti internazionali accentuano le difficoltà. Il 28 giugno, a Poznan, in Polonia, gli operai di tutte le fabbriche protestano contro le condizioni di lavoro e l’aumento dei prezzi. Lo sciopero si trasforma in scontri che provocano 38 morti e 270 feriti. Per L’Unità gli incidenti sono causati da provocatori e dalle classi colpite dalla rivoluzione. Per Togliatti è indubbia la “presenza del nemico”41. Diverso il giudizio di Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGlL.

Ancor più drammatica, a fine ottobre, la situazione in Ungheria. Il 23 una grande manifestazione di solidarietà con il popolo polacco si trasforma in uno scontro che si allarga al paese intero. Governo e partito sono affidati a Imre Nagy e Janos Kadar che si impegnano ad attuare riforme politiche ed economiche, ristabilendo rapporti di parità con l’URSS. Nessuno ha più, però, il controllo della situazione. L’insurrezione si estende all’intero paese. Nagy apre il governo ai partiti ricostituiti e dichiara che l’Ungheria lascerà il Patto di Varsavia. Kadar chiede l’intervento delle truppe del patto che entrano a Budapest il 4 novembre.

Enormi le difficoltà per il PCI. Alla protesta del mondo studentesco e culturale si somma la prima eclatante dichiarazione della CGIL per cui quanto avvenuto in Ungheria segna la definitiva condanna di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica che causano il distacco fra i dirigenti e le masse popolari.

Ancor più netto il “documento dei 101”, firmato da letterati, filosofi, storici, scienziati, giuristi, universitari romani. Non firmatario, ma ispiratore dell’iniziativa, Antonio Giolitti.

Il documento attacca frontalmente lo stalinismo, fondato:

a) su elementi di dura coercizione delle masse; b) sull’abbandono dello spirito di libertà; c) sull’instaurazione di rapporti fra i popoli, gli stati socialisti e i partiti comunisti che non sono di parità e fratellanza; d) sulla concezione feticistica del partito e del potere socialista”42.

La critica allo stalinismo non è stata, invece, conseguente nel PCI, come dimostra l’approvazione all’intervento sovietico in Ungheria.

Il documento suscita immediatamente accuse di frazionismo, ma è indice di un malessere ampio. Su Rinascita di luglio è comparso, con un insolito titolo redazionale, un intervento di Fabrizio Onofri:

La radice di tutti i difetti e di tutte le nostre difficoltà sta in ciò: che a un certo punto e precisamente sul finire del 1947 la nostra parola d’ordine fondamentale, la lotta per aprirsi a una via italiana (democratica) verso il socialismo, venne abbandonata”43.

Sferzante la replica di Togliatti che fissa i termini del dissenso accettabile. Nelle posizioni di Onofri affiora il calunnioso stile del nemico, non vi è traccia di analisi:

Raccogliere l'immondezza dalle mani del nemico è sempre operazione poco pulita”44.

A novembre, nella riunione del gruppo parlamentare, Bruno Corbi critica il persistente stalinismo che insterilisce il partito e accusa di doppiezza la sua prassi. Per Fausto Gullo la via nazionale deve valere anche per i paesi dell’est. È escluso dal dibattito per l’ottavo congresso che si sta aprendo, Eugenio Reale, uno dei maggiori dirigenti del dopoguerra. Nel giro di pochi mesi abbraccerà posizioni nettamente anticomuniste.


c) L’8° congresso del PCI. Il dissenso.

A dicembre, a Roma, si svolge l'ottavo congresso del PCI, uno tra quelli che maggiormente ne definiscono la linea. Nella relazione, Togliatti propone un rinnovamento avversato da due ostacoli: il settarismo massimalistico e il revisionismo riformistico e rilancia la via nazionale (compito prioritario dei comunisti è battersi per la piena attuazione della Costituzione repubblicana che contiene molti elementi già di per sé socialisti) e il policentrismo.

Quasi totale l’adesione alle sue proposte. Le riserve, più o meno complessive, (Furio Diaz, Valerio Bertini, Fausto Gullo, Alberto Caracciolo) sembrano compendiarsi nell’intervento di Antonio Giolitti. Il parlamentare cuneese dissente dal termine “controrivoluzione” usato per la rivolta popolare in Ungheria, chiede che la via italiana sia affermata più chiaramente, uscendo da qualunque doppiezza e riserva mentale, propone oggettivamente una modificazione del regime interno al partito.

Molte le repliche, spesso durissime. Nelle conclusioni, Togliatti ribadisce il giudizio sui fatti ungheresi, ripropone la via italiana come attuazione della Costituzione, rifiutando di fare delle libertà democratiche una sorta di feticcio, (esse dipendono essenzialmente dall’intervento della classe operaia e dei suoi alleati), respinge come forme larvate di frazionismo lo scontro perpetuo di gruppi contrapposti, portatori di posizioni diverse.

Nonostante il rinnovamento, anche dei gruppi dirigenti, il dissenso si moltiplica, soprattutto fra gli intellettuali. Vengono espulsi Eugenio Reale e Fabrizio Onofri, è radiato Bruno Corbi, lasciano il partito, tra gli altri, Sapegno, Crisafulli, Purificato, Diaz, Cantimori, Muscetta, gli editori Einaudi e Feltrinelli, è sospeso per un mese Ludovico Geymonat.

Sulla rivista ufficiale del Partito comunista francese, il filosofo Roger Garaudy attacca Giolitti e Di Vittorio, criticando molte posizioni del partito italiano. Il PCI rischia di proporre come socialista una via democratico-parlamentare, sostanzialmente riformista. Replica Togliatti ribadendo con forza le proprie scelte, nel difficile equilibrio tra “revisionismo e dogmatismo”.

Il dissenso di Giolitti prende corpo con una netta polemica che lo contrappone al vicesegretario e al segretario nazionale e lo porta a lasciare il. partito nell' estate ‘57, costituendo il caso più sintomatico delle difficoltà del PCI nel rapporto con settori di intellettualità, nel caso specifico particolarmente segnate anche dal nome del dissidente e dal tentativo dello stesso PCI di presentarsi come continuatore della tradizione liberale progressiva45.


d) La stagione delle riviste.

La difficoltà che la sinistra tutta vive dopo eventi sconvolgenti si riflette sulle riviste, alcune delle quali vivono una breve stagione, mentre altre modificano la propria fisionomia. In tutte si nota un singolare intreccio di posizioni, spesso polemiche verso il PCI, in quanto riformiste, spesso invece anticipatrici di tematiche successive che diverranno patrimonio della nuova sinistra.

Città aperta è l’espressione della difficoltà di molti militanti che restano nel PCI, ma sentono l’esigenza di uno strumento autonomo di riflessione. Direttore Tommaso Chiaretti. A Italo Calvino si deve il lungo racconto La bonaccia delle Antille, satira dell’immobilismo di Togliatti. La parabola della rivista è breve (chiude nel ‘58).

Ragionamenti ed Opinione propongono una ricerca che superi l’asse filosofico-letterario e privilegi quello scientifico. Lo sviluppo economico in Italia e l’espansione industriale pongono la necessità di una nuova analisi. Da qui la richiesta di un piano economico alternativo, di una riflessione sul marxismo, della rilettura di Gramsci (il testo La città futura).

Sulla sponda opposta a quella della “razionalizzazione capitalistica”, Mondo operaio nel suo periodo più fervido, coincidente con la direzione effettiva di Raniero Panzieri. Muovendosi con difficoltà fra il suo partito, il PSI, orientato verso il centro sinistra e il PCI, diffidente verso una eccessiva “rottura della continuità”, Panzieri propone una revisione complessiva della tradizione e della pratica della sinistra, partendo dal trauma operato dalla crisi dello stalinismo. La democrazia operaia e l'ipotesi consiliare sono alla base delle “Sette tesi per il controllo operaio”, scritte con Lucio Libertini46. Panzieri lascia la direzione della rivista nel ‘59; sempre più netta la divaricazione fra le scelte del PSI e le sue posizioni che lo porteranno al trasferimento a Torino e ad un lavoro esterno al partito (inchiesta, centralità della fabbrica, rilettura di Marx ... ).

Ancora diverse le riviste di chi ha lasciato il PCI. Sul terreno dell'anticomunismo più acido è Corrispondenza socialista il settimanale fondato da Eugenio Reale. Attorno a Giolitti nasce Passato e presente. Già dal primo dei diciotto numeri che usciranno fra il ‘58 e il ‘60, la rivista evidenzia le diverse opzioni che divideranno l’intera sinistra negli anni successivi. Giolitti prosegue il discorso aperto con Riforme e rivoluzione, coniugando la proposta di riforme di struttura con il rifiuto del riformismo, la via nazionale con l’utilizzo delle novità tecnico-scientifiche del capitalismo. Replica Lucio Colletti accusandolo di avere stravolto la teoria del valore e di avviare la rivista verso la china della socialdemocrazia. Rovescia le posizioni di Giolitti, pur partendo dagli stessi presupposti (novità del capitalismo, necessità di adeguare ad esso la strategia del movimento operaio), Vittorio Foa. Al primo posto non può essere la programmazione, in mano al potere centrale, ma la conflittualità di fabbrica. È il sindacato il primo agente di una reale programmazione democratica.

Del tutto differente l'esperienza di Azione comunista. Nel ‘54, Giulio Seniga, per anni responsabile dell’apparato clandestino del partito, vicino a Pietro Secchia, lascia l’incarico (portandosi la cassa?) e tenta di dar voce allo scontento di settori operai e partigiani. Azione comunista lavora inizialmente con logica entrista, poi nel ‘56, tenta di dar vita al “Movimento per la sinistra comunista”, formato da trotskisti, parte di bordighisti e anarchici classisti.

Questa fase segna, comunque, la crisi frontale del rapporto tra partito/i e intellettualità. Tutte le generazioni sono attraversate da una netta crisi di fiducia nei tradizionali canali di rapporto con l’organizzazione. Sulle pagine di Cinema nuovo molti critici si dichiarano “sciolti dal giuramento”. La figura dell’intellettuale organico, "tra Croce e Gramsci" pare tramontata definitivamente.


2) II 1960 e il centro-sinistra


a) Le magliette a strisce. È solo antifascismo?

Dal 1953 la formula centrista ha perduto la sua stabilità. La ricerca di nuovi equilibri vede lunghi e progressivi spostamenti nella DC, nella socialdemocrazia, nel PSI, paralleli alle trasformazioni strutturali del paese con crescita industriale, miglioramento complessivo del livello di vita, accesso di parte consistente della popolazione a consumi di massa, ma con una inedita migrazione interna di milioni di uomini e donne (da Sud a Nord) e l’accentuarsi delle contraddizioni fra aree geografiche.

Le elezioni politiche del ‘58 non producono lo sfondamento democristiano su cui ha scommesso il segretario Fanfani (dal 40% al 42,2%) né il crollo del PCI (stabile al 22,7%). In calo la destra. Successo socialista (dal 12,7% al 142%). Ma l’ipotesi di incontro DC-PSI stenta a decollare.

Anche i fatti internazionali sembrano frenare questo processo. In Francia la crisi algerina manda al potere il generale De Gaulle che chiede pieni poteri e la riforma della Costituzione. Rispondendo alla vittoria in Iraq del movimento nazionalista, USA e Gran Bretagna intervengono in Libano e Giordania. Per la spedizione sono usati i porti italiani.

Segno delle contraddizioni nella DC è l’elezione, in Sicilia, del democristiano Silvio Milazzo presidente della regione con i voti del PCI. La DC nazionale lo espelle, quella regionale si spacca. Si forma un governo monocolore “milazziano”, sostenuto da PCI e PSI.

Contraddizioni anche nella Chiesa cattolica. Nel ‘56/’57, L'osservatore romano si esprime duramente contro ogni ipotesi di accordo fra cattolici e socialisti, ma a fine ‘58 si apre il breve pontificato di Giovanni XXIII che porterà inusuali aperture ed innovazioni.

Nella primavera ‘60 il ministero Tambroni passa alle Camere solo con il voto determinante del MSI. Tambroni alterna atteggiamenti populistici ed autoritari e inizia a scontrarsi contro il movimento operaio e sindacale che sta modificandosi e aprendo una nuova stagione. La sconfitta alla FIAT nel ‘55 ha spinto alla riflessione, al tentativo di analizzare quanto di nuovo è maturato nella fabbrica, nel processo produttivo. All’operaio professionalizzato, legato ad una mansione complessa, si va sempre più sostituendo l’ “operaio massa”, su cui pesa una alienazione ancora maggiore, non mediata da alcun falso privilegio sociale e da alcuna conoscenza professionale.

Negli anni fra il ‘56 e il ‘60, la CGIL supera la gestione basata su grandi scioperi politici o su lotte generali che è tutta esterna alla fabbrica e non tocca i rapporti di produzione e punti qualificanti il rapporto di lavoro (tempi, cottimo, salari, qualifiche, categorie). L’autocritica non arriva ad investire le radici teoriche e politiche dell’ideologia produttivistica (basate sulla concezione staliniana e sulla politica di unità nazionale), ma apre ad un nuovo approccio verso la realtà di fabbrica e il rapporto di lavoro. Implicite in questa svolta spinte contraddittorie, di “sinistra” (attenzione alla condizione operaia e alla fabbrica) e di “destra” (l’autonomia del sindacato può essere letta come autonomia dalla politica).

Contro il governo Tambroni si sommano, quindi contraddizioni e tensioni di diversa natura. Alla spinta operaia si lega l’opposizione per la convocazione, a Genova, del congresso missino. Il 30 giugno ‘60, a Genova, la manifestazione antifascista si trasforma in uno scontro frontale con la polizia47. Nei giorni successivi, scontri a Roma, a Reggio Emilia, in Sicilia. Tambroni usa toni golpisti, ma il 19 si deve dimettere. Si forma un monocolore democristiano, con bilanciamento di tutte le correnti, presieduto da Fanfani e retto dall’astensione socialista. La protesta di piazza ha accelerato il cambiamento di formula governativa. Molti i paralleli con la crisi di fine secolo (ministero Pelloux):

“Alla radice di quei rivolgimenti c’è stato, in tutti i due casi, un processo di industrializzazione improvviso e rapido, preceduto da un’incubazione di pochi anni e infine scoppiato con sorprendente vigore”48.

Lo scontro ha portato sulla scena, quasi inaspettatamente, una nuova generazione, un quadro politico diverso da quello formato negli anni della Resistenza e del frontismo. È una spinta solo antifascista quella dei giovani con le magliette a strisce” o prevale una ribellione contro il rapporto subordinato di lavoro? Il numero di agosto di Rinascita offre risposte differenziate. Se l’editoriale di Togliatti e gli interventi di Amendola e Parri danno un’interpretazione “antifascista”, diversa è l’analisi di Foa per cui i lavoratori hanno compreso il legame tra l’appoggio fascista al governo e le loro lotte per lavoro, salario, terra:

“Gli obiettivi più avanzati sono quelli che investono più a fondo la struttura del rapporto di lavoro ... sono i problemi di un controllo operaio e sindacale come condizione imprescindibile di uno sviluppo democratico generale ... Non si tratta per il sindacato di conquistare i giovani, ma di liberarli dai vincoli che ne ostacolano l’azione”49.


b) Lo scontro nel PSI. I riformismi.

L'apertura del PSI al mondo cattolico e alla DC data dal congresso di Torino (‘55). Qui il segretario Nenni e il vicesegretario Morandi insistono per un dialogo con la DC, nella convinzione di poterne modificare gli equilibri interni. Isolati gli oppositori (Basso e Lussu). I fatti del ‘56 sembrano dare forza a questa proposta. Nenni inizia a ritenere non possibile la collaborazione con il PCI, legato ad un sistema politico soffocatore della libertà, e ad ipotizzare un diverso rapporto con i socialdemocratici. In questo quadro, nell’agosto ‘56, Nenni e Saragat si incontrano a Pralognan, in Valle d’Aosta. Sembra il primo passo per la riunificazione fra i due partiti. Nasce nel PSI la sinistra interna che inizia a paventare la “socialdemocratizzazione”e a proporre l’nificazione solo come conseguenza dell’unità dal basso.

Il congresso di Venezia (‘57) vede lo scontro emergere chiaramente. Nenni propone il superamento del frontismo e l’adozione della politica “autonomista”; Lombardi propone l’unità della sinistra in contrapposizione al PCI, nella prospettiva della conquista e trasformazione dello stato dall’interno. La sinistra replica riproponendo l’unità dal basso, la lotta di massa per cui non è possibile rompere con i comunisti. Altro terreno di scontro la politica estera: la sinistra rifiuta il neutralismo e ripropone la lotta all’imperialismo come terreno principale di scontro.

Il congresso si chiude in modo contraddittorio: approvazione di una risoluzione nenniana, ma elezione di organismi dirigenti in cui prevale il quadro morandiano, avverso alla politica autonomista. Le ambiguità scompaiono al successivo congresso di Napoli (‘59), dove prevale la parola d’ordine della alternativa democratica, come alternativa alla DC, ma, contemporaneamente, come fine del rapporto privilegiato con il PCI, nella convinzione, propria di Lombardi, della possibilità per il PSI di modificare la fisionomia delle altre forze politiche e di riformare la società e lo stato. Nasce qui, ufficialmente la corrente di sinistra (Vecchietti, Valori, Foa, Libertini). Su una posizione differenziata Lelio Basso, uscito da un periodo di profondo isolamento politico (dal ‘58 dirige Problemi del socialismo). Organo dell’opposizione interna è il settimanale Mondo nuovo.

La caduta di Tambroni porta alle prime giunte comunali con presenza socialista. Il successivo congresso (Milano ‘61) definisce i rapporti tra le correnti: 55% agli autonomisti, 35% alla sinistra, 7% ai bassiani. Nel ‘62 nasce il governo Fanfani, con appoggio esterno socialista e con accordo su alcuni punti programmatici: nazionalizzazione dell’energia elettrica, regioni, riforme del sistema fiscale e della scuola, superamento della mezzadria, enti di sviluppo in agricoltura, diritti dei lavoratori.

Convergono verso l’ipotesi di centro-sinistra i riformismi cattolico, socialista e, in diversa misura, comunista. Quello cattolico ha come base l’organicismo comunitario e il personalismo, pensatori come Mounier e Maritain, strumenti come le riviste Cronache sociali di Dossetti, e in seguito Politica di Pistelli, la corrente di “Base”. La DC deve seguire la dottrina sociale della Chiesa, preparando una nuova classe dirigente. La contrapposizione alla sinistra e al PCI nasce anche dalla convinzione che sul terreno sociale i cattolici possono risolvere meglio i problemi del paese e dei ceti più deboli, senza alcun prezzo per la libertà. Il comunitarismo, la visione, cioè, della città come comunità organica, spinge ad accordi con il PSI a partire dall’ente locale, come preludio di una collaborazione a livello governativo.

Il maggior interprete di queste posizioni che trovano coincidenza in alcune encicliche giovannee, è Pasquale Saraceno per cui è possibile rilanciare una politica di piena occupazione e superare l’economia dualistica e non unificata (Nord e Sud). Le scelte economiche del dopoguerra non sono andate in questa direzione e hanno impedito una autentica unificazione economica che solo lo stato può attuare, sviluppando una politica di piano in una economia mista. È oggi possibile un superamento degli squilibri, anche all’interno dell’economia di mercato, attribuendo allo stato e al potere politico un ruolo di coordinamento e di indirizzo.

Diverso per matrice, ma coincidente nello sbocco politico, il riformismo socialista. Antonio Giolitti sviluppa linearmente le tesi di Riforme e rivoluzione e del suo impegno teorico successivo all’uscita dal PCI, proponendo le riforme di struttura come scelta strategica e la rivalutazione del concetto gramsciano di egemonia, ben più adatto di quello di dittatura del proletariato” ad una società articolata come quella occidentale. Le riforme di struttura corrispondono ad esigenze tecnico-economiche, ma realizzano una crescita della democrazia e uno spostamento dei rapporti di forza. Per Lombardi, occorre contrapporre la pianificazione collettiva al neocapitalismo, i pubblici poteri ai monopoli, l’utile collettivo al massimo profitto. La presenza socialista al governo può produrre uno spostamento dei rapporti tra mano pubblica e mano privata.

Lo stato democratico può piegare il sistema alle esigenze della democrazia e dell’interesse pubblico (da qui la critica alla tradizionale teoria marxista). Il tipo di espansione in Italia è stato squilibrato, nella produzione e nella distribuzione delle ricchezze e condiziona negativamente l’attuale processo di espansione. Tutte le riforme proposte vanno nella direzione di una maggiore presenza dello stato nell’economia e nella società tutta, possibile con la presenza socialista al governo. È la più lucida teorizzazione del centro sinistra, ma ne segnerà solo una breve fase, come dimostrerà la stessa emarginazione di Lombardi, a partire dall’estate ‘64.

Queste analisi sono esposte al convegno dell’Eliseo (ottobre ‘61). Nella relazione, Eugenio Scalfari denuncia lo sviluppo squilibrato nella produzione e nella distribuzione della ricchezza e il fatto che il potere reale sia sempre più dislocato fuori dallo stato e dagli istituti democratici. Nel dibattito, Lombardi sostiene la partecipazione sostanziale dei lavoratori all’elaborazione del piano. Elemento basilare il salario. Secondo Giolitti, l’egualitarismo è oggi lotta agli squilibri. Miseria pubblica e prosperità privata sono contrapposte. Solo la programmazione e la pianificazione possono incidere, democraticamente sulle grandi scelte dell’economia. Vent’anni di scontro politico non hanno portato al socialismo, ma al neocapitalismo senza risolvere la contraddizioni; lo scontro politico si sposta dalla fabbrica alla società allo stato di cui occorre, quindi, gestire le leve. Ogni altro livello di scontro politico è vecchio e superato50.

Non molto differente, nonostante il diverso sbocco politico, anzi forse più pragmatico, il riformismo comunista. Al nono congresso del PCI (gennaio ‘60), Togliatti individua nei monopoli la maggiore antitesi alla democrazia. La lotta democratica è, quindi, battaglia antimonopolistica per il controllo democratico sui monopoli, la difesa della piccola e media proprietà, lo sviluppo dell’impresa pubblica e delle autonomie locali, l’istituzione degli enti regionali, la valorizzazione del parlamento. Queste proposte non sono contrastanti con la prospettiva socialista, ma superano tutta la tradizione massimalistica. Viene coniata la formula di “nuova maggioranza”.

È chiaro che il partito esca dalla crisi del ‘56 riproponendo con più forza e minori ambiguità una prospettiva gradualista, in continuità con l’unità nazionale del periodo resistenziale. Il rilancio di un nuovo internazionalismo, dell’egualitarismo, la rilettura della storia del movimento operaio e del marxismo con la riscoperta di figure quali Trotskij o Rosa Luxemburg sono immediatamente bloccati e restano propri di minoranze. Qualche preoccupazione per l’emergere di queste posizioni nella Federazione giovanile su cui per alcuni anni si avrà una certa presenza trotskista51.


c) Nascita e tramonto del centro-sinistra

Le elezioni del ‘63 segnano una contrazione dei due maggiori partiti del centro-sinistra. La DC perde a destra a favore dei liberali, pagando le riforme attuate dal governo Fanfani (soprattutto la nazionalizzazione dell’energia elettrica). Il PSI flette leggermente a sinistra, pagando la collaborazione con il tradizionale avversario.

Fallisce il tentativo di dar vita, immediatamente, al primo centro-sinistra organico. Il PSI (determinante Lombardi) rifiuta il programma presentato da Moro e segnato dalla richiesta della Banca d’Italia di contenere gli aumenti salariali, ridurre la spesa pubblica, restringere il credito. Dopo un “governo ponte”, si forma il primo governo Moro. Il PSI ottiene la vicepresidenza e quattro ministeri, fra cui quello del bilancio (Giolitti). Lo ha preceduto il 35° congresso del PSI con definitiva affermazione degli autonomisti. Per la sinistra è la scissione obiettiva tra lavoratori e partito, tra la base e i dirigenti, la confusione con la socialdemocrazia, la resa ai dorotei. La sinistra non vota il governo, lasciando l’aula. La dichiarazione di Lelio Basso è il più lucido ed organico rifiuto dell'accordo con la DC e la più sentita riaffermazione della necessità di una politica socialista contro il neocapitalismo e la socialdemocratizzazione. Certo molto più netta della cauta apertura offerta dal PCI.

I 25 parlamentari vengono sospesi dal partito. È la premessa della scissione e della nascita del PSIUP (Roma, gennaio 1964). La scissione è di un terzo circa al vertice, ma molto minore alla base. Alle elezioni amministrative dell’autunno, il peso del nuovo partito sarà inferiore al milione di voti. Fin da subito sono visibili, al suo interno, prospettive divergenti che mai riusciranno a fondersi, quella della rifondazione del PSI, occupando lo spazio da questo abbandonato e mantenendo uno stretto rapporto con il PCI e quella della costruzione di una formazione del tutto nuova, tesa a superare i limiti del socialismo storico, a misurarsi con le emergenze del neocapitalismo, a mettere in luce le stesse ambiguità del PCI.

II centro-sinistra si rivela un percorso accidentato e senza vittorie. L’espansione produttiva, continuata ininterrottamente sino al ‘62 subisce un brusco arresto; la diagnosi: eccessiva espansione dei consumi con conseguente aumento dei prezzi divide le stesse forze di governo. A febbraio il consiglio dei ministri vara provvedimenti per limitare i consumi. A maggio, Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, propone la “politica dei redditi”, con conseguente stop agli aumenti salariali e alla scala mobile. Conseguente e netta la polemica con Giolitti la cui ipotesi programmatoria è accusata di astrattismo e non decolla. II governo recupera la politica economica tradizionale, ritenuta più adatta a superare la fase recessiva. Di riforme neppure si parla. La scontentezza dell’ala lombardiana provoca a giugno la crisi di governo, nata sul dissenso per l’aumento dei finanziamenti alla scuola privata.

Sulla crisi si innesta il tentato colpo di stato del generale De Lorenzo, legato alla destra politica ed economica. Questa minaccia è tra gli elementi che spingono il PSI ad accettare la ricostituzione di un governo Moro che abbandona qualunque prospettiva innovativa. È ridimensionata la riforma urbanistica (Sullo); l’elaborazione della programmazione economica passa da Giolitti a Pieraccini; il programma è quasi interamente volto a frenare la recessione52.

Durissime le critiche deI PSIUP al nuovo cedimento di Nenni. Netto anche il giudizio del PCI. Togliatti critica la rottura del movimento operaio, operata dal PSI, ripropone una politica di riforme strutturali che affronti i mali cronici dell’Italia, contesta la politica dei redditi, significativamente, in questa sua ultima riflessione, legata al rischio di una società burocratica e corporata che limita e cancella il ruolo del movimento di massa:

Imporre una politica dei redditi vuoi dire tendere ad eliminarlo, creando una società economica fondata esclusivamente sulle leggi del profitto e dell’impoverimento dei salariati, difese da una burocrazia corporativa e governativa”53.

Poche settimane dopo, il segretario comunista muore. I suoi funerali rappresentano non solo l’omaggio ad un dirigente storico del movimento comunista, ma quasi la fine di un’epoca.

La sua ultima riflessione, pubblicata da Rinascita con il titolo Il memoriale di Ya1ta, tocca, in modo anche critico, i problemi internazionali e sarà, per anni, rivendicata dal PCI come strumento di autonomia. rispetto all’URSS. II Memoriale esprime preoccupazione per il dissidio cino-sovietico (occorre combattere le errate posizioni cinesi, ma è errato il metodo seguito), per la recrudescenza delle posizioni conservatrici e reazionarie in occidente, per i ritardi dei paesi socialisti, per i limiti di molti partiti comunisti, anche nel rapporto con il movimento dei paesi coloniali. Tornano molti temi cari all’analisi di Togliatti che lo fanno collocare da Deutscher nella destra del comunismo internazionale54, il dialogo con i cattolici, la libertà della vita intellettuale, ma soprattutto la riproposizione della via pacifica e parlamentare, motivata dalle specificità nazionali.

La morte improvvisa del dirigente che maggiormente ha determinato la storia del comunismo italiano sembra liberare tutte le tendenze, le sensibilità, le formazioni culturali. L’apparente unità del partito sembra finire. Si apre per il PCI una delle stagioni più complesse.


3) Cultura e culture


a) Un’altra via?

L’egemonia staliniana e togliattiana sul movimento operaio italiano sembra essere totale per oltre un decennio. Puramente testimoniali le ipotesi alternative. La stessa critica di Vittorini a Togliatti sembra limitata a rivendicare più un’autonomia di ceto, un primato della cultura sulla politica che a mettere in discussione linea nazionale e rapporti internazionali. Società, la rivista culturale ufficiale del PCI, media tra zdanovismo e storicismo, rigettando totalmente le scienze borghesi e offrendo una visione “ufficiale” del marxismo. Isolato, sino al silenzio, il luxemburghiano Basso.

È Panzieri a tentare altre strade. Sua è la prima contestazione al meridionalismo del PCI, basato sulla tesi di un capitalismo stagnante ed incapace di evolversi, tanto da richiedere al movimento operaio di portare a compimento la rivoluzione borghese. Per Panzieri, il vecchio equilibrio industriale-agrario è stato sostituito dall’integrazione fra stato e monopoli e quindi sono superate le tradizionali forme di lotta e di mobilitazione. Anche a Sud, centrale è il ruolo della classe operaia che sola può costruire un’alternativa di potere.

Cardine delle Sette tesi sul controllo operaio, l’antitesi al movimento operaio maggioritario. La costruzione del socialismo non deve sempre essere preceduta dalla democrazia borghese. La classe operaia non deve limitarsi a lottare per la formazione di una società borghese compiuta e questo soprattutto in Italia dove la borghesia non è mai stata classe nazionale. La fonte reale del potere è nella sfera economica. Qui debbono essere costruiti istituti operai:

La forza reale del movimento di classe si misura nella quota di potere e dalla capacità di esercitare una funzione dirigente all’interno delle strutture della produzione. La distanza che separa gli istituti della democrazia borghese dagli istituti della democrazia operaia è, qualitativamente, la medesima che separa la società borghese divisa in classi, dalla società socialista, senza classi”55.

Su queste premesse, nascono i Quaderni rossi (dal settembre ‘61). Cardine della rivista la centralità del rapporto di produzione e la critica alla neutralità dello sviluppo tecnico-scientifico. Il primo numero vede la collaborazione con settori della sinistra sindacale torinese (Foa, Garavini, Alasia, Pugno). Accanto a L’uso delle macchine nel neocapitalismo di Panzieri, Foa analizza le Lotte operaie nello sviluppo capitalistico e Alasia e Pugno intervengono sulle lotte sindacali in Piemonte e sui loro strumenti. Ma troppi sono i sospetti per una rivista in odore di eresia e la collaborazione non ha seguito. Costante l’apporto della ricerca sociologica (Mottura, Rieser), in un superamento di stalinismo e storicismo e nell’apertura a nuovi livelli di analisi e di indagine. Pur nella centralità della fabbrica capitalistica compare l’attenzione per la realtà internazionale (la Cina). Oltre alla separazione della sinistra sindacale, la rivista inizia a dividersi sulla valutazione del ciclo di lotte e sulla loro valenza politica. Per il gruppo romano (Mario Tronti che meglio teorizzerà le proprie posizioni in Operai e capitale) la radicalità delle lotte presuppone un salto politico organizzativo, l’organizzazione politico-rivoluzionaria. Anche la proposta di Panzieri di “Uso socialista dell'inchiesta” si rivela insufficiente. Da una costola dei Quaderni rossi nasce Classe operaia nella convinzione che l’occidente capitalistico e l’Italia in particolare vivano una crisi di potere e che sia sempre più urgente la ricerca di una nuova politica marxista del partito operaio. Tronti teorizza il piano del capitale per cui il capitalismo ha superato la fase anarchica ed è in grado di coordinare in un unico disegno i singoli capitali. In questa capacità del sistema di razionalizzare, controllare, tutto il sistema produttivo e tutti gli aspetti della vita, sono comprese anche la capacità di pianificare il lavoro e il ruolo dell’operaio e di integrare le forze politiche ed i sindacati all’interno di un ruolo di cogestione.

Per Panzieri si tratta di “misticismo rivoluzionario”. La sua morte improvvisa e prematura (1964) impedisce una ulteriore evoluzione della ricerca e delle posizioni operaistiche. I Quaderni rossi cessano le pubblicazioni nel ‘65. Stessa sorte per Classe operaia che chiude nel ‘67.

L’operaismo, nelle sue varie accezioni, sarà la componente principale del ‘68 italiano, in un intreccio di spontaneismo, antiautoritarismo, mitizzazione della Cina.

Di grande importanza la posizione di Danilo Montaldi, in un singolare ed unico intreccio fra

“ortodossia bordighista”, recupero di un terzinternazionalismo di sinistra ed interesse per percorsi esistenziali e politici “diversi”, da cui le Autobiografie della leggera (1961) e Militanti politici di base (1971), analisi del protagonismo operaio, delle “Coree” nate attorno alle grandi città, ma soprattutto della rivolta, quasi spontanea, di settori marginali56. Non secondari nella sua formazione e nella sua pratica della ricerca, il rapporto con Panzieri e con le analisi della rivista francese Socialisme ou barbarie.


b) La Cina è vicina?

Il contrasto fra URSS e Cina, latente da anni, esplode nei primi anni ‘60, creando una frattura insanabile nel movimento comunista. Il primo scontro ufficiale si ha nel ‘60, al congresso del Partito comunista bulgaro. Lo stesso Krusciov accusa i cinesi di nazionalismo, sciovinismo, di non accettare la condanna del culto della personalità, di non comprendere la realtà della guerra moderna. L’attacco è ribadito pochi mesi dopo, alla conferenza mondiale dei partiti comunisti, con un documento elaborato da Suslov. La replica affidata a Ten Hsiao Ping, mette in luce, invece, i punti su cui si muoveranno i comunisti cinesi: le tesi del 20° congresso per cui il socialismo può essere attuato senza violenza, negano l’insegnamento leniniano, peccano di parlamentarismo, annullano la prospettiva rivoluzionaria. Nel movimento operaio deve esistere perfetta parità fra tutti i paesi. La Cina parla un linguaggio più vicino ai paesi del terzo mondo, a quelli colonizzati, meno ai partiti del mondo occidentale, tutti piegati su una pratica parlamentare.

La polemica cresce nel ‘62-‘63 anche con attacchi indiretti (l’URSS contro l’Albania, la Cina contro la Jugoslavia e il PCI). Su due giornali cinesi compaiono due lunghi articoli: Sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi e Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi, risposta alle tesi del 10° congresso del PCI e sintesi delle tesi maoiste.

L’imperialismo è la causa delle guerre che non hanno cambiato natura a causa delle nuove armi (è ripetuta l’affermazione per cui i reazionari sono “tigri di carta”). Il revisionismo è il principale pericolo per il movimento comunista internazionale.

Per quanto riguarda l’Italia sono frontalmente messe in discussione la “via nazionale al socialismo”, la politica delle riforme di struttura e la mitizzazione della Costituzione:

Vi sono 139 articoli nella Costituzione italiana. Ma, in ultima analisi, la sua natura di classe è più chiaramente rappresentata dall’articolo 42, il quale prevede che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge. Cercare di nascondere la vera natura della costituzione italiana e parlarne in termini superalativi è solo ingannare se stessi ed altri ... Noi siamo per utilizzare la lotta parlamentare, ma siamo contro l’illusione della diffusione del cretinismo parlamentare”.57

La sinistra italiana analizza il fenomeno con ritardo e con non poche reticenze. Il PCI è vicino alle posizioni sovietiche, ma contrario a scomuniche ufficiali. Il PSIUP, in una lettera aperta pubblicata dal suo periodico, esprime quattro motivi di dissenso dalle posizioni cinesi: la valutazione sullo sviluppo capitalistico, la questione di Stalin, il problema della guerra e della pace, il rischio che il contrasto fra posizioni politiche si trasformi in contrasto fra stati:

Né in Italia, né in Francia, né in alcun altro paese dell’Europa occidentale si può parlare della miseria crescente dei lavoratori e prospettare la possibilità di un crollo del capitalismo in seguito ad una crisi catastrofica. Se noi negassimo invece la nuova realtà e ci riducessimo così a ripetere formule invecchiate, saremmo pessimi marxisti … voi esaltate Stalin e fate l’elogio del dogmatismo. Non possiamo confondere la dittatura del proletariato di cui parlavano Marx e Lenin con il potere personale di un gruppo di uomini”58.

Nascono, però, le prime formazioni “marxiste-leniniste”. A Padova, nel ‘62, Vincenzo Calò e Ugo Duse danno vita al primo periodico filocinese, Viva il leninismo. L’anno successivo nascono le Edizioni Oriente che si propongono di far conoscere documenti e testi del Partito comunista cinese. Dal ‘64, la più parte dei gruppi si lega attorno al mensile Nuova Unità. Nelle simpatie per l’esperienza cinese e, ancor maggiormente, per la rivoluzione culturale, è evidente, da subito, una duplicità di posizioni e di sensibilità. C’è chi scorge nel vento dell’est la possibilità di un rinnovamento del marxismo, il rilancio dell’egualitarismo, il tentativo di non percorrere le strade praticate dall’URSS e dai paesi dell’est. È significativo l’interesse da parte dei Quaderni rossi, dei Quaderni piacentini, di tanti intellettuali, di settori consistenti di sinistra critica.

L’ala maggioritaria che si riconosce nelle posizioni marxiste-leniniste nasce però da settori del PCI che guardano, da sempre, con sospetto le posizioni togliattiane e vedono in quelle cinesi il ritorno alla purezza rivoluzionaria, identificata in Stalin (non a caso uno degli elementi dello scontro cino-sovietico). Le pubblicazioni m-l si caratterizzano, quindi, per la fortissima polemica ideologica contro il revisionismo togliattiano, per la rivalutazione dei “gloriosi compagni” partigiani, per la mitizzazione della realtà cinese, spesso, dopo il primo periodo, per forti polemiche fra le tante formazioni in cui si divide l’arcipelago maoista italiano59.

La diversa valutazione sulla possibilità di lavoro interno-esterno al PCI porta a diverse scelte organizzative. Nell'estate del ‘66 nasce la Federazione marxista leninista d'Italia (organo Rivoluzione proletaria) che si pone come sintesi e momento di incontro fra gruppi diversi e diverse ipotesi. In forte polemica e nella convinzione che sia matura la (ri)costruzione del partito rivoluzionario, nell’ottobre dello stesso anno, a Livorno, viene fondato il Partito comunista d’Italia marxista-leninista (organo Nuova Unità). Le formazioni ondeggeranno nella valutazione della rivoluzione culturale (quale rapporto tra partito e spinta di base?), dei movimenti nei paesi occidentali, della guerriglia nell’America meridionale (della stessa esperienza guevarista) e cozzeranno, proprio alle soglie del ‘68, nella incomunicabilità fra il quadro di formazione staliniana e le nuove generazioni. La rivista che tenterà di sintetizzare queste diversità (Lavoro politico) testimonierà l’impossibilità di una mediazione. Anche da queste difficoltà e dall’incapacità di condizionare la prima fase della stagione dei movimenti nasceranno le continue scissioni che travaglieranno tutto il marxismo-leninismo italiano.


c) Avanguardie, riviste, la battaglia delle idee.

La cultura storicistica del PCI è messa in discussione da più fermenti, spesso non univoci. Sociologia, esistenzialismo, psicoanalisi .. .iniziano ad avere cittadinanza sulle riviste di sinistra. La conricerca (poi inchiesta) di Panzieri pone una alternativa di metodo (e anche di referente sociale). La scuola di Della Volpe propone una rilettura antistoricistica di Marx che va oltre il recupero del Marx giovane che aveva caratterizzato il dibattito dopo il ‘56. Nette le critiche, di contenuto e di metodo al testo di Nicola Badaloni, Marxismo come storicismo (Milano, Feltrinelli, ‘59):

Mentre la tradizione storicistica tendeva a dare risalto alle peculiarità della società italiana … lo studio sistematico di Marx che era centrale nel dellavolpismo, spingeva al contrario a porre in primo piano il concetto di formazione economico sociale capitalistica e le leggi di movimento del capitalismo in quanto tale. In questa seconda prospettiva l’Italia veniva analizzata come una nazione essenzialmente capitalistica ... Gli opposti orientamenti teorici di quel tempo potevano dunque indubbiamente condurre a conclusioni politiche divergenti”60.

Anche la discussione su Gramsci assume significato politico. È messo in discussione il monopolio della lettura togliattiana che ha sempre piegato il rivoluzionario sardo alle contingenze tattiche della politica del partito. Nel ‘59, a cura di Alberto Caracciolo (che l’anno prima aveva contestato la relazione di Togliatti al convegno di studi gramsciani) e Gianni Scalia, compare il testo La città futura (saggi di Cicerchia, Tamburrano, Tronti, Agazzi, Guiducci) che offre una interpretazione eterodossa, in più punti polemica verso i canoni del PCI:

Tra una valorizzazione di tipo apologetico e tattico (che dissimulava peraltro non lievi riserve e diffidenze) e la tendenza a scorgere nella meditazione gramsciana del 1929-1935 una prosecuzione in chiave dissidente e populista del filone storicistico idealistico indigeno, l’elaborazione di pensiero testimoniata dai Quaderni giaceva in gran parte inerte e neutralizzata, ciò che costituiva la maggiore originalità veniva misconosciuto” 61.

Al rifiuto del cattivo uso di Gramsci per convalidare politica e politica culturale, si somma la messa in discussione di “verità rivelate” sulla storia del movimento operaio e del “partito”. La Rivista storica del socialismo, fondata nel ‘58 da Luigi Cortesi e Stefano Merli, rilegge la storia del PCI, in particolare la sua fondazione, la “bolscevizzazione”, lo scontro Gramsci-Bordiga, cancellando la leggenda del partito fondato da Gramsci e Togliatti e rivalutando, anzi, fortemente, il ruolo di Bordiga, per anni vittima di calunnie e di sottovalutazioni (cfr. il quaderno di Rinascita per il 30° della fondazione). All’impostazione leninista e terzinternazionalista di Cortesi (l’accusa al gruppo dirigente gramsciano è di non aver assimilato la lezione leninista), si somma la diversa impostazione di Stefano Merli, teso a ricercare nella sinistra socialista, nei comportamenti di massa, un “filo rosso” a cui legarsi oggi, rifiutando di vedere in quello comunista l’unico filone62.

La rivista intreccia ricerca storica ad analisi politica, proponendo, anche se vanamente, il ripensamento storiografico, come leva, come pretesto, per far maturare una revisione politica strategica che viene ritenuta necessaria.

Quasi contemporaneamente, nel ‘65, Alberto Asor Rosa pubblica con Scrittori e popolo un violentissmo attacco alla politica culturale del PCI, al “nazional popolare”, alla letteratura populista dalla resistenza in poi. I prodromi di questa politica sono individuati in Gioberti ed Oriani, nell’interventismo democratico, nell’ecumenismo resistenziale, nel “nazional popolare” di Gramsci letto come proposta interclassista. La critica “da sinistra” al PCI e alla sua politica culturale coinvolge anche Gramsci, spesso identificato con la lettura e l'interpretazione di Togliatti. La letteratura resistenziale e post resistenziale è espressione di una politica interclassista, incapace di analisi di classe (popolo e classe operaia sono usati come sinonimi). L’attacco al neorealismo è frontale, colpisce uno dei cardini delle scelte, non solo culturali, della sinistra maggioritaria e va di pari passo con la messa in discussione, da parte di critici come Goffredo Fofi e di riviste come Ombre rosse e Giovane critica del cinema neorealista. I dibattiti, a metà anni ‘50, su Senso di Visconti e su Metello di Pasolini sono significativi dell’esaurirsi di un filone che ha assunto profonda valenza politica.

Lo scritto di Asor Rosa produce reazioni opposte:

Ma pure qualche cosa abbiamo realizzato; la Resistenza, ad esempio, e il neorealismo che con tutti i suoi difetti, rimane a tutt’oggi l’unica proposta di una cultura antagonista alla cultura borghese italiana. Asor Rosa, con questo libro, ci riporta indietro” 63.

“In scrittori e popolo la critica dell’idea gramsciana di nazional popolare e del rapporto intellettuale-classe si fa, immediatamente, critica agli organismi politici concreti che quell’ideologia hanno continuato e sviluppato e quindi critica politica sotto tutti gli aspetti”64.

Minore impatto, ma forse maggiore importanza, a lungo termine, ha Verifica dei poteri di Franco Fortini, impietoso bilancio degli errori non contingenti della sinistra.

L’analisi del neocapitalismo ha, come lettura prevalente, quella di un sistema capace di neutralizzare tutti i fermerai di lotta e di protesta. Crescente l’influsso dei paesi più avanzati (musica, teatro) che hanno anticipato tendenze che solo con gli anni ‘60 si affermano chiaramente in Italia: la riduzione a merce del prodotto culturale, il maggior condizionamento dell’artista, i legami tra editori, organi di informazione, mercato. II tema “letteratura e industria” è al centro di numerosi testi, da quelli di Luciano Bianciardi (Il lavoro culturale, La vita agra) al Memoriale di Paolo Volponi. Sul Menabò, Elio Vittorini affronta il problema chiedendo che il letterato non modifichi solo il contenuto dell’opera, ma anche i moduli narrativi che debbono rappresentare la nuova realtà, mentre in Italia non si sono ancora superati i moduli pre industriali.

Da una costola della rivista Il Verri nasce la neoavanguardia. Testi base I Nuovissimi, poesie per gli anni ‘60 (‘61) e Opera aperta di Umberto Eco (‘62) per cui l’opera d’arte non può oggi utilizzare le forme tradizionali, completamente superate.

Nel ‘63, nasce il “Gruppo ’63” che pubblica un'antologia e suscita polemiche per il suo atteggiamento iconoclastico che non risparmia gli autori più affermati (Bassani e Cassola sono definiti “le Liale del ‘63”), per l’uso di un linguaggio intellettualistico e tutto d’avanguardia, per le stesse divisioni interne sul rapporto con il marxismo e sull’uso o meno dei canali della società di massa, fra “apocalittici” (Sanguineti) per cui, date le capacità di integrazione del sistema, l’unica risposta è la totale sovversione linguistica, ed “integrati” (Guglielmi). Ovvi il ricambio generazionale e l’innovazione indotti da queste posizioni. Dubbi l’impatto politico e la possibilità di emanciparsi dal neocapitalismo che è il maggior obiettivo polemico: .

Volendo ripudiare le ideologie, si accetta in realtà proprio quella più vistosa, che il neocapilalismo offre e cioè la sua immagine esclusiva, totalizzante e onnicomprensiva con il conseguente relativismo e la problematica dell’angoscia e dell’incertezza del mondo contemporaneo” 65. .

Non secondario l’impatto della musica, nel rifiuto dei peggiori fenomeni consumistici e nella ricerca di radici popolari e politiche. Nel ‘58 a Torino nasce il gruppo di Cantacronache; nel ‘62 a Milano, attorno all’Istituto De Martino e all’opera infaticabile di Gianni Bosio, il Nuovo canzoniere italiano. Il primo risulta più intellettuale ed elitario (canzoni con testi di Fortini, Calvino ... ), il secondo è più teso a recuperare il patrimonio popolare, nella convinzione che sia stata quasi cancellata una tradizione che si tratta di riscoprire e di riportare alla luce. I Dischi del sole nascono su questa ipotesi e fanno conoscere grandi figure come Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea66. Accanto a questo filone politico, non è secondario sui giovani l’impatto di una musica diversa da quella per anni veicolata dalla radio e dai festival, in parte proveniente dagli USA, assieme ai mille fenomeni di costume (il flipper, il juke box, il rock, l’uso di abbigliamenti e atteggiamenti anticonformisti), in parte nata in Italia, con una nuova generazione di cantautori che riprende anche modelli francesi ed esprime contenuti del tutto innovati vi. Quando, al festival di Sanremo del ‘67, strumentalmente aperto alla musica dei giovani, Luigi Tenco si suicida, l’emozione è profondissima. La sua morte è letta come un atto di accusa contro la società massificata, i consumi e i comportamenti coatti, contro gli interessi che mercificano anche l’arte, l'uso del tempo libero, lo svago.

Simile il discorso per il cinema. Ai prodotti di consumo (nel decennio i film mitologici e poi l’inatteso successo dei grandi western all’italiana) e ai grandi registi che hanno fatto la storia del nostro cinema negli anni ‘40 e ‘50, si affianca una produzione che è del tutto lontana dal neorealismo. Antonioni di viene, per antonomasia, il regista della incomunicabilità, in sintonia con tanta parte della moderna letteratura che rappresenta l’uomo all’interno di una società estraniante e disumanizzante (La noia di Moravia). Emerge, contemporaneamente una nuova generazione, da Vittorio De Seta a Bernardo Bertolucci, da Giuliano Montaldo ai fratelli Taviani, che sembra aprire la strada al passaggio dall’autocoscienza borghese al cinema politico. Il caso più emblematico è quello dei Pugni in tasca di Marco Bellocchio che già sui Quaderni Piacentini aveva stroncato Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, accomunato nella accusa alla pratica archeologica e imbalsamatoria del cinema resistenziale. Il film, girato quasi artigianalmente, al di fuori delle strutture produttive commerciali, mette in luce l'esperienza biografica (la provincia) dell’autore, contesta la mentalità e l’educazione coercitive e soffocanti, il ruolo della famiglia che tanto sarà discusso dal movimento femminista, dalle correnti critiche della psichiatria, ripropone il nodo del ruolo dell'intellettuale borghese dentro e contro la propria classe, del “borghese traditore dei padri e della propria classe” di cui parla Sartre.

È proposta la discussione sull’eterno problema del ruolo dell’intellettuale, sul suo “suicidio”, sulle nuove condizioni materiali del lavoro intellettuale in una società a capitalismo maturo.

Questa discussione è uno dei cardini della “seconda stagione delle riviste”. Nel ‘62, i primi numeri tirati a ciclostile, nascono i Quaderni piacentini che diventeranno la rivista più letta dalla “generazione del '68”. Immediato il passaggio dai temi locali a quelli generali, con collaborazioni prestigiose. Cresce progressivamente la messa in discussione delle culture della sinistra maggioritaria, con il dibattito sul materialismo, la rilettura del marxismo occidentale (Lukàcs, Korsch), l’attenzione per la problematica psicoanalitica. Di rottura, anche se “autoritarie”, le rubriche “Libri da leggere e da non leggere”, “Film da vedere e da non vedere”. Costante l'interesse per la realtà cinese, per i movimenti di opposizione negli USA. Il numero 31, in unione con i Quaderni rossi e Classe e stato, segna un ulteriore passaggio verso la politicizzazione, essendo dedicato all’America latina. Nel periodo successivo, i “Piacentini” saranno la rivista più letta dal movimento studentesco.

Dal ‘65 al ‘68 esce a Bologna Classe e stato, diretta da Federico Stame. Assi centrali il tentativo di misurarsi con il livello più avanzato delle teorie capitalistiche per rifondare il discorso rivoluzionario marxista, l’attenzione alla ricerca della Monthly review, l’analisi delle nuove funzioni dello stato capitalistico.

Nel dicembre ‘63, esce a Catania Giovane critica, curata dal locale centro universitario cinematografico. Progressivamente, alla critica cinematografica, fortemente avversa al neorealismo e alla lettura di Cinema nuovo di Guido Aristarco, si accompagnano interventi sulla cultura in generale e l’esigenza di allargare il raggio della ricerca. Dal ‘67, Giovane critica assume una fisionomia politica, caratterizzandosi nella critica al marxismo dogmatico, nell’interesse non chiesastico per l’esperienza cinese, nell'interesse, maggiore che in altre riviste, per la questione meridionale, con critica al meridionalismo gramsciano.

Analogo il percorso di Nuovo impegno, nata nel ‘65 come rivista letteraria, in polemica con il Gruppo ‘63, in nome di una diversa letteratura di opposizione e con richiami a Lukàcs. Da fine ‘66 cresce l’impegno politico, anche in rapporto con il Potere operaio pisano. Interessante l’interesse per le lotte studentesche (la rivista pubblica le Tesi della Sapienza, primo documento organico del movimento studentesco) e l’inchiesta sui gruppi minoritari della sinistra marxista, finalizzata a verificare possibilità di una comune ricerca teorica e di un comune impegno pratico

Legata al Gruppo ‘63 è invece Quindici, nata con l’intento di dare voce all’avanguardia, rompendo con l’establishment culturale e poi, con il ‘68, molto politica e letta dal movimento studentesco. Caratteristici i manifesti (per tutti quello del Che) e in un numero, un supplemento del movimento situazionista. Atipica, anche se anticipatrice di tendenze che avranno grande spazio negli anni ‘70, Il corpo che esce (7 numeri) dal ‘65 al ‘68. Singolare l’interesse per la psicoanalisi, per lo strutturalismo, il proporre il dibattito sul rapporto liberazione individuale/liberazione collettiva (Freud/Marx). Pur non essendo una rivista politica, Il corpo tocca temi propri di parte dei movimenti giovanili. Significativo l’accento posto sulla "mancanza di felicità", propria di questa società e del diritto ad essa.


4) Alle soglie del ‘68. Partiti, sindacati, gruppi


a) Il PCI

Nel marzo ‘62, l’Istituto Gramsci organizza a Roma un convegno sulle tendenze del capitalismo italiano. L’iniziativa di studio e di analisi si trasforma immediatamente in dibattito politico.

La relazione di Amendola parla di un processo di espansione nei 15 anni successivi alla guerra, segnato, però, dai monopoli e dagli squilibri tipici dell’Italia, in particolare dalla questione meridionale. Diversa la relazione di Bruno Trentin incentrata sulle contraddizioni del neocapitalismo, dal new deal sino alle analisi che stanno alla base del centro sinistra italiano.

Amendola è attaccato dalle sinistre socialista e comunista che negano validità al richiamo all’interesse generale, anche in Italia dove si è ormai davanti ad un capitalismo maturo. Libertini, Foa, Magri, Rodolfo Banfi negano la capacità della borghesia di portare a compimento la propria rivoluzione, ma anche la possibilità di giungere, nel capitalismo, ad una economia senza monopoli. Consequenziale la necessità di una diversa strategia politica, a cominciare da una critica frontale al centro-sinistra.

Secche le repliche di Amendola e Sereni. I ceti intermedi sono colpiti dalle scelte dei monopoli. Indispensabile una politica di alleanze. È errato riferirsi ad una “società opulenta” che non esiste in Italia dove sono profondissime le aree arretrate. La classe operaia deve assumersi i compiti non assolti da una borghesia in cui sono sopite le tendenze reazionarie. Non lontano da queste posizioni, Togliatti che ricorda su Rinascita come la struttura economica italiana sia caratterizzata dalla mancanza di sviluppo di metà del territorio nazionale e dalla sovrabbondanza di mano d’opera. Lo squilibrio di fondo è nella sfasatura tra la sostanza democratica della società nata dalla resistenza e la non attuazione delle riforme economiche di struttura.

Radicale è la critica alla strategia antimonopolistica del PCI da parte di settori esterni alla sinistra storica. In una analisi posteriore di alcuni anni, VittorioRieser passa in rassegna le letture del capitalismo svolte da PCI, PSIUP, sinistra PSI (Lombardi). Se in Lombardi vi è la fiducia in una politica di riforme che produca modificazioni nel sistema, nel PCI che pure nega al centro-sinistra una reale volontà riformatrice, si ritiene possibile una modificazione del sistema stesso, nell’ambito di una collaborazione con forze capitalistiche, molto più radicale di quella ipotizzata dal leader socialista. Priva di fondamento, poi, la speranza comunista di utilizzo, in funzione antimonopolistica, della piccola e media industria.

Simile il giudizio di Livio Maitan:

Si ipotizza una fase di sviluppo in cui, permanendo l’attuale regime politico-sociale capitalistico, i monopoli vengano compressi e controllati e si ristabilisca un capitalismo di libera iniziativa e di libera concorrenza rinato a nuova vita. Una concezione di questo genere si apparenta molto, in realtà, a certe concezioni radicaleggianti piccolo-borghesi, secondo cui il monopolio sarebbe una specie di degenerazione del capitalismo e la salute consisterebbe appunto nell’eliminare i monopoli e nel ritornare al capitalismo concorrenziale”67.

Questo dibattito coincide con grandi fatti internazionali. Se gli anni ‘50 hanno visto una totale stagnazione, gli anni ‘60 si aprono con la rivoluzione cubana, il dramma dell’indipendenza congolese, l’accentuarsi dello scontro anticoloniale, la riapertura della guerra in Vietnam.

L’eco di questa situazione in movimento non può mancare nel PCI. Le elezioni politiche del ‘63, giocate dalla DC con lo slogan di “mettere fuori gioco il PCI” vedono, invece, una sua affermazione, parallela a contrazioni di DC e PSI. Determinante la crescita nelle aree operaie del Nord, anche a causa della massiccia migrazione dal meridione.

Nell’ottobre ‘64, a due mesi dalla morte di Togliatti, su Rinascita, compaiono due scritti di Giorgio Amendola che accelerano il dibattito nel partito. Amendola, rivendicata l’esigenza di una nuova maggioranza, analizza le strategie del movimento operaio negli ultimi 50 anni:

Nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale ... la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata, sino ad ora, valida al fine di realizzare una trasformazione socialista della società”68.

Dall’esaurimento della funzione storica dei filoni tradizionali discende la proposta di unificazione in una sola formazione politica di tutta la sinistra italiana. Questa potrebbe toccare il 51% dei voti e formare un governo delle sinistre capace di attuare le ampie riforme sociali di cui il paese necessita. Ovvie le reazioni: la “vecchia guardia” non accetta l’ipotesi di esaurimento della funzione del partito, rivendicandone significato e ruolo69. Si è formata una sinistra interna che ripropone il problema dello sbocco politico, della strategia (Ingrao usa la formula di “nuovo blocco storico”).

La sortita di Amendola è usata da questa componente (gli ingraiani) per riproporre una discussione a tutto campo. Fermenti nella FGCI di Achille Occhetto, responsabile della commissione culturale di partito è Rossana Rossanda che opera una profonda rimessa in discussione di molti punti fermi, è direttore dell’ Unità, per una breve fase, Luigi Pintor.

Nel dicembre ‘64, uno schieramento di centro-sinistra che comprende anche il PCI elegge Presidente della repubblica Giuseppe Saragat. Critici la sinistra interna e il PSIUP per cui si è eletto il candidato del centro-sinistra, anziché tentare di dividere la DC, puntando su un esponente della sua “sinistra”:

I dirigenti comunisti sapevano che contribuendo a battere la ribellione della sinistra DC aiutavano il consolidamento del centro-sinistra e della coesione interclassista della DC. Tuttavia hanno pagato di buon grado questo prezzo per conseguire l’obiettivo che era principale ai loro occhi: inserirsi nel centro-sinistra, condizionarlo, stabilire in qualche modo un rapporto con tutta la DC”70.

Lo scontro nel partito si accentua, anche se si svolge tutto per linee interne. Nel giugno ‘65, al comitato centrale che chiede una nuova maggioranza, si ha, per la prima volta, il voto contrario di Natoli e Pintor che propongono che le questioni su cui esiste disaccordo siano demandate al congresso. Rispondendo ad un questionario di Critica marxista, Reichlin polemizza con quanti continuano ad insistere sulle arretratezze e contraddizioni dell’economia italiana.

Al fallimento del riformismo, causato dal mancato legame tra riforme e potere, bisogna rispondere indicando una prospettiva politica chiara, legando lotte sociali e riforme dello stato e della società, sostituendo al “cartello dei no” un “cartello dei si”. Su questi temi insiste Ingrao al comitato centrale di ottobre e su Rinascita il 25 dicembre. Nel partito occorre introdurre la “pubblicizzazione del dissenso”, la possibilità cioè, di far conoscere e di discutere alla base tutte le questioni, rifiutando unanimismi di vertice. Replica seccamente Longo. La sinistra non si muove su base unitaria. Scriverà Lucio Magri, in una successiva analisi autocritica:

“La tematica suggerita, se non tutte le risposte date dalla sinistra comunista tra il 1960 e il 1965 offersero al partito una occasione storica per anticipare la crisi che maturava nella società italiana per mettersi sulla lunghezza d’onda del movimento che sarebbe poi pienamente esploso ... La sinistra ... collaborò alla propria sconfitta conducendo la battaglia tardi e male. Tardi: perchè dispersa e immatura, lasciò passare il primo momento acuto dello scontro politico e sociale all’inizio degli anni ‘60 e del centro sinistra ... per evitare una battaglia frontale che si trovò poi costretta a sostenere nel momento più sfavorevole (1964-1965, gli anni del riflusso). E male: non solo perché non portò sino in fondo il suo ripensamento strategico sul punto decisivo, la critica del gradualismo togliattiano e dunque la riaffermazione del carattere extra costituzionale violento del salto rivoluzionario, quanto perché non portò avanti la sua ricerca con l’occhio rivolto al movimento di massa e alla sua crescita ... La sinistra dell’11° congresso rinunciò alla lotta, subì l’emarginazione dalla struttura operativa del partito o rifluì in una scolorita cogestione di potere interno”71.

Con questi limiti, la sinistra comunista va all’11° congresso (Roma, gennaio ‘66). La relazione di Longo rilancia le proposte per una politica antimonopolistica, le alleanze per una nuova maggioranza che superi il centro-sinistra, fallito, l’incontro di tutte le forze socialiste per l’unificazione in un solo partito. Critico il segretario verso la “pubblicizzazione del dissenso” e le tesi che sostengono che la democraticità di un partito sia data dall'esistenza di frazioni.

Incerta e sconfitta la sinistra: I giovani non rilanciano le tesi più avanzate della “Città futura”. Minucci, Reichlin, Garavini, Trentin, Rossanda, Caprara intervengono su temi specifici. Ingrao, in un intervento molto atteso, ripropone i cardini della sua proposta (improponibilità di un nuovo centro-sinistra, necessità di lotte che propongano contenuti programmatici nuovi e una alternativa generale, pubblicizzazione del dissenso), ma accetta le logiche interne e non dà battaglia.

Si apre per il partito una stagione ricca di potenzialità, ma anche di tensioni con settori di movimento (giovanile ed operaio) che escono dall’orizzonte della via nazionale. I fermenti internazionali scavalcano l’impostazione del partito togliattiano. Il "caso Manifesto" (‘69), pur nelle sue modeste dimensioni, segnerà il venire al pettine di questi nodi.

b) PSI e PSlUP

Con la costituzione del secondo governo Moro (estate ‘64), hanno fine le speranze di un percorso riformatore. Scrive Giorgio Galli:

“Moro subirà la stessa sorte di De Gasperi. La leadership per innovare si trasforma in leadership per conservare”72.

Il governo eredita dai precedenti gran parte del tradizionale personale politico, con un PSI sostanzialmente indebolito. Rinviata l’istituzione delle regioni, bloccate le riforme universitaria e delle pensioni, incagliata qualunque ipotesi programmatoria, il centro-sinistra sembra la continuazione del centrismo. La collaborazione governativa avvicina le posizioni di PSI e PSDI.

L’ottobre ‘65, al 36° congresso socialista, le tesi di De Martino ottengono l’80% dei voti contro il 20% della sinistra di Lombardi. Nel gennaio ‘66, il 14° congresso socialdemocratico è unanime nell’approvare il documento favorevole all’unificazione fra i due partiti. A maggio si forma la commissione paritetica che elabora la piattaforma su cui a ottobre, al Palasport di Roma, nasce la nuova formazione (PSI-PSDI Unificati) che sembra porre fine ad una frattura durata 20 anni.

L’unificazione socialista (o socialdemocratica, come la definisce il PSIUP) si propone di collocarsi come alternativa al PCI nel movimento operaio, privando lo di influenza e di peso. Una presenza maggioritaria di una forza democratica, socialista e laica, all’interno del movimento operaio, potrà permettere, quindi, di fungere da alternativa di governo alla DC, creando in Italia una situazione simile a quella esistente nella maggior parte dei paesi europei (il bipartitismo).

Ma questa ipotesi si rivela, in breve tempo molto fragile. L’unificazione non decolla; il nuovo partito si trova immediatamente diviso tra prospettive anche divergenti; le spinte sociali anziché essere d’appoggio ai propositi “riformatori” del governo vedono in questi l’avversario principale, erodendo i cardini su cui il nuovo partito è nato, primi fra tutti la praticabilità di una politica di riforme, della programmazione economica, la possibilità di costruire un sindacato socialista.

Parallelamente, il PSIUP vive la sua migliore stagione. Il partito raccoglie nuove forze, sfonda fra i giovani, sembra, rispetto al PCI, più agile e più capace di cogliere il nuovo, sfrutta lo stallo dell’unificazione socialista; sui problemi internazionali, convivono, al suo interno, posizioni filosovietiche e spinte terzomondiste (a fine ‘67 con forti simpatie guevariste); forte l’attenzione per le lotte di fabbrica. Il quadro è composito per il carattere non centralizzato del partito e per il convivere di posizioni differenti. Alcune realtà, soprattutto quelle piemontesi, sono fortemente operaiste. La crescita avrà il suo culmine alle politiche del ‘68, in parte per il sostegno dell’elettorato tradizionalmente socialista, in parte per questa nuova fisionomia che scomparirà nell'estate con l'ambigua giustificazione dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia.


c) Il sindacato

I primi anni ‘60 segnano un consistente rilancio delle lotte operaie, di cui è sintomo la protesta contro il governo Tambroni. Ai temi generali si sommano quelli specifici: la ribellione sui cottimi e sui ritmi investe tutto il regime di fabbrica; prefigurando le forme di lotta e di partecipazione che caratterizzeranno gli anni successivi: le assemblee di fabbrica, i cortei ... Il sindacato si avvicina alla realtà produttiva ed operaia, con significative novità rispetto agli anni precedenti, in cui l’iniziativa di settore e di fabbrica era demandata alle commissioni interne.

Nodo centrale quello della contrattazione integrativa. La Confindustria chiede ai sindacati di scegliere fra contratti nazionali ed aziendali. Nel luglio ‘62 viene firmato l’accordo preliminare sindacati-Intersind che prevede la contrattazione aziendale, ma a carattere solo applicativo, non integrativo. A distanza di anni, dirà Luciano Lama:

Abbiamo fatto concessioni che, viste adesso, sono drammatiche” 73.

Sempre nel ‘62, ritorna a scioperare la FIAT, mettendo in discussione il paternalismo e il sindacato padronale. La firma separata, da parte della UIL, di un accordo separato con la FIAT, produce gli scontri di piazza Statuto con attacco alla sede sindacale. Se per i sindacati e il PCI gli scontri sono opera di provocatori, per le formazioni esterne alla sinistra storica si è, invece, davanti ad una nuova forma di protagonismo operaio che travalica tutte le strategie partitiche e sindacali74.

L’avvento del centro-sinistra coincide con l’inizio di una congiuntura difficile. Per gli industriali il miracolo economico è messo in discussione dalle eccessive richieste operaie. Calano gli investimenti e l’occupazione. Nella relazione al 14° congresso della FIOM (marzo ‘64), Trentin denuncia la crescente fuga di capitali verso le banche estere, operata da industriali per il timore di una programmazione democratica, per punire i lavoratori, per condizionare il quadro politico. Pochi mesi dopo, Agostino Novella, segretario generale della CGIL, parla di una produzione industriale cresciuta fra il ‘64 e il ‘65 dell' 8,5%, con parallelo calo dell’occupazione del 5,2% e conseguente aumento del rendimento del lavoro per unità produttiva del 14,5%.

I dati occupazionali vedono un calo di 100.000 metalmeccanici, 60.000 tessili, 150.000 edili.

Il ‘66 sembra un anno decisivo per le confederazioni sindacali. A marzo il convegno delle ACLI, che stanno abbandonando il collateralismo con la DC, su “Sindacato di partito o unità sindacale democratica?" dimostra i profondi cambiamenti avvenuti in area cattolica. Si crea una singolare affinità tra settori delle ACLI (Labor), della sinistra CISL (Macario), e i sindacalisti socialisti della CGIL (Santi). Gino Giugni definisce l’unità d’azione che sta crescendo come “una specie di quarta confederazione invisibile, che non ha nome, non ha sigla, non ha bandiera”.

Di pochi mesi successivo un secondo convegno delle ACLI “Il potere economico nella società”. AI congresso nazionale di novembre è posto, con più forza il problema del rapporto con la DC. Le ACLI hanno offerto per anni alla DC una copertura da sinistra. Ora esigono una svolta politica, l’abbandono del moderatismo.

L’unificazione PSI-PSDI accelera un dibattito in tutti i sindacati. Pur lasciando aperta l’ipotesi del sindacato socialista, la “Carta dell’unificazione” ipotizza l’unità sindacale, e “un’attiva partecipazione del sindacato alla programmazione economica”. L'accento posto sull’autonomia (dai partiti, dal governo, dal padronato) provoca qualche irritazione nel PCI, con conseguente polemica Novella-Santi. Il nodo dell’autonomia si riflette negli scontri sulla programmazione economica e sulle incompatibilità tra cariche politiche (parlamentari) e sindacali.

I temi, già centrali nel congresso CGIL del 1965, esplodono all'inizio del ‘67, quando il maggior sindacato italiano decide l’astensione dei propri deputati nel voto parlamentare sul programma economico quinquennale. Contraria la componente del PSIUP, critica verso l’accettazione della logica della programmazione capitalistica e verso il governo e timorosa di un possibile “accordo quadro” che limiti le spinte di base e integri ulteriormente le forze operaie.

Molte resistenze, soprattutto nei due partiti maggiori, DC e PCI, sul tema dell’incompatibilità. Alle politiche del ‘68 solo due dirigenti sindacali, Vittorio Foa e Baldassarre Armato rinunceranno alle candidature nei rispettivi partiti (PSIUP e DC).

Nel biennio ’66-‘67, dopo la difficile fase “congiunturale”, si ha una forte ripresa di lotte operaie. La scadenza contrattuale diviene scadenza di classe massificata contro una Confindustria (presidente Costa) contraria a qualunque concessione ai sindacati che “hanno una forza eccessiva”. I metalmeccanici (FIAT compresa) sono la categoria di punta e la piattaforma contrattuale è centrata su diritti di contrattazione e funzionalità che antepongono la qualità dei diritti alle richieste salariali. Alcune conquiste normative (le commissioni tecniche paritetiche) ottenute dopo una vertenza durata mesi, si dimostreranno immediatamente superate da nuove richieste di potere, non solo contrattuale. Il risultato, per quanto modesto dei metalmeccanici, supera la linea del blocco contrattuale e salariale ed apre la strada ad altre categorie. Le spinte operaie non sono più solamente difensive. Il divario Nord-Sud, anche negli anni ‘60, tende ad accentuarsi. Nel ‘67, il reddito medio a livello nazionale è di 617.209 lire, ma è di 1.043.000 a Milano e di 290.000 ad Avellino. Se Milano produce l’11,40% del reddito nazionale, Enna e Rieti producono rispettivamente lo 0,22% e lo 0,20%. La questione meridionale torna di attualità, in forme di protesta spontanea (Capo Rizzuto nel ’67) e nelle richieste sindacali (inizia la vertenza per il superamento delle zone salariali).

Gli scompensi del disordinato ed irrazionale “boom” non presentano solo una dimensione geografica nel divario Nord/Sud, ma si manifestano anche nelle accentuate contraddizioni di fabbrica, nel crescente logorio psicofisico e nel maggior disagio sociale, dovuto anche alla crescita irrazionale delle città (quartieri ghetto, servizi, trasporti ... ). La critica all'organizzazione del lavoro si somma a quella per lo sviluppo urbanistico e per la struttura sociale delle metropoli.

Le lotte operaie del “biennio rosso” ‘68-‘69 esprimeranno questo insieme di contraddizioni.


d) Il dissenso cattolico

Il Concilio Vaticano secondo (1962-1965) è momento di fondamentale importanza per il mondo cattolico che si trova a discutere e problemi teologici (“Lumen gentium”) e l’aspetto ecumenico (“Ecclesiam suam”) e indirettamente il rapporto con la sinistra ed il problema della unità politica dei cattolici. Emergono inizialmente nodi di natura teologica dal rapporto con le altre confessioni cristiane al rapporto fra laici e sacerdoti, dal tema dei sacramenti alla morale sessuale (la contraccezione). Forte sul concilio l’influenza di teologi cattolici come Karl Rahner e Hans Kung, ma è ovvia pure la recezione di teologi protestanti, da Barth a Bonhoeffer.

Hanno più valenza pratica le problematiche della povertà della Chiesa (presente soprattutto nell’America meridionale) e della violenza, tra riconoscimento della liceità dell’uso della violenza contro l’oppressore e la teorizzazione della nonviolenza come risposta individuale e collettiva (forte la presenza cattolica nella lunga campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza).

Fenomeni di dissenso iniziano a manifestarsi, dopo il Concilio, circa la sua interpretazione ed applicazione, anche per le caute ma sensibili modificazioni portate dal papato di Paolo VI rispetto a quello di Giovanni XXIII.

Una delle prime università occupate nel '67 è significativamente la Cattolica di Milano; nell’ estate è sostituito il direttore dell’Avvenire, Raniero La Valle; a novembre, a Rimini, si tiene il primo incontro dei gruppi spontanei sul tema: “La fine dell' unità politica dei cattolici, la socialdemocrazia al potere e le prospettive della sinistra italiana”. Chiara la critica all'interclassismo DC, alle ambiguità del centro-sinistra, all’unificazione socialista, spesso allo stesso PCI. La relazione centrale è tenuta da Vladimiro Dorigo, direttore di Questitalia, la rivista che con Testimonianze di Balducci, dà più spazio al nascente dissenso nel mondo cattolico.

Alle spalle la proposta del dialogo fra cattolici e marxisti. Attenzione al tema è nelle tesi del decimo congresso del PCI e nel discorso di Togliatti a Bergamo (marzo 1963). Di grande valore la riflessione sulla tematica religiosa di Lelio Basso, non a caso sempre contrario all’identificazione tra cattolicesimo e DC.

Nel ‘64, è pubblicato il testo Dialogo alla prova, con interventi di Gozzini, Lombardo Radice, Fabro, Gruppi, Orfei, Cecchi, Meucci, Delogu, Zolo, Di Marco. L’intento è di mostrare l’esistenza di un terreno comune di dialogo fra realtà tradizionalmente contrapposte. Del ‘66 è Marxismo e cristianesimo di Giulio Girardi che fonda la possibilità di dialogo sulla critica ai rispettivi integralismi.

Già del ‘68 il moltiplicarsi delle Comunità di base, da cui nasceranno l'esperienza di Cristiani per il socialismo e il periodico Fogli di collegamento, l’occupazione del duomo di Parma, l’esperienza di contestazione e di proposta della Comunità dell’Isolotto a Firenze75. La radicalizzazione di molti settori del mondo cattolico penetra nella Azione cattolica, nel movimento scoutistico, nella CISL, nelle ACLI che, nel 1970, al convegno di Vallombrosa, proclamano la scelta socialista e il definitivo abbandono del collateralismo con la DC, ma pervade soprattutto i comportamenti di migliaia e migliaia di militanti, di giovani che, nel giro di breve tempo, sull’onda dei grandi fatti internazionali, compiono una precisa scelta internazionalista e di classe, spesso ritenendo insufficienti e inadeguati gli stessi partiti storici e cercando nuove strade che inevitabilmente investono il rapporto religione-politica.


e) “La Sinistra”

La rivista La Sinistra, tra l’autunno ‘66 e il dicembre ‘67, costituisce l’ultimo tentativo di trovare una via unitaria tra settori esterni ed interni ai partiti storici.

Rientrata parzialmente nei ranghi e sconfitta per linee interne la componente ingraiana, presente, ma priva di un tessuto comune e incapace di una reale battaglia interna-esterna, la sinistra PSIUP (per comodità identificata in Foa, Libertini, Basso e in parti della sinistra sindacale), su altre prospettive e i gruppi e partiti m-l e la componente operai sta, La Sinistra nasce dal disagio di settori interni ai partiti che cercano uno strumento autonomo e dal tentativo del movimento trotskista, nella sua fase di maggiore presenza ed incisività, di far uscire allo scoperto le sinistre del sindacato e dei partiti sui terreni comuni del rifiuto della “socialdemocratizzazione” e della ricerca di un nuovo internazionalismo.

L’interesse della rivista è volto ai grandi problemi internazionali con grande attenzione all’esperienza cubana e alla lezione guevarista. Anche la guerra del Vietnam è letta non solo come il punto più alto dello scontro anti imperialistico, ma come possibilità di rifondazione di un vero internazionalismo critico verso le politiche di URSS e Cina e capace di superare lo scontro fra esse.

L’analisi sulla Cina differenzia la rivista da quelle più correnti. La linea maoista presenta diversità profonde rispetto alla politica staliniana, soprattutto per la linea di massa e il richiamo all’egualitarismo; il movimento operaio internazionale deve evitare l’accerchiamento e l’isolamento della Cina, pur criticandone gli aspetti dogmatici e rifiutando una identificazione con essa. Continua il dibattito sulla rivoluzione culturale, con posizioni anche divergenti. Suscita polemiche soprattutto una intervista a Isaac Deulscher, durissimo verso la rivoluzione culturale e aspetti oscurantistici in essa presenti76. Maggiore l’adesione alle posizioni cubane, sia per la ricerca di un nuovo internazionalismo (Castro ha rifiutato la comoda scelta del socialismo in un solo paese) sia per le scelte di politica interna. Naturale, in una rivista su cui forte è l’influenza trotskista, la simpatia per le posizioni antiburocratiche espresse dal partito e dalla stampa cubani. Vi è un forte legame tra gli aspetti libertari all’interno e la scelta rivoluzionaria all’esterno.

Lo schieramento sui problemi internazionali si accompagna alla critica all’URRS e alle società del “socialismo reale”. Di grande rilievo teorico gli scritti del direttore, Lucio Colletti, teso in particolare al recupero del Lenin di Stato e rivoluzione, nella polemica contro il parlamento e nell’esaltazione di una autentica democrazia di base (quella dei soviet): Lenin non è, quindi, padre di Stalin, ma di una democrazia operaia del tutto alternativa a quella borghese. Il parlamentarismo della sinistra italiana non ha nulla a che fare con Lenin, ma deriva da Kautsky.

Contro questa strategia parlamentare, ben evidenziata dalla unificazione socialista e dalle utopie riformiste del PCI, occorre una autentica rifondazione della sinistra italiana su basi classiste e internazionaliste che ridefinisca il rapporto fra democrazia e socialismo, i rapporti fra partito e classe; il regime interno di partito, la concezione della stato, superando l’illusione riformista sulla sua neutralità, l’internazionalismo, la creazione di un “contropotere” che nasca dalle fabbriche e dalla società. L’opposizione al togliattismo, allo stalinismo e al frontismo si manifesta anche nella lettura “da sinistra” di Gramsci, operata soprattutto da Silverio Corvisieri, presentando il Gramsci critico di Stalin e in polemica con Togliatti, del ‘26, il Gramsci critico della svolta del ‘29 e della assurda teoria del “socialfascismo”. Sono valutazioni storiche del tutto ignote alla più parte dei militanti della sinistra; cresciuti nelle vulgate staliniana e togliattiana e colme di valenza politica, per il recupero della tradizione rivoluzionaria, consiliare e democratica del PCI, cancellata a fine anni ‘20 dalla politica sovietica e dall' isolamento di Gramsci in carcere77. Questo “gramscismo di sinistra”, rispetto al quale la “generazione del '68” si sentirà estranea, segna uno dei pochi terreni di convergenza tra ingraiani e trotskisti.

Il disegno della rivista non va in porto. Il PCI accentua le tendenze riformiste, la sinistra interna non dà battaglia (il caso Manifesto, nel ‘69, sarà espressione solo di piccola parte di questa). Anche la sinistra PSIUP non mette in discussione, compiutamente, i nodi su cui si è formato il partito.

Lo stesso movimento trotskista, proprio nella fase di maggiore espansione (presenza significativa nella FGCI, una casa editrice, influenza nel dibattito, politico, storico, culturale ... ) subisce un processo di frammentazione. L’organizzazione “Falcemartello” si autonomizza: parte di questa piegherà poi su posizioni maoiste, dando vita all’”Unione comunisti italiani” (Servire il popolo).

Davanti alle non rotture in PCI e PSIUP e all’impossibilità per il movimento trotskista di egemonizzare e sintetizzare l’opposizione, diviene lacerante la spaccatura fra sinistra interna ai partiti e sinistra che tende ad autonomizzarsi, ponendosi in alternativa, spesso frontale alle organizzazioni storiche.

Lo spazio della rivista si esaurisce78 quindi a fine ‘67, in coincidenza con il radicalizzarsi di una protesta giovanile che supera largamente l’orizzonte di PCI e PSIUP. L’intervento economico-politico di Giangiacomo Feltrinelli produce la sua trasformazione in settimanale, trasformandone le caratteristiche, l’impostazione, gli interlocutori.

Il ‘68 italiano si apre quindi su una miriade di sollecitazioni, politiche, ideali, culturali, generazionali, esistenziali … Al di là delle numerose e spesso divergenti interpretazioni di carattere politico, sociologico, economico … le lotte studentesche ed operaie saranno la risposta ad un sistema politico bloccato (un partito “regime”), alle insufficienze della sinistra ufficiale, alle suggestioni internazionali, mai così coincidenti nel tempo, all’insoddisfazione per una cultura ossificata.

L’Italia rappresenterà il caso più lungo dal punto di vista temporale, esteso a tutto il territorio nazionale, con un intreccio tra formazioni politiche e movimenti sociali, con forte grado livello di interazione fra i diversi movimenti sociali e diffusione sociale, non esistente in altri paesi.

La sua specifica storia degli anni ‘50-‘60 spiega questa diversità.



Il quadro internazionale, in La stagione dei movimenti, in “Il presente e la storia”, n. 59, I semestre, 2001


Il quadro internazionale


Gli anni Cinquanta offrono un quadro di staticità, di un mondo diviso in blocchi immodificabili, frontalmente contrapposti l’uno all’altro in un contrasto ideologico economico e «di civiltà» che può trasformarsi in scontro armato (la guerra di Corea) con rischi per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Nell’immaginario, nella pubblicistica, nelle valutazioni storiche e nelle inchieste sociologiche, questa staticità si accompagna al quadro di una gioventù disimpegnata, disincantata, priva di valori e di ideali complessivi.

Eppure, anche in questo quadro, qualche cosasi muove. Se i colpi di stato spengono le speranze di sviluppo autonomo dell’Iran o del Guatemala, se il fascismo permane scandalosamente in Spagna e Portogallo, a mostrare cosa si celi dietro la democrazia occidentale, se l’America Latina vive il permanere di dittature militari, se i moti di Berlino Est (’53) e dell’Ungheria (’56) indicano di che lacrime e di che sangue grondi il «socialismo reale», la sconfitta francese in indovina dimostra la crisi del colonialismo francese, reso ancora più evidente dal tracollo in Egitto (’56) e dalla rivoluzione algerina, mentre la conferenza dei paesi non allineati (Bandung ’55) presenta un nuovo attore sulla scena internazionale e la possibilità di un terzo protagonista, in ascesa, in un mondo, fino a quel giorno, bipolare.

La rivoluzione cubana è uno dei primi indici delle trasformazioni che stanno aprendosi. Non segna solamente la sconfitta di una dittatura, di un regime corrotto che aveva trasformato l’isola in una colonia statunitense, ma apre la strada a profonde trasformazioni sociali, a riforme radicali. Perla prima volta, nel continente, un gruppo rivoluzionario asceso al potere tocca i nodi dei rapporti economici, affonda drasticamente la questione agraria, tenta una soluzione radicale ai problemi della sanità e dell’analfabetismo.

La rivoluzione non è, quindi, solamente quella dello scontro militare, del difficile rapporto tra «Sierra» e lavoro politico nelle città e nel piano,ma copre almeno tutto il triennio 1959-61, dagli scontri con i controrivoluzionari, ai contrasti interni, alla tentata invasione della Baia dei Porci, alla proclamazione della natura socialista dell’isola, al blocco economico americano e al conseguente avvicinarsi di Castro all’URSS.

Cuba costituisce il maggior laboratorio politico del dibattito sulla transizione. Il confronto sulle grandi scelte economiche vede protagonisti Mandel e Bettelheim, ripropone tematiche che nel movimento comunista internazionale parevano scomparse dopo il grande confronto degli anni Venti, evidenza questioni (gli incentivi materiali, la legge del valore in una economia di transizione) proprie anche del contrasto URSS-Cina.

È la scelta cubana ad appassionare larghi strati della sinistra occidentale e dei giovani, per la sua radicalità, per i caratteri di diversità(almeno sino al ’68) rispetto alle esperienze dell’est europeo, per la possibilità che questa sia «contagiosa» ed esemplare per l’intero continente. La lotta armata sembra poter essere assunta come modello per tutti i paesi e il dibattito su essa scuote e spacca tutti i partiti comunisti e rivoluzionari latino-americani. Alle suggestioni fochiste castriste, esaltate e discutibilmente assolutizzate dal francese Regis Debray, rispondono molti movimenti, mentre altri sembrano richiamarsi alla «guerra di popolo» cinese e i partiti comunisti ufficiali ripropongono una strategia «democratica e parlamentare» che avrà nel Cileni Allende la sua massima attuazione.

Il Congo, Patrice Lumumba, l’Africa


Nel 1960, il Congo belga ottiene l’indipendenza nel quadro del più ampio processo di decolonizzazione che investe il continente intero. La secessione del Katanga, la regione più ricca del paese, alimentata dalle potenze occidentali e dagli interessi delle compagnie minerarie, produce la guerra civile, l’intervento solo apparentemente mediatore dell’ONU, l’arresto e l’assassinio di Patrice Lumumba, in seguito il colpo di stato di Mobutu, che dà vita ad una tremenda dittatura. Significativo in Lumumba, il percorso simile a quello di altri leaders nazionalisti nel tempo, che lo porta, nel giro di pochi mesi a passare da posizioni di nazionalismo pan-africano ad una collocazione internazionalista e antimperialista.

Il ruolo delle potenze occidentali, lo scontro fra interessi dei trusts statunitensi e belgi per la dominazione del paese, la stessa funzione dell’ONU dimostrano come l’indipendenza sia spesso formale e quanto il colonialismo si trasformi in nuova dipendenza ti tipo neocolonialistico.

L’Algeria


La rivoluzione algerina, iniziata nel 1954, si conclude nel 1962 con il conseguimento dell’indipendenza. La lotta contro il colonialismo francese, già sconfitto in Indovina, svela la natura delle democrazie occidentali, capaci dei peggiori misfatti: il genocidio, le deportazioni di popolazioni, l’uso dei gas, la tortura sistematica (si leggano le drammatiche pagine di Jean Paul Sartre). Profonda, anzi totale, la contraddizione tra questi atti e l’affermazione dei valori di democrazia, libertà ed eguaglianza, proprio nel paese dell’Ottantanove, dei Diritti dell’uomo e della Resistenza al nazismo.

Profonde le difficoltà della sinistra maggioritaria francese. Alle posizioni ambigue, se non filocolonialiste, della socialdemocrazia, risomma l’incapacità, da parte del PCF, di abbandonare atteggiamenti nazionalistici, legati alla concezione dell’Algeria francese, ad una analisi «di classe» sommaria e all’incomprensione della dialettica che si sta creano a livello internazionale. Questi «ritardi», per usare un eufemismo, provocano contraddizioni nello stesso partito, sono alla base del formarsi dei primi nuclei di nuova sinistra79.

La guerra d’Algeria, la battaglia democratica di un popolo contro una grande potenza occidentale, i crimini di questa, la pochezza della protesta internazionale evidenziano anche il dramma dell’intellettuale europeo, forse, per la prima volta, cosciente della propria impotenza e della propria marginalità80. La centralità delle contraddizioni e dello scontro sembra sempre più spostarsi verso le realtà del terzo mondo.

Il terzomondismo


Le lotte dei paesi colonizzati, sottosviluppati, economicamente dipendenti sembrano sostituire la classe operaia dei paesi sviluppati nel ruolo di soggetto rivoluzionario. Ai partiti comunisti tradizionali si sommano formazioni rivoluzionarie che hanno altra storia e altre matrici (si pensi in particolare all’America Latina, ma anche all’Africa). Teorici marxisti e riviste (per tutte la «Monthly review» di Huberman, Sveezy e Magdoff) teorizzano la marginalità del proletariato occidentale, in tutte le sue matrici.

La guerra del popolo vietnamita, la rivoluzione culturale cinese e la concezione per cui la campagna accerchia la città, le suggestioni delle lotte anticoloniali (per tutte quelle delle colonie portoghesi) e della guerra guevarista costituiscono il maggior fattore di radicalizzazione della gioventù dei paesi avanzati e della perdita di consenso delle madrepatrie imperialistiche.

La costituzione della Tricontinentale che unisce i movimenti rivoluzionari dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia segna il momento più importante di questa concezione, sull’onda dello scacco americano in Vietnam,del moltiplicarsi dei fronti nell’America meridionale, delle speranze suscitate, in Africa, dalla vittoria algerina, dallo scontro in Congo,dal socialismo africano di Nyerere…

A questi fronti sembra sommarsi quello palestinese. Dopo la guerra dei sei giorni (1967) e la debacle dei paesi arabi, i palestinesi tentano di darsi strutture autonome, non delegando più a quelli il proprio destino. Anche qui sembra nascere una guerra popolare contro Israele e i paesi che la sorreggono. La realtà si rivelerà molto più contraddittoria.

Le teorie di Fanon, in un intreccio di analisi sociologica81, politico-economica e psicologica, sembrano esemplificare tutti gli elementi già ricordati. I suoi scritti analizzano la separatezza e la alterità del colonizzato verso il colonizzatore. Secoli di oppressione hanno scavato una frattura insanabile, esistenziale, che ha investito e investe non solo i rapporti economici, ma anche i sentimenti, i vissuti, l’immaginazione e la psiche, tanto da produrre «due specie diverse». L’unico antidoto alla violenza sedimentata è la rivoluzione mondiale, frutto di un uso diverso e rovesciato della violenza stessa che sola può produrre nel colonizzato un cambiamento antropologico.

Anche da questi temi nasce la grande protesta giovanile in Francia (lo choc perla guerra d’Algeria), in Gran Bretagna (la perdita di peso dell’impero), più tardi in Portogallo (la lotta anticolonialista in Angola e Mozambico è determinante nella caduta del regime). Su questi, profondo è il legame tra movimenti marxisti e cattolici, alla base della teologia della liberazione e della scelta socialista di molti credenti82.

Il black power


Nel 1965, viene assassinato Malcom X, leader del movimento nero e di una parte di questo che sostiene la differenza, se non la superiorità, della sua razza contro ogni ipotesi di integrazione e di uguaglianza formale. Anche in lui il nazionalismo nero sembra sempre più lasciare il posto ad una posizione internazionalista e antimperialista. La sua splendida Autobiografia è uno dei testi fondamentali del radicalismo statunitense e mostra il percorso, allora comune, dal piccolo crimine alla presa di coscienza politica, dalla rabbia degli slums alla speranza collettiva nell’Islam che solo può ridare dignità e identità al popolo nero contro la società schiavista e razzista.

Nel ’68, quasi per paradosso, è assassinato Martin Luther King, profeta della nonviolenza. La sua morte sembra la sconfessione della sua stessa vita, l’affermazione della necessità della violenza come unico mezzo per abbattere un mondo che produce violenza. Il potere nero, che prende il nome dall’omonimo romanzo di Richard Wright, enfatizza l’orgoglio della razza, la richiesta di uguaglianza sociale, rifiuta l’assimilazione al modello americano, accettato, invece, da tanti «zii Tom», crea una dialettica tra nazionalismo nero (non pochi i richiami al «ritorno all’Africa») e sua collocazione nello scontro internazionale in atto. Le rivolte dei ghetti (1967), le proteste di massa dopo l’assassinio di Martin Luther King, la formazione di gruppi di autodifesa costituiscono una contraddizione profonda nel maggior paese capitalistico e imperialistico, dimostrano la sua debolezza, fanno crede che esso possa essere minato al suo interno.

Vietnam vince perché spara?


La sconfitta del colonialismo francese in Indovina nel 1954 è uno dei fatti periodizzanti del decennio. I successivi accordi prevedono, per il Vietnam, la formazione di due stati e la loro riunificazione, con libere votazioni, entro breve termine. In realtà, la divisione tra i blocchi e il timore di espansione comunista nell’Asia, spinge sempre maggiormente gli USA (la guerra di Corea è terminata da pochi anni) ad intervenire nel Vietnam del sud contro un movimento di resistenza non identificabile con i vietcong (comunisti vietnamiti).

La presenza cresce ancora maggiormente dal 1964 sino a trasformarsi, di fatto, in una autentica occupazione militare. Nel 1966, il presidente Johnson, senza neppure consultare il Congresso, decide l’escalation, cioè l’aumento graduale e progressivo dell’impegno militare. Dai «consiglieri militari» si passa a 300.000 uomini che toccheranno, poi, la punta di 500.000. I bombardamenti sulla repubblica del nord (il «Vietnam comunista») si allargano: dalle installazioni militari, ai porti, alle dighe, alle periferie, ai centri delle città. Sul piccolo paese viene scaricata una quantità di bombe superiore a quella impiegata in tutta la seconda guerra mondiale.

Contro la «sporca guerra» americana nasce un movimento internazionale che tocca tutti i continenti del mondo e politicizza anche settori tradizionalmente passivi.

Per molti giovani, cresciuti in un clima anticomunista, si rovescia il modo di intendere bene e male. L’immagine che prevale è quella di un piccolo paese, di un popolo povero che lottano contro la maggior potenza del mondo, della volontà che riesce a tenere in scacco le maggiori tecnologie. Inevitabile, soprattutto in Italia, l’analogia con l’occupazione nazista e la Repubblica sociale: anche nel nostro paese, una potenza militare straniera reggeva un «governo fantoccio» contro la lotta partigiana appoggiata dalla maggioranza della popolazione. Antifascismo e antimperialismo si fondano: il secondo sembra l’unico modo per attuare e attualizzare il primo. L’accusa di genocidio è alla base della formazione del Tribunale contro i crimini du guerra (presieduto da Bertrand Russel).

L’offensiva del Tet (gennaio ’68) dimostra i legami di massa della resistenza vietnamita, la capacità di penetrazione nel cuore della capitale e, anche se termina con una sconfitta militare, costituisce una indubbia vittoria politica, di grande valore simbolico.

La resistenza del piccolo paese asiatico (bombardamenti, porti minati, alluvioni provocate, torture, produzione bloccata, danni ambientali…) diventa simbolica e rilancia l’internazionalismo e la convinzione che sia possibile costruire un fronte internazionale. La solidarietà diventa un imperativo. Le raccolte di fondi, di plasma, le manifestazioni, la campagna di informazione costituiscono il maggior terreno di mobilitazione e di coscientizzazione per le giovani generazioni e sono paragonate a quelle degli anni Trenta, per la guerra di Spagna. Gli USA vivono la contestazione anche in casa propria; le università, parte del mondo culturale, i giovani, il movimento nero costituiscono spine nel fianco, mettono in discussione il consenso del sistema. I giovani si schierano contro il proprio imperialismo, sembrano rifiutare la «propria classe».

La Cina è vicina?


Dal settembre 1965 all’estate ’67 si sviluppa in Cina la Rivoluzione culturale proletaria. È un grande fenomeno di massa, scatenato dallo stesso Mao Tse-tung, per far uscire la rivoluzione cinese dai processi di involuzione ravvisabili nell’URSS e nei paesi dell’Europa orientale. A posteriori, il grande movimento di massa, che scuote il paese intero, si ritiene che venga scatenato da Mao e da settori dell’esercito popolare (Lin Piao) per scontri interni al partito contro l’apparato istituzionale e sindacale (Liu Shaoqi e Deng Xiao-Ping).

Il fondatore della Repubblica popolare cinese, trovandosi in minoranza, si appoggia alle spinte popolari, recupera l’ipotesi del Grande balzo in avanti, cancellata dalle correzioni successive, fa appello direttamente ai giovani contro le strutture parassitarie del partito stesso e dell’apparato statale, impregnate di tradizione confuciana e di adesione al modello stalinista.

In tutto il mondo,soprattutto nei paesi poveri, e nel movimento comunista, le posizioni cinesi suscitano interesse e dibattito. La lettura prevalente è quella di una sollevazione giovanile contro il burocratizzarsi della società, di un partito che, dopo aver preso il potere con una guerra decennale e la costruzione di un potere popolare e «dal basso» ha la capacità di rimettersi in discussione. Gli slogan che più toccano i giovani in occidente sono Ribellarsi è giusto e Bombardare il quartier generale, a dimostrazione di una interpretazione ribellistica, spesso spontaneistica e volontaristica.

A parte la disputa sul ruolo del partito (le guardie rosse sono guidate da esso o agiscono spontaneamente e senza direzione?) e sul complesso rapporto Stalin-Mao (continuità del vero marxismo rivoluzionario interrotta dal «revisionismo» di Krusciov o rottura? Ortodossia o ricerca creativa di una via diversa?), la lezione cinese ha grande influenza sulla sinistra critica occidentale, alla ricerca di nuovi riferimenti dopo l’esaurimento del modello sovietico.

In Italia83 nascono formazioni politiche che si richiamano alla Cina e al marxismo-leninismo, tentando un recupero della tradizione rivoluzionaria del PCI, spezzata dalla gestione togliattiana e dalla politica della «via nazionale». Non mancano richiami all’ala dura «dura, secchiana», alla «resistenza rossa», ai «vecchi, gloriosi compagni» emarginati dal partito dalle nuove generazioni; ovvio l’avvicinamento del paese asiatico all’esperienza staliniana. La maggiore il PCd’I (m-l) che si costituisce, non a caso, a Livorno, nell’autunno 1966. Altri leggono nel maoismo l’innovazione di un marxismo ormai sclerotizzato84, una oggettiva rottura con lo stalinismo, una critica pratica e teorica al modello sovietico di edificazione socialista, capace di spostare l’intero orizzonte del movimento operaio occidentale. È la posizione del Manifesto, parzialmente di Lotta Continua, che esalta soprattutto la concezione dell’impegno pratico, del rapporto masse-partito-masse, di un movimento reale che cresce dal basso. Le idee giuste vengono dalla pratica sociale, chi non fa pratica sociale non ha diritto di parola.

Quasi caricaturali alcune formazioni m-l (gli asili e i matrimoni rossi), in una trasposizione quasi meccanica della realtà di un paese lontano, mentre Avanguardia operaia, dopo iniziali valutazioni critiche, derivate dall’origine trotkista del suo gruppo dirigente, aderisce maggiormente alle posizioni cinesi. Scarso ascolto trovano valutazioni problematiche Quando lo storico Isaac Deutscher, in una lunga intervista a «La Sinistra», esprime critiche di fondo e ripercorre tutta la storia cinese dagli anni Venti, offrendone un quadro non oleografico, a tutti questa sembra un incidente, una caduta, una grave incapacità di analizzare un fatto nuovo che supera le tradizionali categorie della storiografia di ispirazione trotskista:

Noi comunisti e socialisti occidentali dovremmo considerare nostro compito non identificarci né con i sovietici né con i cinesi… Dovremmo criticare l’opportunismo sovietico e il tradimento sovietico della Cina; e dovremmo altresì cercare,per quanto possibile, di tirar fuori i cinesi dalle loro attuali fissazioni estremiste e irrazionali. Dovremmo cercare di ricordare ai sovietici e cinesi il loro dovere di agire insieme contro il pericolo di una guerra mondiale, contro l’aggressione americana al Vitenman…85.


Ancora più nette le critiche allo svolgimento stesso della rivoluzione culturale e all’antimarxista e antileninista opposizione e distruzione della grande cultura occidentale:


Solo selvaggi, o piccolo borghesi, o estremisti immaturi, o burocratici arrivisti possono fare un falò delle opere dei grandi pensatori e artisti del passato. I maoisti che fanno questo in nome del marxismo e del leninismo, commettono un karakiri morale. Essi arrecano danno, in questo modo, agli interessi rivoluzionari della Cina…86.


Analoga disattenzione sul successivo testo di Livio Maitan, in cui l’autore, più che i contrasti ideologici, prende in esame le strutture, le tendenze e le forze reali della società cinese.

La Cina di Mao costituisce un punto di forza nella costituzione della nuova sinistra italiana. Il venir meno di questo riferimento costituirà uno degli elementi che ne segneranno la crisi87. Non a caso, il Manifesto, costituendosi come movimento politico, individua nel grande paese asiatico e nel piccolo Vietnam il centro della rivoluzione mondiale e nell’Italia e nella Francia le due situazioni più avanzate nel mondo capitalistico, capaci e tenute a costruire un polo di riferimento anche per quelle, più grandi, esperienze.

Significativamente «il Manifesto» quotidiano dedica la sua prima pagine alle lotte operaie alla FIAT e alla realtà cinese:

Dai duecentomila della FIAT riparte oggi la lotta operaia. È una lotta che può far saltare la controffensiva padronale e i piani del riformismo. Corrispondenza dalla prima base rossa di Mao. Nelle risaie di Kiangsi a colloquio con i contadini sulla guerriglia indocinese e i rapporti con l’America88.

Il Che è vivo


La figura di Guevara inizia ad essere conosciuta nel corso della rivoluzione cubana, ma non viene distinta da quella degli altri leaders di questa. Si ricomincia a parlare di sue posizioni specifiche, soprattutto sulle scelte di politica economica, ma la sua «fama» non esce da ambiti e settori limitati e militanti. Nel 1964-65, la sua sconfitta nell’ambito della politica economica si lega ad una opzione «eretica» sulle questioni internazionali: dinamicità della rivoluzione mondiale, lotte dei paesi coloniali e neocoloniali, critica frontale all’URSS (il suo ultimo discorso, ad Algeri, lo ritiene corresponsabile della politica imperialistica), rifiuto di ogni appiattimento sulla Cina, contrapposizione alla coesistenza pacifica, necessità della moltiplicazione dei fronti di lotta per combattere l’imperialismo, riproposizione della dinamica cubana come «modello», almeno per il continente latino-americano, scoperta delle potenzialità dell’Africa.

Nel marzo ’65, il Che scompare. Per due anni nulla si conosce di lui. Il mistero contribuisce a crearne e moltiplicarne la leggenda. Si parla di lui in varie parti del mondo; addirittura si teme che sia stato assassinato in Cuba, come dissidente. Nell’aprile ’67, viene pubblicato il Messaggio alla Tricontinentale e il Che diviene sinonimo di internazionalismo. La convinzione è che la sua presenza in un paese dell’America latina possa costituire il detonatore per uno scontro continentale che si leghi a quello vietnamita.

L’emozione diviene, però, enorme dopo la sua morte (ottobre ’67). L’immagine del suo corpo steso, delle ferite al collo coperte dalla barba, delle piaghe mostrate dei militari boliviani come trofeo, è immediatamente associata al Cristo di Mantenga e contribuisce alla costruzione del mito.

Le sue opere sono poco note, le specificità del suo pensiero non sono immediatamente colte. Emergono la coerenza di vita, il sacrificio condotto sino alla morte, soprattutto il rifiuto di ogni privilegio. Affascina i giovani un uomo che rinuncia alla professione di medico, ad una vita agiata, per partecipare ad una avventura rivoluzionaria in un altro paese (Cuba), che vince, diviene ministro e rinuncia anche a questo, ricominciando dal nulla, in una nuova avventura (l’esperienza congolese sarà nota solo molti anni dopo), vissuta in un isolamento grave, nell’emarginazione da parte dei partiti comunisti ufficiali (la Cina,vergognosamente, non darà neppure notizia della sua morte), in condizioni fisiche drammatiche (la mancanza di mezzi, l’asma…).

Solo in seguito, al mito del guerrigliero eroico e ad un generico internazionalismo, si sommerà la comprensione del marxismo rivoluzionario e critico del Che.

L’internazionalismo, in crisi dopo la scoperta della natura dello stalinismo, non si limita alla riscoperta di grandi figure del movimento operaio (Rosa Luxemburg, Trotskij…), ma si lega alla realtà attuale, alla denuncia dell’iniquità del rapporto nord/sud del mondo (intervento a Ginevra, 1964), dello stesso rapporto fra URSS e Cuba (la critica alla qualità delle merci inviate), sino al distacco totale dall’URSS e considerare correo della guerra in Vietnam anche chi non considera questo paese inviolabile, parte del campo socialista.

L’unione di tutti i continenti poveri contro l’imperialismo è al centro di un disegno politico – sconfitto, ma lucido – presente nel creare due, tre, molti Vietnam e alla base della Tricontinentale che vivrà una breve stagione.

La lotta alla burocrazia e la costruzione dell’uomo nuovo sono l’altro grande cardine del marxismo del Che. La battaglia contro il conformismo, la mancanza di organizzazione, la mancanza di formazione politica e tecnica, si legano alla costruzione di una società radicalmente diversa dalla precedente, alla formazione di un individuo «pieno» (molte le assonanze con l’uomo ricco di Marx) che non si è formato in decenni di «socialismo reale» e che neppure a Cuba si sta costruendo (Sartre, folgorato dalla sua conoscenza nel 1960, parlerà di lui come dell’ “Umanista” del XX secolo).

Non è un caso, quindi, che, a parte le dispute ideologiche, l’icona del Che sia la più comune nel ’68 studentesco e che il suo mito continui ad affascinare i giovani ad oltre trent’anni dalla sua morte. Non è un caso che lo stesso mondo cattolico sia sollecitato ad interrogarsi sull’uso della violenza89.

La joli mai


Nel maggio ’68, la Francia è scossa da una ondata di agitazioni che partono dalle scuole e si trasmettono alla società intera.

Alla base, l’esplodere delle università, frequentate da una massa crescente di giovani, critici verso la cultura trasmessa e non certi di uno sbocco professionale adeguato, la concomitante protesta operaia (la rivendicazione delle 40 ore settimanali), l’opposizione al gallismo che domina, nel paese, da dieci anni.

La rivoltasi manifesta e si brucia nel giro di poche settimane, mettendo in discussione non solo la gerarchia scolastica e i rapporti di produzione, ma forme di vita, morale, istituzioni consolidate. Il governo, primo ministro Pompidou, tenta di isolare studenti ed operai (l’incontro dei quali preoccupa anche i sindacati), arrivando ad accordi sindacali, basati su consistenti aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. Per quanto contestati da settori consistenti di lavoratori (qui viene coniato lo slogan «La lotta continua»), gli accordi spengono parte della tensione. De Grulle convoca immediatamente le elezioni politiche che vince presentandosi come il solo capace di evitare il caos.

Il maggio francese indica chiaramente le difficoltà del Partito comunista, incapace di dare voce a grandi movimenti di massa che lo superano e lo travolgono, e anzi, spesso contrapposto ad essi; scandalizzano le posizioni dell’URSS, ferocissima nella critica agli studenti, trattati sprezzantemente ed equiparati a provocatori, agenti della CIA, lupi mannari. Indica, però, accanto all’incapacità e alla non volontà dei partiti tradizionale di usare, anche in chiave riformista, grandi spinte di base, l’immaturità della nuova sinistra (la forme che ne emergono vanno dagli anarchici di Cohn Bendit, alla Gauche proleterienne su posizioni «cinesi», ai trotskisti di Alain Krivine), divisa su opzioni ideologiche, inadeguata a offrire una alternativa a una sinistra storica pure alle corde.

I fatti francesi, però, la discussione sulla possibilità di sbocchi rivoluzionari nei paesi avanzati: anche chi aveva sostenuto la totale integrazione del movimento operaio occidentale si interroga sulla radicalità della spinta in Francia, sul nuovo potenziale rivoluzionario espresso dal proletariato di fabbrica:


Il maggio francese dimostra che la “vecchia” classe operaia ha più potenziale rivoluzionario di quanto i più “pessimisti” tra noi credessero, e che la “nuova” classe operaia ha un potenziale rivoluzionario molto maggiore di quanto i più “ottimisti” tra noi osassero sperare90.

La primavera di Praga


A partire dall’estate 1967, il regime burocratico post-staliniano esistente in Cecoslovacchia è messo fortemente in discussione. Nel congresso degli scrittori (giugno), molti interventi chiedono la libertà di stampa e mettono sotto accusa gli abusi e le illegalità compiuti nel dopoguerra. Nel gennaio ’68, Dubcek sostituisce Novotny nella carica di segretario di partito. A marzo, lo stesso Novotny lascia la carica di capo dello stato, mentre Dubcek proclama l’abolizione della censura. Nel governo entrano esponenti moderati e si iniziano una svolta economica, con l’abbandono del centralismo e dell’industria pesante, e una politica, con l’articolazione pluralista di formazioni diverse.

«Il Socialismo dal volto umano», espresso anche nel Manifesto delle duemila parole, preoccupa, soprattutto per la possibile uscita dalla Cecoslovacchia dal Patto di Varsavia e per il pericolo di contagio, l’URSS. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, le truppe del Patto di Varsavia invadono il paese. Nel giro di alcuni mesi, nonostante agitazioni sindacali, l’esperienza è definitivamente cancellata.

Molto differenziata è, nelle riviste e nei gruppi di nuova sinistra, la valutazione della primavera di Praga e sull’intervento militare sovietico. Ad un giudizio favorevole all’intervento, presente nell’ala «dura» del PCI e confermato dalla posizione cubana, si contrappongono un giudizio pro «nuovo corso» e critico verso l’URSS e i paesi satelliti e una condanna e della politica di Dubcek e dell’aggressione sovietica91.

Pesano, nelle diverse valutazioni, oltre a matrici teoriche, i diversi giudizi sulla riformabilità dei regimi dell’est e sulla possibilità di riforme che non riaprano la strada ad una economia di mercato (presente in molte teorizzazioni dell’economicista e ministro Ota Sik).

Prevale, comunque, il giudizio nettamente critico verso l’URSS, sempre più considerata «controparte», priva di qualunque connotazione socialista a livello interno e di proiezione rivoluzionaria in politica estera.


Dialettiche della liberazione


Il dominio della ragione e l’idea del progresso inarrestabile sono state per lungo tempo alla base di una concezione evoluzionistica e meccanicistica che tanto ha segnato la sinistra. La certezza di una vittoria certa, di una crescita inarrestabile della società che porterà inevitabilmente al trionfo dell’ipotesi socialista è presente nell’immaginario della maggioranza dei militanti.

Il pensiero degli anni Settanta, riprendendo analisi già formulate nei decenni precedenti, ma poco comprese e seguite, produce un rovesciamento. Il progresso inarrestabile dell’umanità, teso a liberare l’uomo dalla paura, a renderlo signore del mondo, si trasforma nel suo contrario, nella barbarie, genera nuovi mostri e nuovi miti.

La società industriale, frutto della razionalità pienamente dispiegata, tende a dominare la natura, pianificando ogni aspetto della realtà ed eliminando tutto quanto resta al di fuori di questa pianificazione. Tende, al tempo stesso, a creare bisogni per poterli soddisfare, a manipolare l’uomo, a ridurlo ad ingranaggio, distruggendo la sua individualità, creando una nuova barbarie, ancor più pericolosa di quella primitiva perché basata sul crescente sviluppo della tecnologia.

La libertà delle società sviluppate è falsa, condizionata e cancellata dalle forme di controllo sociale e di condizionamento. Il pensiero critico della Scuola di Francoforte, veicolato da alcune riviste già all’inizio del decennio, è conosciuto soprattutto nella versione marcusiana, attraverso il grande successo di L’uomo a una dimensione e Eros e civiltà.

La società industriale avanzata produce una nuova alienazione, aggravata dalla totale eclissi della critica e dalla mancanza di ogni opposizione, non più costituita dalla classe operaia. Le speranze di Marcuse sono riposte nei paesi poveri, negli intellettuali che rifiutano il conformismo, nei giovani, nei comportamenti non cloroformizzati, anche nelle scelte personali:


Quando nelle società più o meno opulente la produttività ha raggiunto un livello nel quale le masse partecipano ai suoi vantaggi, per cui l’opposizione è tenuta, efficacemente e democraticamente, sotto controllo, allora anche il conflitto tra padrone e schiavo è efficacemente tenuto sotto controllo. O piuttosto si è socialmente spostato. Esso ora esiste ed esplode nella rivolta dei paesi sottosviluppati…

Il rifiuto degli intellettuali può trovare appoggio in un altro catalizzatore. il rifiuto istintuale dei giovani in protesta. Sono le loro vite che sono in gioco, e se non le loro vite certo la loro salute mentale e la loro possibilità di essere completamente uomini92.


La critica alla falsa libertà, ad una democrazia letta non solo come non compiuta, ma come formale se non schiavizzante, si lega, quindi, nella formazione dei giovani alle grandi contraddizioni internazionali. Quasi un tentativo di fusione di motivi marxisti e freudiani, o di anticipazione della teoria dei bisogni, i movimenti giovanili esprimono l’esigenza di una totale rivoluzione a livello politico, ma anche esistenziale. Non a caso, dal 15 al30 luglio 1967, a Londra si svolge il convegno Dialettiche della liberazione, organizzato da Laing e Cooper, con la partecipazione, fra i tanti, di Marcuse, Sweezy, Goldmann, Carmichael, Ginzberg. I temi discussi, con accenti e proposte molto differenziate, sommano e compendiano, anche contraddittoriamente, il grande disordine che regna sotto il cielo, alle soglie del’68.


L’arcipelago della sinistra: partiti e gruppi, in “Il presente e la storia”, n. 59, I semestre, 2001


L’arcipelago della sinistra: partiti e gruppi


Dopo il ‘68. I partiti.


La sinistra italiana si presenta allo snodo del biennio 1968-69 con un peso ed una forza oggi difficilmente immaginabili.

Il Partito socialista (PSI) è da oltre un quinquennio forza di governo all’interno del centro- sinistra. Il bilancio non è positivo. La speranza di innestare riforme anche profonde e strutturali si è da tempo arenata davanti alla lettura democristiana dell’alleanza: una sostanziale continuità rispetto ai governi centristi, il continuo rinvio di trasformazioni e riforme dopo la prima breve fase, segnata dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica (creazione dell’ENEL) e dall’innalzamento a 14 anni dell’obbligo scolastico. Nel 1966 l’unificazione tra PSI e PSDI ha l’ambizione di dare vita ad una grande forza riformista, capace di contendere al PCI l’egemonia sulla classe operaia, di isolarlo e di essere poi alternativo alla DC, in uno schema bipolare proprio della più parte dei paesi europei.

Sull’opposizione all’ingresso nei governi di centro-sinistra e al rapporto privilegiato con la DC è nato nel 1964 il PSIUP (Partito socialista italiano di unità proletaria) che ha ripreso nome e simbolo del partito unitario vissuto, nel dopoguerra, sino alla scissione socialdemocratica del 1947. Tra il 1966 e il ‘68, questo partito vive la sua stagione migliore, con crescita organizzativa, elettorale (4,4 % alle politiche del ‘68, in cui frana, invece, il Partito socialista unificato), ma soprattutto caratterizzandosi come forza agile, capace di interpretare le spinte operaie e giovanili (la federazione giovanile raccoglie, per breve tempo, le migliori energie intellettuali). Il PSIUP franerà, nel periodo successivo sulla contraddizione, irrisolta, che lo percorre in tutta la sua breve esistenza: coprire lo spazio politico lasciato libero dallo spostamento «a destra» del PSI o collocarsi su una strada del tutto nuova, interpretando le trasformazioni del neocapitalismo, le istanze giovanili, lo scontro antimperialista a livello internazionale. L’atteggiamento più grave, che gli aliena gran parte del consenso, è l’oggettiva approvazione all’invasione della Cecoslovacchia (agosto 1968) da parte delle truppe del Patto di Varsavia.

Il Partito comunista, dopo due successi elettorali (1963: 25 %, 1968: 27%), vede, però, un calo del peso organizzativo, una difficoltà nel rapporto con le giovani generazioni, incertezze nella analisi dei mutamenti strutturali in corso nella società. Lo scontro fra «sinistra» (Ingrao) e «destra» (Amendola), centrato, appunto sull’analisi del capitalismo italiano (ormai integrato nel neocapitalismo, o ancora arretrato e tale da necessitare di una «rivoluzione borghese»?) si è chiuso con la sconfitta della sinistra, l’emarginazione di tutto il quadro «ingraiano» e l’affermazione di una mediazione, gestita dal segretario Luigi Longo.


Dopo il ‘68. I gruppi.


La critica da sinistra alle formazioni storiche è stata, per anni, propria solamente delle eresie legate alle figure di Bordiga e di Trotskij, quindi di piccole formazioni, spesso divise da dispute ideologiche, emarginate dal corpo reale della società, incapaci, anche dopo i mutamenti indotti dal 1956 (denuncia dei crimini di Stalin) di costituire, anche parzialmente, una alternativa alle formazioni maggioritarie.

La situazione cambia radicalmente nei primi anni Sessanta, con lo scontro politico/ideologico tra URSS e Cina. Nascono anche in Italia, come in molti altri paesi, formazioni «marxiste-leniniste» (filo cinesi) . Le caratterizza:

- il richiamo, spesso mitizzato, ad un PCI rivoluzionario, partigiano ed operato;

- una lettura acritica della Cina, di cui raramente si colgono le contraddizioni e i diversi passaggi nella sua storia anche recente, e del suo presidente, quasi divinizzato;

- il mito dei «vecchi gloriosi compagni», in gran parte emarginati dalla struttura del PCI negli anni post-resistenziali;

- il recupero, in sedicesimo, dei modelli organizzativi del PCI, della sua disciplina, delle sue organizzazioni collaterali;

- il giudizio storico apologetico su Stalin e sulla storia sovietica;

Tranne rari casi (fra tutti la rivista «Lavoro politico»), i gruppi m-l non riusciranno mai ad offrire analisi innovative. La presenza organizzata avrà come massime formazioni il Partito comunista d’Italia marxista leninista (PCd’I m-l), fondato a Livorno nel 1966 e soprattutto Servire il popolo, atipico partito m-l, nato da militanti di formazione trotskista, poi approdati al più rigido dogmatismo maoista, impregnato di populismo e di culto per il capo (Aldo Brandirali, in anni successivi approdato all’integralismo cattolico).

L’enorme frammentazione, causata dal moltiplicarsi delle scissioni, dalle dispute ideologiche e in alcuni casi anche personali, il mutamento di politica da parte della Cina, con conseguente verticale caduta delle speranze suscitate, producono una progressiva scomparsa di questi gruppi o partiti. L’ultimo, il PCd’I m-l (giornale «Nuova Unità»), dopo la morte di Mao e la sconfitta, in Cina, della banda dei quattro, approderà ad un rapporto privilegiato con l’Albania e quindi, all’interno di una logica di campo, con l’Unione sovietica.

Diverso il discorso per le formazioni operaiste. Alla base della loro nascita e crescita, i profondi mutamenti strutturali dell’Italia tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima dei Sessanta e la ripresa di lotte di fabbrica che producono una diversa politica sindacale e teorizzazioni che vedono nella classe operaia della fabbrica fordista il centro dello scontro e chiedono ai partiti di modificare, su questo asse, la propria politica. Il lavoro teorico e pratico di Raniero Panzieri, di Danilo Montaldi, di Mario Tronti, riviste come i «Quaderni rossi» e «Classe operaia» danno voce a posizioni fortemente alternative rispetto ai partiti ufficiali93.

Le lotte di fabbrica del ‘68, della primavera ‘69, in particolare alla FIAT, e gli scontri che agitano Torino, il 3 luglio 1969, vedono le avanguardie studentesche presenti, il tentativo di un legame studenti/operai, postulano la necessità di uno sbocco politico.

Una parte del movimento rompe con la concezione leninista dell’avanguardia esterna, sostiene la diretta politicità delle lotte operaie (oltre il limite tradeunionistico attribuito ad esse da Lenin), ipotizza un «partito» basato solamente su un coordinamento orizzontale di avanguardie «interne»94. Nasce, da questa ipotesi, il cui principale teorizzatore è Adriano Sofri, Lotta Continua.

Sul versante opposto, viene teorizzato il fatto che lo scontro in fabbrica, di per sé, abbia toccato il culmine. Sono dati come acquisiti il rifiuto del lavoro, la conflittualità permanente, la richiesta del salario politico generalizzato. Occorre passare allo scontro con lo Stato per cui è necessario il partito, frutto di una sintesi singolare tra operaismo e leninismo.

Diversa e per molti aspetti singolare l’origine del Manifesto. La spinta studentesca e giovanile del ‘68, la singolare coincidenza di questa con il ciclo di lotte contro la fabbrica fordista e con le battaglie antimperialistiche su scala internazionale fa nascere in seno al PCI, in una parte della componente ingraiana, l’esigenza di uno strumento di riflessione e di proposta al partito su tre questioni fondamentali: la strategia internazionale giudicata troppo appiattita sull’URSS e, conseguentemente, poco aperta ai movimenti rivoluzionari e alla novità rappresentata dalla rivoluzione culturale cinese; le scelte interne che non possono essere limitate alla richiesta di un «governo più a sinistra», ma devono porre il partito come centro di un processo di transizione al socialismo; la democrazia interna, con la richiesta di «ufficializzazione» del dissenso.

Su queste ipotesi, dal giugno 1969, esce la rivista «Il Manifesto». L’iniziativa viene considerata al di fuori della tradizione di disciplina del partito, come atto di rottura. I promotori del «Manifesto» (Rossanda, Pintor, Caprara, Natoli, Magri) sono radiati dal PCI nel mese di novembre, proprio all’apice dello scontro contrattuale e nel momento in cui si stanno formando i «gruppi» di sinistra. Il ‘68 ha chiesto i conti al maggiore partito della sinistra europea e questo, con un provvedimento amministrativo, non ha voluto accettare la sfida. Le conseguenze, nel difficile e conflittuale rapporto tra sinistra storica e nuova, saranno pesanti per tutto il decennio successivo95.


La crescita dei gruppi; le contraddizioni; la «triplice», la prima sconfitta elettorale.


Gli anni 1969-73 vedono una crescita e una strutturazione, anche se con molte contraddizioni, delle formazioni che si collocano a sinistra di PCI, PSI e PSIUP. Può stupire, nella realtà attuale, il livello di politicizzazione e di rapida radicalizzazione di masse giovanili, il dibattito politico spesso eccessivamente ideologico, l’impegno in prima persona assunto spesso come «scelta di vita». Possono stupire la ricerca di radicamento sociale, di rapporto con una classe operaia spesso mitizzata, la nascita di gruppi di sinistra anche in piccoli centri ed in realtà emarginate, resistenza di una miriade di fogli periodici e per alcuni anni di tre quotidiani (in una breve fase addirittura cinque) con tirature di alcune decine di migliaia di copie.

Può stupire la stessa dimensione organizzativa di tante formazioni che, sommate, raggruppano e organizzano decine di migliaia di uomini e donne (in gran parte giovani) e per le quali in un decennio ne sono passati centinaia di migliaia. Indipendentemente da ogni valutazione politica di merito, è un grande fenomeno sociologico e psicologico che meriterebbe più attenzione e studio.

Il gruppo più significativo, più esemplare, in positivo e in negativo, della nuova sinistra italiana è, senza dubbio, Lotta Continua. La sua radicalità, le scelte di molti suoi leaders e recenti vicende giudiziarie hanno riportato l’attenzione sulla sua storia; a tentativi di ricostruzione complessiva96, si sono affiancati servizi giornalistici, testimonianze, ricordi che spesso hanno banalizzato un percorso almeno decennale. Molti degli stessi protagonisti hanno banalizzato fasi importanti della propria vita, hanno proiettato su queste scelte successive, hanno addebitato all’organizzazione e alle altre dell’area tutti gli aspetti negativi della stagione successiva. Sono forme di rimozione, o comunque, di riflessione a posteriori, quelle che spingono Adriano Sofri (indipendentemente dalla valutazione sulle vicende giudiziarie che lo hanno toccato per l’omicidio Calabresi), a sostenere che in LC la componente politica è stata molto inferiore a quella dei rapporti umani, quelle che portano Guido Viale a ribadire che in LC non esistevano ideologie, né teorie, né strutture organizzative, programma e risoluzioni e che essa viveva anzitutto come uno stato d’animo.

Lotta Continua nasce, riprendendo un noto slogan del maggio francese, nell’estate del 1969. Nell’autunno si aggregano nuclei studenteschi ed operai che le danno una dimensione nazionale con punte a Torino, Trento, Pisa, in Toscana, in varie realtà di fabbrica. Proprio di questa prima fase è il rifiuto dell’organizzazione, in base alle ricordate tesi di Sofri per cui occorre semplicemente generalizzare gli elementi più avanzati delle lotte, offrendo collegamenti fra queste. Ovvia la contraddizione: allora perché il gruppo politico? E a chi spettano le decisioni in questo?

Sulla base di una analisi comune a molti settori della nuova sinistra, (espressa da Sofri nell’intervento al convegno di Torino del 25 e 26 luglio 1969), data la fase del capitalismo e la totale fusione tra pubblico e privato, sindacato e partiti riformisti gli sono ormai totalmente funzionali. Le riforme, anzi, sono volute dal grande capitale, che mira ad un compromesso con la sinistra riformista ed i sindacati per attenuare le contraddizioni esistenti. L’unica risposta è l’«autonomia operaia», la generalizzazione delle lotte, il totale rifiuto delle compatibilità a cui i sindacati si sono subordinati. Di qui il rifiuto dei delegati, considerati strumento sindacal-padronale, cuscinetto usato dagli industriali contro la spinta dal basso che non può essere delegata. Caratterizzano fortemente il gruppo una permanente sopravvalutazione delle proprie forze e di quelle del «movimento», almeno inizialmente, la prosecuzione in fabbrica della lotta contro l’autoritarismo, propria del movimento studentesco, la centralità di questa come luogo di aggregazione e come punto focale della contraddizione capitale/lavoro.

Dalla fine del 1969, è consistente l’impegno sui temi dell’antifascismo e della «strage di stato». La denuncia dell’intreccio fra estrema destra ed apparati dello Stato, dei legami internazionali (la Grecia dei colonnelli), della montatura contro gli anarchici e la sinistra tutta, è propria di tutta l’area, ma vede LC come protagonista, anche per lo stile inusitato nella polemica e nella accusa. Non a caso, vengono incriminati tutti i primi direttori del settimanale: Piergiorgio Bellocchio, Pio Baldelli, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini.

Nel 1971, la prima svolta: si ritiene che la lotta di fabbrica abbia raggiunto un tetto e debba essere socializzata. Nasce lo slogan «Prendiamoci la città», come sintesi del passaggio dalla fabbrica alla realtà metropolitana e di maggiore attenzione verso temi quali casa, trasporti, istruzione. L’autonomia operaia dalla fabbrica si riversa sulla società intera. Luciano Della Mea definisce la svolta come il superamento dell’insurrezionalismo del maggio francese, della guerra di popolo maoista, per partire dai bisogni delle grandi masse, mai soddisfatti dalle forze dominanti:


«Prendiamoci la città» non è una parola d’ordine infantile e provocatoria, non è un invito irresponsabile al saccheggio e all’insurrezione, è invece un programma strategico di formazione e di consolidamento di avanguardie proletarie all’interno di un processo rivoluzionario di lunga durata. Prendersi la città vuol dire unire i proletari a partire dai loro bisogni fondamentali, strapparli all’isolamento e alla miseria cui li condannano i padroni, abituarli nella lotta a discutere e a vivere da comunisti 97.


Il giudizio positivo sulla rivolta popolare di Reggio Calabria, por gestita dalla estrema destra, testimonia la convinzione che qui vi siano le maggiori contraddizioni, l’attenzione non solo per la fabbrica, ma per la marginalità sociale, lo spostamento a sud di quadri e militanti. Vive una breve stagione l’esperienza del giornale per il meridione «Mo che il tempo s’avvicina ».

Nel 1972, «Lotta Continua» settimanale si trasforma in quotidiano. La convinzione continua ad essere quella di uno scontro, innestato dalle lotte proletarie e da tentativi reazionari, in tempi brevi. L’atteggiamento in occasione dell’assassinio del commissario Calabresi, oggetto di una durissima polemica a causa della morte dell’anarchico Pinelli, ufficialmente «suicidatosi», lanciandosi dal quarto piano della questura di Milano, dopo l’attentato del 12 dicembre 1969, dimostra non piccole contraddizioni. Per il giornale del 18 maggio, giorno successivo all’assassinio, questo è un «atto in cui gli sfruttati si riconoscono»98. Due giorni dopo, il 20, il commento media tra la «ragione che suggerisce di riflettere sull’uso che [di questo] fanno le forze repressive e il sentimento che suggerisce di provare soddisfazione per l’eliminazione di un nemico». In ogni caso, la morte di Calabresi rafforza la coscienza proletaria.

Diversa l’esperienza di Potere operaio. Presente in particolare nell’Italia centro-settentrionale, con punti di forza in alcune realtà di fabbrica, la formazione si caratterizza immediatamente per obiettivi radicali (il rifiuto del lavoro, il salario politico generalizzato). Strumenti: la conflittualità permanente e il partito che deve mirare alla insurrezione contro lo Stato. La mancata crescita dell’organizzazione e della presenza sui luoghi di lavoro spinge all’incontro con il gruppo del Manifesto, nella prospettiva di moltiplicare l’esperienza dei Comitati politici operai. Il lavoro comune non decollerà mai per le inconciliabili diversità delle stesse matrici culturali e teoriche.

La concezione insurrezionalista supera, sin dal 1972, quella del lavoro politico di base. Da qui la nascita di un settore clandestino e l’accentuazione degli scontri di piazza. Esemplare di questa tendenza la giornata dell’11 marzo 1972. La morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli viene valutata in modo opposto rispetto agli altri gruppi di sinistra: mentre questi parlano di provocazione, Potere operaio titola a tutta pagina: È caduto un rivoluzionario. Eguale l’atteggiamento sull’assassinio di Calabresi. Il distacco dalle altre organizzazioni accentua l’isolamento e l’impotenza politica. Scarsa la presenza nelle lotte contrattuali del 1972-73. Le differenze interne esplodono e portano, di fatto, allo scioglimento dell’organizzazione nel convegno di Rosolina (maggio 1973). Le varie aree regionali e il settore femminile si autonomizzano. I vari tronconi di Potere operaio sceglieranno strade diverse, dai gruppi spontanei di fabbrica all’Autonomia operaia organizzata.

Singolari e atipiche la formazione e la storia di Avanguardia operaia. L’organizzazione è fondata da dirigenti che hanno lasciato la sezione italiana della IV Internazionale trotskista99, ma soprattutto sul campo, dall'esperienza dei Comitati unitari di base (CUB) che nascono e si estendono soprattutto, ma non solo, nel milanese, in grandi fabbriche e anche tra impiegati e tecnici100. In interpretazioni a posteriori di suoi dirigenti, è questo legame con l’esperienza diretta dei CUB a salvare AO da molti dei limiti di settarismo e di leaderismo che toccano altri gruppi, a sostenere e praticare il diritto di tendenza, a non cadere in limiti di «istituzionalismo», tanto comuni anche alla sinistra che si definisce «extraparlamentare». AO, nata ufficialmente nel ‘67, si consolida nel ‘68 e ‘69, anno in cui esce la rivista omonima. Alla base il richiamo al marxismo e al leninismo, ma la forte opposizione allo stalinismo che porta ad un giudizio non apologetico sulla Cina e la proposta di unificazione dell’« area leninista », dell’aggregazione, cioè, attorno ad AO, di tutte le formazioni non appartenenti al filone marxista-leninista ortodosso o a quello operaista.

La prima fase è caratterizzata dall’astensionismo, dalla contrapposizione dei CUB ai sindacati, dalla forte polemiche teorica con le organizzazioni non «leniniste».

Specifica e atipica è la storia del Manifesto e del PdUP. Il primo nasce, come rivista di tendenza, all’interno del PCI. I suoi promotori, radiati dal partito, tentano dall’inverno 1969-70 di dare vita ad una formazione politica che aggreghi settori, anche diversi, della nuova sinistra. Nell’estate ‘70, il primo documento organico, le Tesi per il comunismo, sintesi di ipotesi del comunismo di sinistra, della componente ingraiana all’interno del PCI, di spinte operaistiche e di una scelta internazionale critica verso l’URSS e molto piegata verso la Cina. Il 28 aprile 1971, nasce il «Manifesto» quotidiano, quattro pagine, 50 lire, «tutto politica». Il successo del quotidiano segna l’ingresso nel gruppo politico di formazioni contigue e spinge alla presentazione elettorale autonoma alle elezioni politiche del maggio 1972. La sconfitta è frontale. All’interno di un complessivo lieve spostamento a destra, il Manifesto, nonostante la candidatura di Pietro Valpreda, ottiene solamente un modestissimo 0,7% che si somma all’insuccesso di Servire il popolo (0,2%), del PSIUP (1,8), del Movimento politico dei lavoratori (MPL), espressione della sinistra cristiana (0,4%). Nonostante la spallata del ‘68-‘69, la classe operaia e il «popolo di sinistra» si riconoscono prevalentemente nel PCI e la nuova sinistra non riesce a coagulare una alternativa credibile. PSIUP ed MPL si sciolgono; le loro maggioranze confluiscono nel PCI e nel PSI. Le sinistre interne che rifiutano la confluenza continuano un' esperienza esterna ai partiti maggioritari, fondando Il Partito di Unità Proletaria (PdUP).

Sulla crisi dei gruppi m-l, sullo scioglimento di Potere operaio, sull’emergere delle prime forme di lotta armata, nella nuova sinistra si compie un processo di polarizzazione attorno a tre organizzazioni: LC, AO e quella che faticosamente e con contraddizioni sta formandosi attorno all’unificazione tra Manifesto e PdUP.

Il compromesso storico. L’ascesa della sinistra.

Nel settembre 1972, il Cile vive il dramma del colpo di stato fascista contro il governo delle sinistre. Le somiglianze con la realtà italiana sono molte: simili i partiti, simile l’esistenza di una sinistra critica verso le scelte di quella storica, simile il pericolo di una destra antidemocratica, forte anche per i suoi legami internazionali, simile l’esistenza di una forte Democrazia cristiana. Per i gruppi, il colpo di stato, nella sua drammaticità (arresti, torture, massacri ... ), dimostra chiaramente l’impossibilità di ogni strategia riformista e gradualista e la necessità di una scelta rivoluzionaria.

Opposta e destinata a segnare il dibattito negli anni successivi, la scelta del PCI. Enrico Berlinguer, dall’anno precedente segretario nazionale, con tre articoli sul settimanale «Rinascita », lancia l’ipotesi del «compromesso storico»101. I fatti cileni hanno dimostrato che la sinistra, da sola, non può governare, che il pericolo maggiore è dato dalla contrapposizione e dal distacco frontali fra le grandi forze popolari. L’unità della sinistra, per quanto auspicabile, non è sufficiente. Occorre impedire la saldatura fra il centro democratico e la destra, riproporre l’incontro fra tutte le forze democratiche già avutosi nella Resistenza e nel dopoguerra. Nella situazione specifica italiana, è indispensabile l’incontro fra le tre grandi formazioni popolari e di massa: quella comunista, quella socialista e quella cattolica (nella prima versione Berlinguer usa espressamente la forma «democristiana»).

Forte l’impatto della proposta, ma deboli le obiezioni interne. Qualche critica da Terracini e da Ingrao. Longo afferma di non amare il termine e di preferirgli quello, gramsciano, di «blocco storico». Solo a posteriori, Cossutta criticherà questa proposta e soprattutto la sua applicazione. Il partito sembra compatto. Qualche preoccupazione nel PSI che rischia di essere scavalcato da un paventato accordo tra le due maggiori organizzazioni.

Indubbie l’importanza della proposta e l'impatto che essa ha sulle altre forze politiche. Significative l’analisi sulla DC che tende al prevalere, in essa, dell’ala democratica e popolare, ma tende a dialogare con essa, nella sua interezza, e la riproposizione di una analisi economico-politica per cui nella Costituzione, nelle leggi, nella presenza di forze politiche e sindacali democratiche, esistono già «elementi di socialismo». Inevitabili le dispute: continuità rispetto alla politica comunista caratterizzata dalla svolta di Salerno e dalla proposta di «via nazionale», accentuazione di questa o svolta? Ed è democratico un metodo per cui la linea del partito è determinata dalla proposta, non discussa del segretario?

La nuova sinistra risponde con una polemica frontale e con lo slogan, di fatto frontista: «Uniti sì, ma contro la DC». È in atto, nelle sue forze maggiori, una svolta, parallela all’ormai compiuto processo di polarizzazione attorno alle tre maggiori organizzazioni: Lotta Continua, Avanguardia operaia e Manifesto- PdUP, avviati ad una difficile unificazione.

AO abbandona progressivamente l’ipotesi di costruzione dell’«area leninista» e si avvicina alle altre formazioni (l’«area della rivoluzione»). Muta il suo atteggiamento verso il sindacato (i CUB non gli sono più contrapposti).

LC lascia alle spalle la sua fase «estremistica» e tenta di sistematizzare le proprie ipotesi, aprendo la fase di «LC come forza politica». La morte di Feltrinelli, l’omicidio Calabresi, lo scontro di linee politiche all’interno del Comitato contro la strage di stato, derive violentiste che portano a rapine e ai primi sequestri, l’esaurimento della spinta alla FIAT spingono l’organizzazione ad un mutamento di rotta. Ne è indice la «svolta» sulle carceri, con l’abbandono della esaltazione di tutti i comportamenti ribelli e dell’organizzazione I dannati della terra, per cui ogni carcerato era necessariamente politico.

Altri indici di svolta sono il diverso atteggiamento verso i delegati, per anni rifiutati, la partecipazione (1974) alle elezioni scolastiche, la campagna per la richiesta di messa fuorilegge del MSI. Il primo congresso dell’organizzazione avviene solo nel 1975, a oltre cinque anni dalla sua fondazione di fatto. Vengono approvate le tesi elaborate da Sofri, massima elaborazione strategica di LC e lo statuto, mutuato da quello del Partito comunista cinese. La nuova parola d’ordine è PCI al governo, nella convinzione che il suo ingresso al governo sia inevitabile, data la crisi della DC, e che questo creerà contraddizioni con la parte più reazionaria della borghesia che tenterà di uscire dal quadro democratico e con le masse che non si riconosceranno nella politica riformista, incapace di rispondere ai loro bisogni materiali. Permane lo schema, comune a gran parte della nuova sinistra, di uno iato fra un vertice borghese e la necessità di mantenere, comunque, la rappresentanza del movimento di classe.

Manifesto e PdUP si unificano nel luglio 1974. Il nome scelto, non senza contraddizioni per le diverse matrici, è PdUP per il comunismo. Anche il Manifesto ha compiuto, dopo la sconfitta elettorale, una «conversione a destra», nel progressivo abbandono della ipotesi consiliare, in un oggettivo mutamento di giudizio sul PCI, nella sopravvalutazione della valenza politica delle piattaforme sindacali. Molte le differenze fra i due gruppi, la cui unificazione sarà breve e difficile. Diverso il giudizio sul sindacato, diversa, almeno inizialmente, la tattica elettorale, diverse le valutazioni sulla fase. Nel 1973 e 1974 «Il Manifesto» ha ospitato un dibattito su Spazio e ruolo del riformismo. Le valutazioni di Magri sulla «crisi di sistema» e sulla necessità, per il movimento operaio, di passare dalla irresponsabilità verso il ciclo produttivo alla «egemonia sociale» sono contraddette, come illusorie, dagli economisti del PdUP. Poco dopo l’unificazione, Vittorio Foa pone per la prima volta il tema del «governo delle sinistre» che nasce dalla crisi della DC e dall’esaurirsi della sua capacità di mediazione sociale. Il governo deve nascere da un programma comune e da un continuo rapporto con le lotte di massa. Rossanda replica nettamente: la proposta di Foa è tutta istituzionale e subalterna alla sinistra riformista. Le posizioni sembreranno rovesciarsi nel periodo successivo. Nell’autunno, aderisce al nuovo partito parte del Movimento studentesco di Milano (leader Mario Capanna). La prima conferenza nazionale di organizzazione segna uno stallo. Attriti anche per le elezioni degli organismi rappresentativi studenteschi. Tutti i nodi irrisolti esploderanno due anni dopo102.

Per le elezioni amministrative del giugno 1975, Lotta Continua sceglie il voto al PCI. AO e PdUP presentano liste comuni (compare per la prima volta la sigla Democrazia Proletaria) in alcune regioni. In altre si presenta il PdUP, in Piemonte AO. Per la prima volta, superata la discriminazione che la aveva colpita nelle elezioni precedenti, la nuova sinistra interviene nelle tribune elettorali televisive. La campagna elettorale si intreccia alle polemiche contro la legge Reale che introduce il fermo di polizia, alle morti di quattro militanti di sinistra (Varalli, Zibecchi, Miccichè, Boschi), alle speranze suscitate dalla vittoria in Vietnam. Non mancano contrasti nel PdUP e fra le due formazioni sulla composizione delle liste, sul ruolo del quotidiano103, sulle matrici politiche, come dimostrano le opposte posizioni nel dibattito su Togliatti104.

I risultati delle amministrative del 15 giugno segnano un terremoto politico. Il PCI balza al 33 %, la DC crolla, la sinistra conquista molte regioni e le maggiori città. Il desiderio di cambiamento espresso dalla molteplicità dei movimenti di lotta si orienta, nonostante scontri, polemiche e contraddizioni, sul maggiore partito della sinistra. Democrazia Proletaria e PdUP raccolgono circa il2%, con punte positive in Toscana, Calabria, Lombardia (soprattutto Milano). E' un risultato piuttosto modesto, soprattutto davanti alla grande crescita, non solo elettorale, comunista. PdUP e AO rilanciano il processo di unificazione, mentre Lotta Continua che pure mantiene la parola d'ordine «PCI al governo», inizia a mettere in discussione la propria scelta. Davanti al carattere delle giunte e alla riproposizione della ipotesi di compromesso storico, gli assi (autonomia delle lotte e PCI al governo) su cui LC si è retta nell'ultimo periodo iniziano a non reggere. Irrompe, più fortemente che negli altri gruppi la contraddizione innestata dal femminismo.

Le elezioni politiche. L'unità nazionale. La crisi dei gruppi.


Nel gennaio 1976, davanti al crescere della tensione fra DC e PSI e alla quasi certezza di elezioni anticipate, LC «svolta», proponendo l’unità della sinistra rivoluzionaria su alcuni temi sociali fondamentali (casa, lavoro, salario, orario). Il PdUP al suo primo (e unico) congresso nazionale mette in luce tutte le irrisolte, ed esplosive, contraddizioni interne. I nodi centrali riguardano la presenza nel sindacato, il rapporto con il PCI che Magri giudica capace di modificare la propria linea politica, l’unificazione con Avanguardia operaia su cui insiste la componente «ex PdUP». Al congresso si hanno, quindi, due relazioni (Rossanda e Silvano Miniati). Vana la mediazione di Luigi Pintor. La componente «ex Manifesto» ottiene una risicata maggioranza (47 % dei voti congressuali contro il 44 %). I mesi successivi vedranno continuare le polemiche sino alla scissione che segnerà la scomparsa, annunciata, del più significativo tentativo di costruire una forza capace di legare matrici diverse, settori operai e studenteschi, associazioni emerse dalle spinte degli ultimi anni, settori consistenti del sindacato e del movimento partigiano. Lo scontro immediato avviene sulla scelta elettorale; dopo un rifiuto iniziale, AO e l’«ex PdUP» accettano la proposta unitaria di LC. L’«ex Manifesto», pur in maggioranza nel partito, si piega per evitare una possibile scissione e l’isolamento. Pintor lascia la direzione del «Manifesto». Pochi giorni dopo, a Radio città futura, polemizza frontalmente con Sofri. Per Magri, l’accordo non è politico, ma solamente elettorale. La campagna vedrà iniziative separate. I candidati di LC sono collocati in coda alle liste, nella convinzione che:

- la DC franerà e la sinistra otterrà la maggioranza (governo delle sinistre)

- la lista della nuova sinistra, Democrazia Proletaria, raccoglierà un grande consenso

- all’interno di questa, i candidati di LC saranno i più votati.

La campagna elettorale è durissima, segnata dall’assassinio, a Sezze Romano, di un giovane della FGCI da parte di squadre fasciste, e, a Genova, del procuratore Francesco Coca da parte delle Brigate rosse. Il PCI accentua ancora le proprie scelte rifiutando a priori la possibilità di un governo di sinistra e proponendo un esecutivo di emergenza fra tutte le forze democratiche. Berlinguer, artefice della stagione dell’eurocomunismo, è da poco intervenuto a Mosca, al congresso del PCUS, riproponendo la scelta del PCI per il pluralismo e la democrazia. Ora, a pochi giorni dal voto, accentua la natura di «partito di governo» del PCI, dichiarando, in una intervista al «Corriere della sera» l’accettazione del Patto atlantico. Il partito sta crescendo (dal 1970) nel tesseramento, e nella sua presa su settori di ceto medio, parallelamente all’aumentare del discredito del sistema di potere della DC che è costretta a cambiare il segretario (viene eletto Zaccagnini), a rilanciare l’attivismo, a darsi un volto nuovo e rinnovato, pur in una campagna tutta giocata sull’anticomunismo e sul pericolo di sorpasso.

Il 20 giugno, il per raggiunge il suo massimo storico (34,4%), ma la DC recupera (38,7%), facendo il pieno dei voti moderati. Crolla il PSI (9,6%) che cambia segretario. Inizia la lunga stagione craxiana. DP non va oltre l’1,5 % ed elegge sei deputati: Magri, Castellina, Milani (PdUP), Gorla e Corvisieri (AO), Pinto (LC).

È impossibile ricostruire il centro-sinistra, anche per l’indisponibilità del PSI che ha pagato prezzi pesanti, non maturo il PCI per l’ingresso nell'esecutivo, si forma il «governo delle astensioni», monocolore DC presieduto da Giulio Andreotti. Il cambiamento, sperato e ritenuto dietro l’angolo, non si verifica. Inizia un lento e progressivo logoramento tra il PCI, il sindacato e la loro base sociale. Le riforme ipotizzate si trasformano in «politica dei sacrifici», davanti alle emergenze economiche (inflazione, crisi della lira) la cui «oggettività» è accettata come assioma anche dalla sinistra. La «politica dei sacrifici» si trasforma in «austerità» (gennaio 1977) proprio nel momento in cui si manifesta un inedito movimento giovanile, frontalmente critico verso partiti e sindacati e che vive ormai la «crisi della politica». Molti giovani abbandonano la militanza, accusando i gruppi di burocratismo, di leaderismo, ritenendo alienante un impegno che ipotizza un cambiamento che si allontana nel tempo e che comprime la vita quotidiana. Questo disincanto politico si accompagna a motivazioni esistenziali, alla critica femminista, alla ricerca di un non meglio definito “modo di fare politica”, a forme aggregative non partitiche.

Lo slogan:


«Via i vecchi tromboni dalle nuove occupazioni» non era una facezia. Dava voce a un risentimento collettivo, sotterraneo, ma potente. Rivelava tutta la comprensibile diffidenza per chi aveva cambiato le parole d’ordine, ma lasciate intatte le forme della politica, per chi si era scostato solo in superficie dal modello detestato del PCI e per il resto ne aveva ripercorso ciecamente le tappe105.


Gli incidenti all'università di Roma (17 febbraio 1977) tra studenti «autonomi» e servizio d’ordine sindacale, in seguito ad un tentato comizio di Luciano Lama, dimostrano chiaramente l’incomunicabilità fra due generazioni e due sinistre. «Il Manifesto» del giorno successivo titola: Giornata nera all’università di Roma. L’irresponsabilità di PCI e sindacato respinge il movimento giovanile nel ghetto dell’estremismo e spezza il dialogo fra operai e studenti.

Pochi giorni prima, Ugo Pecchioli ha riproposto la teoria degli «opposti estremismi».

La crisi dei gruppi è profonda. Nel novembre 1976, Lotta Continua si scioglie. Il suo segretario, Sofri, chiede ai militanti di vivere nel terremoto, accettando cioè, tutte le contraddizioni del movimento. Ogni segmento sociale o tematico (operai, donne ... ) tende ad autonomizzarsi. Il gruppo dirigente rinuncia ad ogni ruolo di mediazione e di orientamento. LC ha vissuto la sua breve parabola nella certezza di tempi brevi e di un corso politico ben diverso da quello che va aprendosi. Sta scomparendo il riferimento totalizzante alla classe operaia. Già la svolta «organizzativa» e «da partito» ha incontrato resistenze. Il «ritorno al movimento» sembra a molti il ritorno alla fase iniziale, capace di immergersi nel movimento e di dargli voce. Non sarà così. Il gruppo si frammenterà in mille direzioni. Il giornale vivrà ancora per alcuni anni, caratterizzandosi come espressione di movimenti, di militanti, privi oramai di una direzione e anche di riferimenti comuni. Le lettere inviate al giornale, nella sua ultima fase, saranno espressione di disorientamento, di crisi anche esistenziale, dell'intreccio tra l'aspirazione a cambiare la società e quella a cambiare la propria vita.

Il PdUP e Avanguardia operaia si scindono ambedue in una «destra» e una «sinistra». Il processo di unificazione tra le due organizzazioni si incaglia per le diverse valutazioni circa la crisi e la necessità di un intervento, non della estraneità, su di essa, la prospettiva del governo delle sinistre, i rapporti con il PCI.

Il convegno nazionale operaio che si svolge in dicembre a Torino non inverte la situazione. A febbraio, «Il Manifesto» pubblica un documento della maggioranza del comitato centrale del PdUP e della minoranza di quello di AO. Al centro, l’analisi sulla situazione internazionale che rende impossibili mutamenti parziali (il «compromesso storico»), ma anche la tradizionale lettura della rottura del potere statuale. L’unificazione AO-PdUP può avvenire solo escludendo questi estremi e rifiutando una protesta radicalizzata priva di prospettive.

Il 26 febbraio si riunisce l’ultimo Comitato centrale del PdUP per il comunismo. È respinta qualunque ipotesi di mediazione. Viene approvato, con 31 voti contro 30, un ordine del giorno che significa la scissione. La sigla e il simbolo del PdUP per il comunismo restano alla maggioranza del PdUP (Magri, Castellina) e alla minoranza di AO. Democrazia Proletaria è la sigla assunta dalla minoranza del PdUP (Miniati, Foa) e dalla maggioranza di AO (Vinci, Calamida, Molinari) cui si aggrega la Lega dei comunisti (con la rivista «Nuovo Impegno»).

L’impegno del nuovo PdUP è per una rifondazione complessiva della sinistra, con forte discontinuità verso la storia dei gruppi. Strumenti di questa diverranno il Centro unitario, fondato con Claudio Napoleoni, e la rivista «Pace e guerra». Il congresso nazionale (Viareggio, novembre 1978), segna la rottura fra Magri e Rossanda e la conseguente fine del «gruppo del Manifesto», nato dieci anni prima. Il quotidiano cessa di essere organo di partito.

Tormentata la costruzione di DP. La nuova formazione è percorsa dal dibattito sull’organizzazione (dal «partitismo» a concezioni «movimentiste»), dalla presenza nei primi due anni di molti settori di sinistra sindacale, dalla contiguità a tutte le tematiche del movimento (teoria dei bisogni, messa in discussione della militanza, assemblearismo ... ). Una fisionomia più precisa emergerà solo dopo la pesante sconfitta elettorale del 1979.

Le difficoltà di PCI e sindacato emergono nettamente nel 1978. L’assemblea dell’EUR sanziona definitivamente l’ipotesi di un sindacato cogestivo, non conflittuale, legato al quadro politico, alla concezione della «classe operaia che si fa stato ». Dopo un irrigidimento, il PCI ridà fiducia al secondo governo Andreotti, nella tragica stagione segnata dal rapimento Moro. Amendola ripropone sacrifici, così come nella Resistenza. A luglio viene firmato un accordo programmatico che resterà, nella sostanza, irrealizzato106. L’« unità nazionale» si consuma solo a fine ‘78. Il PCI si irrigidisce e chiede alcune delle riforme promesse e un suo diretto coinvolgimento nell’esecutivo. La DC rifiuta. A dicembre il PCI vota contro l’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e critica la crescente lottizzazione. Il ritorno all’opposizione evidenzia, però, la difficoltà di trovare una strategia di ricambio (Berlinguer continua a riproporre il «compromesso storico»).

Il PSI, dopo la sconfitta elettorale del 1976, opera un salto generazionale. Il neo-segretario Craxi rinnova gran parte dell’apparato e attacca frontalmente il PCI, abbandonando ogni subordinazione e ogni frontismo. L’appoggio di alcune iniziative radicali, la disponibilità al dialogo, durante il rapimento Moro, il «programma socialista» presentato al congresso di Torino, la proposizione della governabilità, le tentazioni presidenzialiste, l’accettazione degli euromissili si accompagnano al rilancio dell’«orgoglio socialista», all’attacco alla tradizione comunista107. Viene cancellata l’pposizione interna. Lombardi è isolato. Unica reazione interna l’uscita (1981) della Lega dei socialisti (Tristano Codignola, Franco Bassanini ... ) che non ha, però, seguito108.

Difficoltà di PCI e sindacato con la propria base sociale, rilancio di un PSI che rompe con molti aspetti della propria tradizione e sfida frontalmente PCI e DC, incapacità dei gruppi di costituire una alternativa alla sinistra storica e loro collasso, degenerazione terroristica. In questo quadro e in profondo declino, la sinistra chiude un decennio in un momento che, a livello internazionale, vede trionfare il liberismo di Margaret Thatcher e profilarsi quello di Ronald Reagan.


La sconfitta alla FIAT. Svolta nel PCI?


Nella primavera 1979, davanti alla non volontà DC di aprire il governo a ministri comunisti, si va a nuove elezioni politiche anticipate. Il PCI, per la prima volta, flette pesantemente (30,4%, -4%). Stabili PSI e DC. I radicali (3,4%) raccolgono, a sinistra, gran parte dell’opposizione alla sinistra storica. Un inaspettato 1,4% al PdUP. Frana (0,8%) Nuova Sinistra Unita (NSU), sigla sotto cui DP ha tentato di legare settori di movimento, uscendone con le ossa rotte e con una svolta «partitista».

Il periodo successivo del PCI è segnato, e parzialmente determinato, da grossi fatti internazionali (1979: invasione dell’Afganistan da parte dell’URSS, 1980: scioperi di Danzica) e dall’acuirsi dello scontro sociale in Italia (è dell'autunno ‘79 il licenziamento «esemplare» di 61 dipendenti FIAT).

Anche se la proposta del compromesso storico non viene mai, ufficialmente, abbandonata, gli ultimi anni di Berlinguer sono contrassegnati dal tentativo di recuperare legami sociali, di presentare il PCI con forza «altra» rispetto al sistema dei partiti e ai livelli crescenti di corruzione, di cercare un’alternativa rispetto al sistema di potere della DC. Nell’autunno del 1980, la FIAT decide il licenziamento di 30.000 dipendenti. La reazione operaia è l’ultima grande risposta sul tema dell’occupazione, delle condizioni di lavoro e dei rapporti di forza e di potere in fabbrica. In un comizio a Torino, Berlinguer afferma che se i lavoratori decidessero di occupare l’azienda, i comunisti sarebbero con loro. La sconfitta, di poco successiva segna, anche simbolicamente, la fine di una stagione.

La strage alla stazione di Bologna e l’incidente di Ustica paiono riproporre la «strategia della tensione». In ottobre, scoppia il «secondo scandalo dei petroli». A novembre, il terremoto in Irpinia mostra chiaramente non solo le insufficienze nei soccorsi, ma anche l’intreccio perverso fra potere politico e criminalità. In un discorso a Salerno, il segretario comunista candida il PCI a governare, a sostituire la DC, costruendo una alternativa democratica. Questa scelta avrà fasi alterne, nel rapporto con DC e PSI e incontrerà non poche resistenze all'interno del partito, anche in occasione dell’ultima battaglia di Berlinguer, quella contro il taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi (1984).

Progressiva la trasformazione del PSI che abbandona non solo i simboli tradizionali, ma soprattutto la sua collocazione. L’alleanza con la DC diventa conflittuale e spregiudicata, i suoi voti (dal 10% al 15%) sono usati per garantire maggioranze anche diverse tra livello nazionale e locale e l’occupazione sempre crescente di spazi di potere, è abbandonata ogni ipotesi «frontista», nella convinzione che sia possibile erodere il consenso del PCI e costituire poi una alternativa alla DC.

Questa trasformazione comporta profondi mutamenti nel costume interno, il raggiungimento di livelli di potere (sindaci, assessori, ministri, presidenti di enti ... ) molto superiori alla sua reale dimensione, il crescere di pratiche di sottogoverno e di livelli di corruzione che esploderanno solamente con «Tangentopoli», decretando anche la scomparsa del partito.

Il «craxismo» è tutto interno alla logica degli anni Ottanta, caratterizzati dalla fine della grande stagione dei movimenti che ha percorso l’Italia, dalle speranze di trasformazione, dalla crescita di soggettività spesso inedite. La crisi della politica, aperta dalle mancate trasformazioni seguite alle elezioni del 1976, si accresce ed è la causa della successiva deriva.

La sconfitta del periodo 1976-80 lascia, quindi un segno sulla stagione successiva e sull’oggi. Ne sono causa:

- Un PCI appiattito sullo Stato, la sua incapacità di comprendere fermenti e quanto, in positivo e in negativo, si agita nella società, teso ad un «riformismo senza riforme». Le divisioni e le diverse letture che porteranno al suo scioglimento, nel 1991, sono già fortemente presenti, anche se non emergono esternamente, in questi anni.

- La deriva terroristica, frutto, a parte qualunque discussione sul ruolo dei servizi segreti italiani e stranieri, di residui staliniani provenienti da culture di parte del PCI, di facili estremizzazioni della nuova sinistra, di ideologismi e semplificazioni, anche nell’interpretazione della Resistenza, forse anche di una matrice cattolica (tensione verso l’assoluto) presente in molti giovani.

- La crisi della nuova sinistra, nata non solo dalla repressione, ma soprattutto da suoi limiti di fondo, dall’incapacità di costruire una reale alternativa alla sinistra storica, anche e proprio nel momento in cui la strategia di questa mostra il proprio fallimento. La nuova sinistra paga letture schematiche, semplicistiche, estremizzanti, certezze errate e ideologiche sulla certezza dei «tempi brevi», della possibilità di una rottura rivoluzionaria in un paese capitalisticamente avanzato. Anche una lettura e una pratica violentista, spesso incapace di comprendere il nesso tra la violenza di massa e quella di piccoli gruppi che si autoproclamano avanguardia.

Lo scioglimento e il frantumarsi in mille direzioni di LC, le crisi incrociate di AO e PdUP, lo scomparire, spesso nel nulla, di tanti gruppi minori, non sono segni di difficoltà contingenti o provenienti dall’esterno, ma mettono in luce le carenze nell' analisi internazionale (il mito della Cina, la sopravvalutazione del portato di grandi fatti quali il Vietnam, il Portogallo, sino alla invenzione delle brigate internazionali in Cile), e in quella interna, in cui è incapace di rapportarsi positivamente alla presenza di una grande sinistra storica.

Davanti alla crisi evidente di prospettive di questa, i gruppi si trovano divisi tra:

- il semplice assecondare i movimenti, considerati di per sé portatori di una capacità eversiva.

- il tentare di condizionare il PCI, ritenendolo privo di una strategia definita e capace di modificare in positivo quella del compromesso storico, basata sulla identificazione di masse popolari e DC e sulla non volontà di tentare di spaccare il partito di maggioranza e di disaggregare i ceti medi.

- il tentativo di sommare spezzoni di movimento e di opposizione, anche disomogenei tra loro (il tentativo fallito di NSU, in cui gran peso ha la sinistra sindacale, è esemplare).

Il mancato superamento di questi nodi e di questi problemi condizionerà le vicende successive della nuova sinistra, in cui Democrazia Proletaria rimarrà l'unica componente organizzata, ma sempre incapace di superare i limiti di forza minoritaria109.

La mancata autocritica su errori strategici condizionerà anche la sinistra storica. Lo scioglimento del PCI nel 1991 e l’implosione del PSI nel 1992-93, ma soprattutto le difficoltà successive e lo spostamento del paese a destra ne saranno i segni evidenti.



Il quadro politico, in Cosa resterà di questi anni Ottanta, in “Il presente e la storia”, n. 62, II semestre, 2002


Il quadro politico


1) Il vento di destra


Gli anni Ottanta si aprono in Italia con la sconfitta operaia alla FIAT. È un segno netto della fine di una fase di spinta che è iniziata nella seconda metà degli anni Sessanta e che ha segnato in particolare nel nostro paese il lungo Sessantotto o la stagione dei movimentzi, caratterizzati dalla singolare coincidenza tra lotte studentesche, conflitti generazionali, protesta operaia contro la fabbrica fordista, guerre anticoloniali e primi segni evidenti dell’incrinarsi dei regimi dell’est. Singolare, a differenza anche di altri paesi, la diffusione, per circa un ventennio, di movimenti nella società italiana110.

Nel 1979, in Gran Bretagna, dopo una stagione di governi laburisti, vince nettamente le elezioni il Partito conservatore. La sua segretaria, Margaret Thatcher, è fautrice di una politica nettamente liberista e attacca frontalmente il welfare che nel paese ha lunga tradizione111.

Le scelte del governo conservatore riprendono i cardini del liberismo classico: esaltazione della libera iniziativa, del libero commercio, cancellazione di ogni forma di intervento statale e di ogni vincolo. L’attacco ai servizi pubblici (sanità, trasporti), accusati di produrre deficit e al movimento sindacale a cui si imputa di difendere forme di parassitismo è netto. L’episodio che simbolicamente rappresenta la sconfitta sindacale è il lunghissimo sciopero dei minatori (1984-1985), piegati dopo mesi di lotta. Il peso delle miniere nell’economia inglese è decrescente e il governo conservatore decide di lasciarle in balia delle leggi di mercato.

I fenomeni di disgregazione della comunità operaia, la fine delle più elementari garanzie individuali e collettive, i drammi anche personali sono propri di tutta la Gran Bretagna nel decennio thatcheriano (e non solo) e sono continuamente rappresentati dalla letteratura e soprattutto dal cinema inglese112.

Nel 1980, negli USA, alle elezioni presidenziali, trionfa Ronald Reagan. La sua politica di deregulation consiste nello smantellamento dell’apparato assistenziale, nell’abolizione dei vincoli di controllo sull’economia e sull’iniziativa privata, sulla riduzione della spesa pubblica e la restrizione monetaria. Il calo dell’inflazione si accompagna alla riduzione della pressione fiscale nella convinzione, secondo i dettami liberisti, che questo produca un rilancio degli investimenti e quindi, anche se a non breve termine, dell’occupazione. Non pochi, in questo quadro, i trasferimenti di capitale dall’Europa agli USA.

La riduzione dell’inflazione (tra il 1980 e il 1983 dal 12% a poco più di un terzo) si accompagna, invece, ad una crescita della disoccupazione (12% nel 1985), all’impoverimento del sistema scolastico, al crollo dei servizi di salute pubblica. Si modificano, di conseguenza, i rapporti fra le classi sociali, con aumento degli indici di povertà e progressivo impoverimento di parte dei ceti medi. La ricchezza si accumula in piccola parte della popolazione. Sul lato opposto, la povertà assume sempre maggiormente parametri razziali (neri ed ispanici), cresce il degrado di alcune città, si forma una classe di nuovi poveri, composta soprattutto da disoccupati urbani (presente soprattutto tra le minoranze etniche).

Nette le modificazioni in politica estera, con forte accentuazione del conflitto con l’URSS, ad iniziare dalla contrapposizione ideologica all’«impero del male». L’offensiva si manifesta soprattutto con la Strategic defense initiative, programma di riarmo, nei paesi europei con l’installazione degli «euromissili», in America Latina con l’invasione di Grenada (1983) e l’appoggio ai movimenti controrivoluzionari in Nicaragua. Non manca un intervento attivo nelle crisi del blocco sovietico, su cui pesa anche l’attivismo del papato di Giovanni Paolo II.


2) Il crollo dell’est


L’età brezneviana (1964-1982) segna una involuzione progressiva nella politica e nell’economia, anche se i decenni Settanta e Ottanta, nella proclamata contrapposizione al blocco occidentale, segnano alcuni successi su scala internazionale, dalla sconfitta americana in estremo oriente alla nascita di «democrazie popolari» in Africa, a volte emerse da grandi guerre anticoloniali (Angola, Mozambico), a volte da scelte di gruppi dirigenti militari.

Nel 1979, la rivoluzione popolare in Iran, immediatamente segnata dall’affermazione delle forze fondamentaliste, mette in moto spinte integraliste e nazionaliste nelle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. L’URSS risponde con l’intervento militare in Afghanistan, a sostegno di un governo che tenta alcune riforme per modernizzare il paese, ma che è, nella sostanza, osteggiato dalla grande maggioranza della popolazione.

Alla morte di Breznev seguono il tentativo riformatore di Jurij Andropov (1982-1984) e la nuova restaurazione di Konstantin Cernenko (1984-1985). Nel marzo 1985 è eletto segretario del PCUS Michail Gorbaciov. Nonostante l’espansione militare-diplomatica, la situazione del paese è sull’orlo del collasso: la produzione industriale è la metà di quella statunitense, con sprechi, bassissima produttività e l'incapacità di soddisfare le richieste della popolazione (la qualità di molti prodotti è pessima), l’agricoltura vive una crisi da cui non riesce a sollevarsi, con gravi conseguenze nell’approvvigionamento. Il consenso, in particolare tra i giovani, è bassissimo e la diaspora intellettuale si è accresciuta, collocandosi spesso su posizioni conservatrici, nazionalistiche e sovente riproducenti vecchi miti (l’età zarista, la «vecchia madre Russia»), mentre si moltiplicano sotterranee spinte nazionalistiche.

Il programma del nuovo leader prevede la riduzione delle spese militari per favorire la distensione e destinare risorse al risanamento della grave situazione economica, la ristrutturazione (perestrojka) dell’apparato produttivo, dello Stato e del partito, la trasparenza (glasnost) in particolare dell’informazione, per permettere una maggiore partecipazione dei cittadini e recuperare parte del consenso perduto (le riforme dell' economia e dello Stato necessitano di consenso e partecipazione dal basso).

Rilancio del mercato, autonomia delle imprese e liberalizzazione del commercio evocano la leniniana NEP degli anni Venti. Alcune riforme democratiche tentano di spezzare il monolitismo del partito e il suo appiattimento sullo Stato. È, infatti, caratteristica dell’URSS, come di tutte le esperienze «socialiste» (dalla Cina a Cuba, dall’Europa dell’est al Vietnam) la identificazione partito-Stato, la riduzione del partito stesso ad organo di consenso, incapace di interpretare bisogni, aspirazioni e spinte delle masse, ma teso, invece, a bloccarle e a reprimerle113.

La moralizzazione della vita pubblica, il ricambio del personale politico, come la limitazione di alcuni suoi privilegi producono una reazione dell’apparato che, sommato alle spinte centrifughe nazionali e al disastro di Chernobyl, frena il tentativo di innovazione che, dopo la prima fase, perde anche la fiducia e il consenso popolari.

In politica estera, il leader sovietico supera il concetto di coesistenza pacifica, proponendo agli USA temi di interesse collettivo che paiono ipotizzare un impegno comune per la loro risoluzione: moratoria degli esperimenti nucleari, eliminazione dei missili collocati in Europa, programma di disarmo. Sono conseguenze di queste scelte il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan e il miglioramento delle relazioni con la Cina.

Grave lo scacco, invece, in occasione della guerra del Golfo che Gorbaciov tenta di evitare proponendo un piano di pace che rilanci il suo ruolo nell’area, inquadri la soluzione del problema specifico in tutto lo scacchiere del Medioriente (ancora una volta si dà per certa la soluzione del contrasto israelo-palestinese), anche per tenere lontano un conflitto che può avere effetti dirompenti sulle sue repubbliche musulmane.

Lo stallo delle riforme e l’esplodere dei nazionalismi segnano la fine del tentativo gorbacioviano. Alla fine degli anni Ottanta, le spinte centrifughe esplodono. Ogni singola repubblica vede la federazione come inutile, parassitaria, tendente a togliere alle realtà periferiche mezzi e potenzialità. Al tempo stesso, le aree più ricche leggono in una possibile indipendenza lo strumento per non dover sorreggere regioni più disagiate. Non mancano i contrasti tra russi e non russi e fra tradizioni differenti (dall’Asia alle repubbliche musulmane, da quella russa a quelle baltiche).

Nel 1988 esplode la situazione del Nagorno Karabach con scontri fra armeni e azeri. Di poco successive le spinte separatistiche delle repubbliche baltiche che ottengono l’indipendenza fra il 1989 e il 1990.

Il 1989 segna anche il crollo di tutti i paesi a «socialismo reale» dell’est. La politica gorbacioviana, con la rinuncia alla dottrina della sovranità limitata e le crescenti difficoltà economiche accrescono le tendenze nazionali, filo occidentali e antisovietiche.

In Polonia, le elezioni (giugno) vedono la vittoria di Solidarnosc, il sindacato che da anni, in stretta relazione con la Chiesa cattolica, si batte contro il regime. Nasce un governo di coalizione che allarga le prime forme di democrazia parlamentare, ma ricorre anche a misure nettamente liberiste.

In Ungheria è lo stesso parlamento, a netta maggioranza comunista, a votare per il pluripartitismo. Il tentativo di coniugare democrazia politica e difesa di alcune forme di egualitarismo, servizi sociali, occupazione ... non reggerà a lungo, ma nell'immediato il POSU, il partito che ha retto il paese per 45 anni, si scioglie e prevalgono forze democratiche filo-occidentali.

La situazione in Polonia ed Ungheria influisce sulla caduta del regime in Cecoslovacchia. È il movimento Charta 77 a chiedere misure di apertura democratica, libertà civili, rilascio dei carcerati per motivi politici. Le spinte di massa producono la rivoluzione di velluto, il dissolversi del regime, la formazione di un governo provvisorio con illetterato Vaclav Havel e Alexander Dubcek, il leader della Primavera di Praga (1968).

Non bastano, in Bulgaria, le timide riforme né le spinte nazionalistiche contro la minoranza turca. Nel mese di novembre viene destituito il segretario (dal 1954) Zivkov. Inizia la fine del monopolio del partito unico.

Drammatico, invece, il crollo del regime in Romania. La repressione di alcune isolate manifestazioni di protesta non impedisce l’esplosione di un movimento di massa contro la assenza di ogni democrazia, per la gravità della situazione economica e la totale mancanza di diritti per la minoranza magiara. Ceausescu è costretto alla fuga, catturato e fucilato con la moglie. La nuova leadership (Ion Iliescu) imposta una transizione basata su una certa continuità dell’apparato, ma anche sull’abbandono del monopartitismo, su libere elezioni e la ricostruzione di un rapporto non autoritario fra le diverse nazionalità.

La crisi nella DDR si manifesta inizialmente con il dissenso intellettuale e religioso. Nell’autunno 1989, il governo non riesce più a frenare la fuga in massa verso la Germania federale. L’abbattimento (9 novembre) del muro di Berlino, costruito circa trent’anni prima e simbolo del regime, ne segna, di fatto, la fine e diviene simbolo del crollo dell’intero blocco sovietico.

Il segretario del partito unico, la SED, lascia la carica. Dopo la brevissima segreteria di Egor Krenz, è il governo di Hans Modrow a gestire un rapido rinnovamento che vede emergere numerose forze politiche e di base, e a proporre una graduale unificazione fra le due Germanie, con uscita dalle rispettive alleanze militari e riconoscimento della autonomia per quella orientale. Prevale, invece, su spinta del cancelliere occidentale Helmuth Kohl114, l’ipotesi di immediata unificazione economico-politica che si attua in pochi mesi. Moneta unica, con svalutazione del marco orientale, unico mercato, con ovvi squilibri, estensione a tutta la Germania delle strutture socio-economiche e delle leggi della RFT, proclamazione di Berlino capitale sono le prime conseguenze di un’unificazione che la parte orientale paga con dissesto economico e disoccupazione.

L’Unione Sovietica scompare nel 1991.

Gorbaciov è riuscito a spezzare il monopolio del partito sullo Stato, ma non a frenare l’inflazione, la mancanza di cibo, la crisi economica crescente, il passaggio di poteri dall’URSS alle repubbliche. Frontale lo scontro con Boris Eltsin che interpreta, in chiave populistica, sentimenti molto presenti nella popolazione e chiede l’accelerazione della liberizzazione economica.

Nell’estate del 1991, nel timore della totale dissoluzione, si forma il Comitato per lo stato d’ emergenza composto da ministri e da settori del partito, del KGB e dell’esercito che dà vita ad un tentato colpo di stato (19-22 agosto). Il golpe fallisce sul nascere, più che per la reazione popolare, capitanata da Eltsin e dai sindaci di Mosca e Leningrado, per il fatto che chi lo ha promosso (partito, esercito, servizi segreti, polizia politica ... ) non rappresenta più settori consistenti di società. Il Partito comunista sovietico viene sciolto, si dissolve l’URSS, sostituita dalla Comunità di stati indipendenti (CSI). Nuovo leader, con forte caratterizzazione autoritaria, è Boris Eltsin.

Il crollo nel biennio 1989-91 di tutto il blocco sovietico segna la fine definitiva del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale e dagli accordi di Yalta. Lo scenario che si apre è inedito: mai una sola potenza ha detenuto, nella storia, un monopolio economico-politica-militare quale quello occupato dagli USA nell’ultimo decennio del secolo. Le guerre del Golfo (1991), di Jugoslavia (1999), in Afghanistan (2001) possono essere interpretate come tentativo della maggiore potenza di ridefinire i rapporti, in particolare verso l’Europa e il Giappone (ma in prospettiva anche verso la Cina), dopo la caduta dell'antagonista storico.

3) Il caso italiano


a) Dall’unità nazionale al pentapartito.


È ovvio che i fatti internazionali pesino, anche in misura determinante, sull’Italia, sino agli anni Ottanta caratterizzata da alcune anomalie: l’esistenza di una sinistra (e in particolare di un partito comunista) molto più forte rispetto agli altri paesi occidentali, di un partito socialista non totalmente assimilabile con la socialdemocrazia, di un partito di maggioranza, di ispirazione cattolica, che regge il governo per oltre 45 anni, l’assenza della alternanza fra destra moderata e socialdemocrazia che ha segnato e segna quasi tutti i paesi europei.

Il decennio si apre sul fallimento dei governi di unità nazionale (1976-1978) che hanno visto la collaborazione, anche se fortemente conflittuale, delle tre maggiori formazioni politiche e sullo scacco dell’ipotesi di compromesso storico proposto dal PCI a partire dal 1973.

Nella DC sembra essere accantonata l’ipotesi di cauta apertura a sinistra, identificata in Moro e Zaccagnini, mentre prendono corpo tendenze sempre più moderate; nel PCI la ricerca di una uscita dalla sconfitta strategica del compromesso storico è difficoltosa e vede prodursi differenziazioni interne sempre più marcate che la pratica del centralismo democratico non riesce a coprire; fra i due maggiori partiti inizia ad incunearsi il PSI, sconfitto nettamente nelle politiche del 1976 (neppure il 10%), ma capace, nella nuova gestione di Bettino Craxi (salto generazionale e modificazione di riferimenti, comportamenti, stile ... ) di presentarsi come alternativo ad ambedue, pur essendo alleato della DC a livello di governo centrale, e del PCI in numerose amministrazioni locali, oltre che nella CGIL, nella Lega delle Cooperative ...

I dati elettorali e numerosi comportamenti collettivi iniziano a dimostrare il crescente distacco tra politica e società civile.

In alcune consultazioni amministrative si affermano inaspettatamente formazioni locali, fortemente avverse al centralismo romano e ai partiti nazionali. Il primo caso è quello di Trieste dove la lista del Melone sconfigge i maggiori partiti nazionali, giocando sulla perdita di ruolo della città, ma anche sull’onda dell' opposizione agli accordi con il governo jugoslavo. Dimostreranno i fatti successivi che non si tratta di un caso locale e isolato.

Nel 1978 i referendum indetti dal piccolo Partito radicale ottengono un risultato sproporzionato. Quello contro il finanziamento pubblico ai partiti supera il 40% dei voti, nonostante il massiccio fuoco di sbarramento di tutto il sistema politico. Il successo del piccolo partito di Pannella alle successive politiche del 1979 (calo netto del PCI e inizio di un lieve, progressivo incremento socialista) è frutto non solo del consenso ad una formazione antimilitarista, non violenta e che ha fatto proprie le tematiche del divorzio e dell’aborto, ma anche dello iato crescente tra espressioni della società civile e partiti che tendono a cristallizzarsi (quasi la riproposizione della contrapposizione fra paese reale e paese legale).

La fine dei governi di Unità nazionale lascia spazio alla stanca riproposizione di un centro-sinistra totalmente privo di qualunque ipotesi riformatrice, ormai stanca ombra del tentativo di vent’anni prima, e quindi alla formula del pentapartito che sembra sommare centrismo (presenza dei liberali) al centro-sinistra (ruolo importante del PS!). Nel quadriennio 1979-83 (ancora una volta la legislatura si chiude in anticipo) si susseguono a capo del governo Cossiga, Forlani, per due volte Spadolini e addirittura Fanfani.


b) La sconfitta alla FIAT, l’affermazione di Craxi.


Nell’autunno 1980, la FIAT, maggiore industria italiana, decide una drastica riduzione di personale. Da un lato vi è la ricerca di competitività, di ammodernamento, di ristrutturazione produttiva che esiste almeno dalla crisi petrolifera del 1973, in un settore che sente la competitività internazionale e per primo ricorre a forti innovazioni (la robotizzazione). Dall’altro, la volontà di colpire una classe operaia combattiva, emersa da un decennio di lotte, ostacolo alla ristrutturazione voluta in particolare dal neo amministratore delegato Cesare Romiti:


Era una vicenda rischiosa, dall’esito imprevedibile, nella quale un manager correva il rischio di bruciarsi ... Ci dicemmo che qualunque cosa avessimo potuto concedere, era tutta roba sprecata, perché un trauma doveva esserci. Sì ci doveva essere un trauma. E noi dovevamo fare il primo passo115.


La ricerca di un orizzonte post-fordista, di una robotizzazione più intensa e totalizzante, si coniuga col ripristino dell’unità di comando al vertice dell’impresa e con una politica di restaurazione, a detrimento dei sindacati e dei consigli operai116.

Escludendo qualsiasi legame fra gli Agnelli e la loggia P2 ... risulta dai fatti che il programma vagheggiato ed elaborato da Licio Gelli andava nella medesima direzione in cui autonomamente si muovevano gli interessi industriali dell'industria torinese. È noto che il programma di Licio Gelli, infarcito di aspirazioni reazionarie, prevedeva un rilancio del liberismo economico, una riduzione del costo del lavoro, un drastico ridimensionamento del sindacato. Sono proprio i risultati che ... di fatto la FIAT ottiene alla luce del sole ... 117.


A settembre, la richiesta di 23.000 sospensioni dal lavoro, di cui 13 .000 licenziamenti suscita una immediata reazione operaia. La produzione è bloccata per 35 giorni. Si parla di lavoratori «aggrappati ai cancelli» nella disperata difesa del posto di lavoro. Si tentano analogie con il «vento di Danzica », con la protesta operaia che scuote la Polonia. Molte le forme di solidarietà dalla regione e dall’Italia intera. Il PCI, alla ricerca di una strategia di ricambio, dopo il fallimento dei governi di solidarietà nazionale, vive contraddizioni profonde. Se Berlingue garantisce sostegno ed appoggio del partito ai lavoratori nel caso questi scelgano l’occupazione della fabbrica, altre posizioni sono più caute118. Presenti divisioni con il movimento sindacale e anche diverse valutazioni tra il sindacato torinese e quello nazionale. Forte il ritardo di analisi. Netta l’incomprensione della portata dell’iniziativa padronale119.

Su questa situazione cala una iniziativa del Coordinamento quadri e capi intermedi che raccoglie, il 14 ottobre, in un corteo che sfila per Torino, migliaia e migliaia (i giornali dicono 40.000) di lavoratori contrari all’iniziativa sindacale e al blocco della produzione. I sindacati cedono e firmano un accordo che prevede che 23.000 lavoratori escano dalla produzione. Se ne vanno i più politicizzati, se ne va l’avanguardia che ha segnato una stagione nell’industria torinese. Le assemblee di base, contrarie all’accordo, non riescono ad invertire una scelta. I cassintegrati perderanno, in breve tempo, ogni forma di unità.

La sconfitta alla FIAT apre la strada ad un arretramento profondo delle condizioni di lavoro: i processi di ristrutturazione segnano un netto calo dell’occupazione, il peso della classe operaia si riduce progressivamente, si sviluppa il lavoro irregolare, inizia il corso delle privatizzazioni che toccherà il culmine negli anni Novanta. Nella stessa direzione si muoverà il quadro europeo.

Nel Partito socialista, la segreteria di Bettino Craxi, eletto nel 1976, dopo la secca sconfitta elettorale, inizia a modificarne la struttura interna, ma anche le linee generali e i riferimenti teorici e sociali. Abbandonato qualunque complesso di inferiorità verso il PCI, Craxi inizia ad attaccarlo frontalmente, a metterne in dubbio la legittimazione democratica, a proporsi come alternativa ad esso, giocando sul fallimento dell’ipotesi di compromesso storico. Nell’agosto del 1978 un

aggio di Craxi (scritto in realtà da Pellicani) contrappone al bolscevima e a Lenin il filone del socialismo e della libertà, fatto risalire a Pierre J oseph Praudhon contrapposto all’autoritarismo di Marx:


[...] quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia si contrapposero e si scontrarono due concezioni diverse. Infatti c’era chi auspicava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali ... Invece di potenziare la società contro lo Stato, si è reso imponente lo Stato con le conseguenze previste da tutti gli intellettuali della sinistra revisionista che hanno visto nel monopolio delle risorse materiali e intellettuali la matrice dell’autoritarismo di Stato120.


Se il congresso di Torino (marzo-aprile 1978), vede ancora l’alleanza Craxi-Lombardi, una proposta di alternativa rivolta al PCI e una consistente dialettica interna (circa il 40% dei voti va a mozioni di minoranza), la fase successiva segna il progressivo appiattimento del partito sulla figura del leader, il venir meno di una reale opposizione, una pratica di sottogoverno che tenta di essere concorrenziale a quella della DC121.

Le elezioni politiche del 1983 segnano un netto calo della DC, guidata da Ciriaco De Mita; si forma il ministero Craxi, primo socialista a capo di un governo nella storia italiana. Significativa di una impostazione non ideologica l’apertura al MSI nel corso delle consultazioni per la formazione dell’esecutivo, primo segno dello «sdoganamento» del partito neofascista che tante altre tappe avrà negli anni successivi.

La politica craxiana è caratterizzata da una forte leadership personale, crescenti legami con i poteri economico-finanziari, una continua polemica contro la Magistratura, anche dalla passività sulla questione delle telecomunicazioni, tale da permettere l’espansione delle TV private e il formarsi del duopolio RAI-Fininvest. Durante il primo governo Craxi vengono ammesse, in attesa di una legge sulla materia, le trasmissioni delle reti aventi dimensione nazionale. La molto successiva legge Mammì regolerà la situazione di fatto.

È centrale, nel disegno craxiano, oltre ad una forte politica di «immagine» che anticipa le campagne elettorali dei decenni successivi, il presentare l’Italia come un paese bloccato da due dogmi, da due Chiese (quella cattolica e quella comunista), che deve essere svecchiato, modernizzato. Gli slogan sulla «Governabilità» e «Governare il cambiamento» tendono ad offrire garanzie ad un elettorato stanco dell’instabilità politica e al tempo stesso ad offrire un’immagine di modernità, efficienza, dinamismo che sembra mancare agli altri partiti.

Uso della «rendita di posizione», offerta dalla «centralità» fra DC e PCI, personalizzazione, occupazione di posti di governo e di sottogoverno, aggressività nel difendere il potere sono tratti costanti di circa vent’anni di politica socialista, tanto da costringere Riccardo Lombardi a coniare la formula: «Mutazione genetica».

In una profonda riflessione sul confronto con altri capi di governo dell’Italia repubblicana, scrive Enzo Santarelli:


De Gasperi, nonostante l’obiettiva funzione «costituente» in politica interna ed estera e pur essendo dotato di una robusta personalità ne stemperò i tratti più aspri almeno su due punti: la cornice democratico-antifascista in cui si mosse e che non pensò di rompere e la collaborazione con le forze laiche, al di sopra di ogni steccato. Anche Moro temperò la sua autorevolezza, in tutto democratica e parlamentare con la ricerca di alleanze strategiche ... collaborando prima con Nenni, dialogando poi, per il possibile, con Berlinguer ... Guardando ai modi di conduzione della cosa pubblica ... l’opera del leader socialista presenta lineamenti costanti di un impulso autoritario, mai pienamente chiarito e risolto e in questo senso sembrerebbe richiamare la figura di Crispi122.


Il «decisionismo» craxiano sembra garantire una maggiore stabilità politica e il calo dell’inflazione, l’affermazione personalistica del leader, «l’onda lunga» di crescita elettorale (e nel potere di governo e sottogoverno) del PSI. Inevitabile l’attacco ai salari, sotto forma di taglio alla scala mobile.


c) Lo scontro con Berlinguer.


Nel febbraio 1984 il governo e le parti sociali raggiungono una intesa sulla politica economica, predeterminando i punti di scala mobile per l’anno in corso. Contraria la sola componente comunista della CGIL. Il decreto legge governativo del 14 febbraio (di San Valentino) è fortemente avversato per il contenuto (colpisce unilateralmente il lavoro dipendente) e per il merito ritenuto autoritario.

L’opposizione del PCI è fortissima alle Camere e si lega nel paese alla spinta della maggioranza della CGIL. Imponente la manifestazione nazionale, a Roma, il 24 marzo. Berlinguer, dopo la sconfitta delle precedenti ipotesi politiche, rilancia una forte opposizione sociale, profondamente legata alla riaffermazione della “questione morale” e della “diversità” del PCI rispetto alle altre forze politiche123 e da un impegno contro l’installazione degli «euromissili» sul territorio italiano. È l’ultima battaglia di Berlinguer che segue l’uscita dalla maggioranza di governo (1978-1979), l’affermazione, dopo il terremoto nel Belice e i successivi scandali, che con «questa DC non si può governare» e ipotizza, nei fatti, una alternativa di sinistra e uno scontro netto con DC e PSI, capace di rovesciare la sfida da questi lanciata. La morte coglie improvvisamente il segretario comunista nel corso della campagna per le elezioni europee. Il suo funerale, alla vigilia del voto, è una immensa prova di forza del partito, ma anche dimostrazione della commozione che ha colto il paese intero davanti ad una figura certo contraddittoria e discussa, ma capace di suscitare passione ed emozione per la forte carica morale.

Il risultato delle europee segna, per la prima ed unica volta, il «sorpasso» del PCI sulla DC ed è certo frutto dell'emozione collettiva, anche se pesano non poco lo scontro sociale e i contrasti interni alla maggioranza

Il referendum contro il decreto di S. Valentino, indetto immediatamente dal PCI, si svolge nel 1985, in una situazione politica già cambiata. La tensione sociale si è attenuata, le elezioni regionali hanno fortemente ridimensionato il PCI stesso, nonostante la confluenza del piccolo PDUP di Lucio Magri e Luciana Castellina (per la prima volta si presentano i Verdi che ottengono il 2 %). Ma soprattutto incidono sulla sconfitta referendaria le divisioni nella CGIL. presenti nella stessa componente maggioritaria (anche il segretario Luciano Lama è molto «tiepido»), i contratti di alcune categorie che hanno attenuato il taglio della scala mobile, la forte campagna governativa, capitanata da Craxi, la poca convinzione, se non avversione, dell' ala «migliorista» del PCI stesso, di cui è evidente la malcelata ostilità verso una iniziativa ritenuta volontaristica e tale da isolare il partito e a livello politico e verso alcuni settori sociali, la stessa segreteria di Alessandro Natta che ha ereditato una situazione esplosiva e al quale sembra mancare il carisma dei segretari precedenti.

Il 45,7% ottenuto dai sì al referendum è dimostrazione di contraddizioni, di scollamento con alcuni settori della propria base sociale, della difficoltà di rifondare una politica e delle molte anime che ormai convivono nella medesima formazione (non a caso sarà sciolta pochi anni dopo).


d) Declina il caso italiano. Il nuovo capitalismo.


Il «caso italiano », l’esistenza cioè di un partito comunista forte, con grandi radici di massa, di un sindacato non omologato, per molti aspetti di un partito socialista atipico rispetto alla socialdemocrazia europea, tende sempre più a dissolversi. La politica craxiana procede

nuovo Concordato nel 1984, normalizzazione totale nel partito124, occupazione sempre maggiore di spazi di potere) sino alle affermazioni nelle elezioni politiche del 1987 e regionali del 1990. Nel PCI, la «destra» interna accresce le spinte verso l’omologazione nella socialdemocrazia europea. La segreteria «togliattiana» di Natta lascia il posto, con forte salto generazionale, a quella di Achille Occhetto. La DC non recupera, in tutto il decennio, il tracollo subito nelle politiche del 1983 (segreteria De Mita) e, nonostante l’appoggio di numerosi movimenti cattolici (per tutti Comunione e liberazione) subisce una trasformazione nell’elettorato che si meridionalizza progressivamente e si concentra attorno alle figure di alcuni suoi dirigenti (per tutti Gava, Colombo e De Mita).

Nelle seconda metà del decennio, la presenza di leghe locali diventa progressivamente più consistente. Alla protesta contro l’invadenza dei partiti e il loro sistema, all’astio del nord verso il centralismo e l’inefficienza di Roma, inizia a sommarsi l’onda della rivolta fiscale di aree geografiche e settori sociali. La stessa parziale affermazione delle liste Verdi, pur valutando l’immensa portata della questione ambientale, coincide con una forte «critica della politica», con la speranza (che si rivelerà poi vana) di inventare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza, coincide con le difficoltà dei partiti tradizionali a cui viene accomunata anche la nuova sinistra, ormai rappresentata dalla sola Democrazia proletaria, le cui dimensioni sono molto modeste (tetto nelle iscrizioni: il 1986 con 11.000 tesserati/ e, elettorale: il 1987 con l’1.7% e successive divisioni sulle prospettive: forza neocomunista o specificamente ambientalista?).

La modificazione del quadro politico deriva anche da profonde trasformazioni strutturali. Le maggiori imprese nazionali acquisiscono sempre più capitale internazionale, il capitale stesso accelera la sua finanziarizzazione, nascono nuovi gruppi che si sommano a quelli esistenti (FIAT, Pirelli ... ). Balzano in primo piano i nomi di De Benedetti (Olivetti), Gardini, Ferruzzi (settore agricolo mercantile), Berlusconi. Proprio la fortuna di Silvio Berlusconi, passato dal campo immobiliare a quello delle televisioni commerciali dimostra l’esistenza di un nuovo capitalismo, di settori inediti, ormai trainanti. Le stesse grandi imprese, prima fra tutte la FIAT, tendono a trasformarsi in holding che agiscono in più rami e su scala internazionale. Fondamentale il controllo dei mezzi di informazione, per il quale si scatena una battaglia tra i grandi gruppi.

La moltiplicazione del lavoro precario e «in nero» non è in contraddizione con queste tendenze e con il crescere di una economia illegale.

I governi non sanno o non vogliono affrontare alcuni nodi che sembrano far parte della specificità italiana. Declina, con alcuni colpi di coda, il terrorismo di sinistra, ma lo stragismo presenta ancora pagine drammatiche con l’attentato alla stazione di Bologna (agosto 1980) e quello sul rapido Napoli-Milano (dicembre 1980).

La mafia e la camorra modificano il proprio ruolo e si incuneano progressivamente nella nuova economia. Divengono organici il rapporto fra investimenti e tangenti, la disoccupazione strutturale nel meridione, l’aumento esponenziale dell’evasione fiscale. La questione meridionale, eterno problema dell’Italia post-unitaria è ormai endemica, all’interno di una bipolarità che affida al nord investimenti per le maggiori imprese e al sud pratiche clientelari, lavoro in nero, economia sommersa, tanto da far parlare un grande storico di differenza antropologica fra le due parti del territorio125. È ormai venuta meno la complementarietà fra il triangolo industriale e la forza lavoro meridionale. Crolla, non solamente in Italia, l’economia assistita. Il sistema mafioso si manifesta appieno nel mercato della droga, nel controllo di parti di territorio, nel degrado civile, nella progressiva distruzione dell' ambiente, come dimostra la ricostruzione del Belice, dopo il tragico terremoto del novembre 1980, ricostruzione gestita dalle mafie locali nell’intreccio con capitali settentrionali126.

Il decennio che si è aperto con la tragedia di Ustica (esplosione di un aereo con 80 morti) il 27 giugno 1980, con la strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), con il continuare, cioè, di una strategia della tensione favorita dalle coperture politiche e dalla presenza della NATO, continua con omicidi di mafia. Nel 1980 viene assassinato il democristiano Piersanti Mattarella, nel 1982 è la volta del comunista Pio La Torre127 e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Il preoccupante legame fra criminalità e poteri dello stato è dimostrato dal sequestro Cirillo (1981) da parte delle Brigate rosse. Per liberare l’esponente DC campano, settori del suo partito trattano direttamente con un boss camorrista in carcere, con l’appoggio dei servizi segreti.

Si moltiplicano, parallelamente alla deregulation in economia, gli scandali. Per limitarsi ai più consistenti: 1980 affare Caltagirone, 1981 loggia P2 e Banco Ambrosiano, 1983 Teardo, 1986 suicidio in carcere di Michele Sindona, 1987 carceri d’oro, 1988 lenzuola d’oro nelle ferrovie, 1989 BNL di Atlanta, 1990 speculazioni attorno ai campionati mondiali di calcio.


e) La protesta dei ceti medi, la debolezza dell’opposizione, il CAF.


La modificazione della struttura di classe del paese e dei rapporti sociali è evidenziata, oltre che dai dati elettorali e dalle difficoltà della sinistra nel suo complesso, da inusuali fenomeni collettivi.

Inizia a manifestarsi una ribellione dei ceti medi, di settori sempre considerati passivi. A metà del decennio esplode il «movimento di liberazione fiscale », espressione di ceti, soprattutto, ma non solo, urbani, che addebitano allo Stato di gravare sulle loro attività, senza rendere neppure parte di quanto ricevuto in servizi. L’astio verso il «sistema dei partiti» si somma a quello per le inefficienze, per i servizi che non funzionano, per la burocrazia. La protesta che per circa mezzo secolo ha avuto una chiara connotazione di sinistra contro il sistema di potere della DC, cambia di segno. Il lavoro autonomo insorge contro i provvedimenti del ministro repubblicano Visentini (registratore di cassa, ricevuta fiscale). Diventa senso comune l’affermazione per cui «si lavora sei mesi per pagare le tasse e sei mesi per se stessi », è inevitabile il confronto con i servizi offerti da altri paesi. Forte, in particolare in Lombardia e in Veneto, la rivolta della piccola industria, cresciuta sui bassi salari, sugli straordinari, sullo scarso rispetto delle norme contrattuali.

Si è, ormai, moltiplicata la contraddizione tra benessere individuale (nel nord del paese e per alcuni ceti le condizioni di vita sono tra le migliori del mondo intero) e servizi, tra consumi (sempre per una fetta della popolazione) e conti pubblici. Le stesse scelte politiche sembrano portare ad una redistribuzione del reddito a favore dei ceti più agiati i quali, però, si presentano come conflittuali verso partiti e Stato, quasi alla ricerca di forme nuove di aggregazione e rappresentanza128.

È celebre la frase del futuro ministro Antonio Martino per cui in Italia «ognuno fa la propria rivolta, cercando di pagare il meno possibile ».

In questo contesto, emerge il fenomeno leghista. Un movimento che alle politiche del 1983 pare insignificante, ottiene qualche iniziale e parziale successo alle amministrative del 1985, ha la prima rappresentanza parlamentare nel 1987, esplode alle regionali del 1990, dopo la costituzione della Lega nord. Favoriscono la crescita del movimento di Umberto Bossi la crisi dei partiti, l’immigrazione, minore rispetto ad altri paesi, ma vissuta come pericolo, la capacità di usare un linguaggio semplice e diretto e di presentare i propri militanti come «uomini nuovi» del tutto estranei al mercato politico.

Il successo leghista, frutto anche della crisi dell’idea di stato nazione nei nuovi mercati globalizzati e del venir meno del «pericolo comunista» che per decenni ha compattato l’elettorato democristiano, è uno dei primi segni, a livello europeo, dell’emergere di una destra diversa da quella tradizionale e dell’imporsi, a livello di massa e nei ceti popolari, di posizioni populiste che tanto spazio avranno, il decennio successivo, con la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, ma che non sono certo nuove nella nostra storia129.

Contribuisce a questa degenerazione e ne è sintomo, l’atteggiamento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Eletto alla quasi unanimità nel 1985, nell’ultima parte del suo settennato, modifica atteggiamenti e comportamenti, facendosi interprete di spinte presidenzialistiche, autore di una polemica frontale con il Consiglio superiore della magistratura (CSM), di attacchi ai partiti, della legittimazione di Gladio, struttura militare anticomunista degli anni della guerra fredda (e non solo). La forte popolarità che il presidente ottiene con i suoi atteggiamenti del tutto lontani dalla tradizione dei precedenti capi dello Stato è indice della crescente richiesta di ordine presente in crescenti settori dell’opinione pubblica e anticipa le tendenze presidenzialiste.

Le elezioni politiche del 1987 segnano una buona affermazione del PSI, un consistente calo del PCI, un lieve recupero democristiano. I governi che si formano sembrano inerti, incapaci di affrontare le questioni nodali del paese. Le impostazioni dei partiti paiono più tese a produrre piccoli spostamenti di voti che a proporre ed affermare un disegno strategico generale.

Sembra regola generale la lottizzazione, la spartizione di posti; si conia una sigla: CAF (da Craxi, Andreotti, Forlani) per indicare i segretari dei due maggiori partiti di governo (il primo e il terzo) e il presidente del consiglio a fine decennio (il secondo), ma soprattutto l'incancrenirsi del potere, la difesa di interessi costituiti, il moltiplicarsi di potentati e di rendite di posizione politica.

L’alterità fra società civile e «sistema dei partiti» non è mai stata così netta. Il termine generico «gente» è sempre più usato per indicare una contrapposizione al «palazzo », bisogni materiali, ma non solo, negati dalla «politica dei partiti» sempre più autoreferenziali.

È chiaro che se la sinistra può inizialmente illudersi di utilizzare questa protesta e questo «senso comune», la realtà si ritorcerà contro di lei. Debolezza dell’opposizione, caduta di riferimenti consolidati, crisi del partito (che le forze popolari hanno sempre inteso non come mero strumento del potere, ma come espressione dei bisogni, delle speranze, delle necessità di grandi masse), perdita di ruolo del sindacato (i primi anni Novanta vedono la cancellazione consensuale della scala mobile su cui tanto si è discusso nel 1984 e su cui Berlinguer ha giocato la sua ultima battaglia).

Sono elementi che caratterizzano il passaggio fra due decenni e che segneranno, in quello che chiude il secolo, la fine di tutti i partiti che hanno percorso la «prima repubblica», il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario, l’affermarsi di tendenze politico-sociali (l’antipolitica, l’individualismo ... ) che anche molti analisti avevano definito transeunti.

Nel PCI, in particolare, si moltiplicano risposte diverse ed anche contraddittorie ad una crisi che i dati elettorali ed organizzativi evidenziano in tutta la sua portata. La sostituzione alla segreteria «togliattiana» di Alessandro Natta di quella di Achille Occhetto, con un voluto salto generazionale, accentua la differenziazione fra le tante anime, da quelle più tese ad un rapporto organico con la socialdemocrazia europea, alla resistenza dell’ala «cossuttiana» che, accanto al rifiuto dello strappo con l’URSS, esprime esigenze classiste negate o sottovalutate dal sincretismo del nuovo segretario e del suo gruppo dirigente.

L’accentuazione della «cultura di governo», la certezza di poter costruire una alternativa di governo con un nuovo meccanismo elettorale capace di sbloccare un sistema politico ossificato, sono alla base della scelta di modificare nome e simbolo che Occhetto assume nell’autunno 1989, durante la crisi frontale dei regimi «comunisti» dell’Europa orientale. Nel giro di poco più di un anno termina la storia del maggiore partito comunista del mondo occidentale.

Crisi e trasformazione delle altre formazioni politiche, nascita di soggetti nuovi, bipolarismo con scontro tra poli del tutto inediti seguiranno entro breve tempo.

Resta, come questione centrale e problematica, la domanda che il grande storico inglese Hobsbawm ha posto ad Occhetto, ma che non riguarda solamente il suo partito, sul perché la sinistra, nel momento di crollo dei suoi tradizionali avversari, sembri corresponsabile di scelte che non ha contribuito a compiere e del loro sistema di potere.


f) Costume, consumi, immaginario.


Una qualunque analisi su questo decennio non può prescindere da uno studio su fenomeni non considerati compiutamente «politici» (costume, immaginario, spettacolo ... ) ma che determinano, invece, profondamente, le caratteristiche della società. Altri interventi trattano di canzone, arte, cinema. Mi limito, quindi, nell’economia del titolo di questa relazione, a brevi cenni su temi non considerati in altre.

Se i decenni Sessanta e Settanta sono segnati da una forte tensione al cambiamento, a livello politico, esistenziale, culturale ... gli anni Ottanta segnano una oggettiva restaurazione.

La crisi della sinistra politica e sociale che ha caratterizzato la storia italiana per quarant'anni, delle Chiese e delle ideologie produce la ricerca e la esaltazione di soluzioni individuali.

Edonismo (una fortunata trasmissione televisiva conierà l’espressione ironica «edonismo reaganiano») e narcisismo nascono proprio dal crollo del modello pedagogico e collettivo offerto dalla religione, da partito e sindacato, dalla mancanza del bisogno di identificazione collettiva che era stato proprio del periodo precedente.

Netta è l’affermazione di modelli di vita americani. Le soap operas (o telenovelas) veicolate dalle TV commerciali propongono immagini e situazioni da fumetto, del tutto improbabili, ma entrano nell’immaginario collettivo, soprattutto femminile. Beautiful, Dinasty, Dallas balzano in testa agli ascolti (vengono spostati dalle ore pomeridiane a quelle di punta), veicolano pubblicità, contribuiscono alla fortuna delle reti private.

Anche le produzioni televisive nazionali segnano un salto rispetto alle precedenti. Due diversi tipi di comicità e anche di linguaggio sono proposti dal successo di Drive in (1983) e Quelli della notte (1985), nascono i talk show (capostipite e modello Maurizio Costanzo show del 1982), schizzano in alto gli ascolti di spettacoli quali OK, il prezzo è giusto e Pronto Raffaella (1983).

Il crollo di modelli complessivi ripropone, da una lato, l’ideologia familista come garante di quella sicurezza che la società esterna non può offrire, ma pure, al contrario, l’immagine del single, anche nella sua versione femminile, improponibile sino a pochi anni prima.

È il mito del successo a costituire la caratteristica del decennio: l’immagine prevale su ogni altro aspetto, l’avere sull’essere, «l’apparire» nei rapporti interpersonali produce un mutamento nei consumi, il formarsi di status symbol, quali l’auto di grossa cilindrata, meglio se straniera, la «barca», meglio se in costa Smeralda, la vacanza in luoghi esotici, i Rolex, gli abiti griffati (qui il made in Italy va bene, perché «tirano» le grandi firme da Armani a Versace, da Missoni a Krizia).

Esplode il culto del corpo e hanno sempre più seguito la chirurgia estetica, il body building, anche femminile, i concorsi di bellezza, per anni contestati dal movimento delle donne, i cosmetici, le beauty farms.

Sulla maggiore libertà sessuale, quasi ad incrinare sicurezze, scende, come una cappa, l’AIDS che diviene in poco tempo la seconda causa di morte per i giovani.

Si modifica e non in meglio, anche lo sport, sempre più commercializzato. Si impennano i prezzi al mercato dei calciatori, come pure gli ingaggi. Assume significato quasi simbolico la vittoria della nazionale di calcio ai campionati mondiali del 1982. Un paese in difficoltà, colpito da inflazione altissima, terrorismo, crisi di valori e di prospettive si riconosce nel successo della squadra di calcio, nei goal di Paolo Rossi, si identifica nell’esultanza e nella bonomia del presidente Pertini. Inevitabile, nel complesso, la ricaduta di comportamenti, atteggiamenti, modi di essere sul quadro politico. Quanto accade in questo decennio travagliato anticipa direttamente quello successivo, le ulteriori trasformazioni della politica che porteranno la destra, per la prima volta, dopo il Ventennio, a governare in prima persona il nostro paese.

1 L’URSS e i paesi del suo blocco denunceranno immediatamente gli accordi. Questi reggeranno gli equilibri dell’economia mondiale sino al 1971 , quando gli USA, a causa delle loro difficoltà economico-politiche dichiareranno la inconvertibilità del dollaro in oro, mettendo di fatto fine ad un sistema che aveva retto tutto il dopoguerra e l’ “età dell' oro”.

2 GUNTHER ANDERS, Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Torino, Einaudi, 1961.

3 Dal discorso del senatore Henry Wallace, riportato dal “New York Times”, 14 marzo 1947.

4 JOSHEPH HALEI, L’imperialismo del petrolio, in “La rivista del Manifesto”. Nello scritto, citando recenti studi di storici americani, l’autore documenta come sia Washington a volere dividere la Germania e come dalla concessione dei prestiti a Grecia e Turchia, negli Usa prevalga l’impostazione (Kennan, Byrnes, Forrestal) favorevole al riarmo tedesco e al rilancio del Giappone.

5 Vedi, ad esempio, il film La confessione di Costantin Costa Gavras tratto dall’omonimo testo del comunista cecoslovacco Arthur London e lo splendido Angi Vera dell’ungherese Fal Gabor, sulla formazione di una militante comunista nell’immediato dopoguerra, negli anni della guerra fredda e del culto della personalità.

6 Altre valutazioni sostengono invece che Stalin appoggi l’invasione e nella certezza che l’occidente non possa e voglia reagire e con la finalità di dividere le forze americane su più fronti, anche per alleggerire la loro pressione sull’Europa.

7 HO CHI MIN, Lo spirito del Vietnam, Roma, Editori riuniti, 1968.

8 F. FANON, I dannati della terra, Torino, Einaudi, 1962. Centrato sulle teorie di Fanon è il film Queimada (1969) di Gillo Pontecorvo.


9 Queste note seguono logicamente il mio scritto: Gli anni della ricostruzione. La guerra fredda, in “Il presente e la storia”, n. 64, dicembre 2003, che riporta gli atti del convegno sugli anni 1945-48, svoltosi a Cuneo nel febbraio 2003.

10 La scelta della Bolivia come luogo del tentativo rivoluzionario guevarista (1966-67) deriva, oltre che dalla sua centralità nel continente, anche dal tentativo di dare continuità alla precedente esperienza rivoluzionaria.

11 Cfr. ALESSANDRO ARUFFO, Lumumba, Roma, Erre emme edizioni, 1992; per un percorso in più aspetti simile cfr. GEORGE BREITMAN, Malcom X, l’uomo e le idee, Roma, Erre emme edizioni, 1992.

12 PAUL GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 1989, p. 167.

13 Cfr. GUIDO CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Roma, Donzelli, 1996. L’autore analizza le discriminazioni in più settori, riporta documenti governativi, lettere di prefetti, circolari ... e parla espressamente di area del “non diritto”. Anche NICOLA TRANFAGLIA, in Come nasce la Repubblica, Milano, Bompiani, 2004, sottolinea come l’anticomunismo sia stato il cardine della politica italiana del periodo, emarginando la sinistra, anche e soprattutto per l’ingerenza USA negli affari interni italiani.

14 ERNESTO DE MARTINO, Guerra ideologica, in “Avanti!”, 8 agosto 1948.

15 GIUSEPPE DI VITTORIO, Discorso a San Donaci; 20 settembre 1943, in ROMANO CANOSA, La polizia in Italia dal 1945 ad oggi, Bologna, il Mulino, 1976, p. 212.

16 AURELIO LEPRE, Storia della prima repubblica, l’Italia dal 1942 al 1992, Bologna, il Mulino, 1993, p. 162.

17 Cfr. LELIO BASSO, Fascismo e democrazia cristiana. Due regimi del capitalismo italiano, Milano, Mazzotta, 1975 (seconda edizione); MARIO BONESCHI, LEOPOLDO PICCARDI, ERNESTO ROSSI, Verso il regime, Bari, Laterza, 1960.

18 Cfr. PAUL GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit.

19 Cfr. LAMBERTO MERCURI, Il movimento di Unità popolare, Roma, Carecas, 1978; LINDA RISSO, Una piccola casa libera. Gli azionisti di Unità popolare, in “Quaderno di storia contemporanea”, n. 35, 2004; SERGIO DALMASSO, I socialisti indipendenti in Italia, storia e tematica politica, in “Movimento operaio e socialista”, n. 3,1973 e Unità popolare nella storia del socialismo italiano, in “Il calendario del popolo”, n. 594, gennaio 1996.

20 Cfr. AA.VV., I magnacucchi. Valda Magnani e la ricerca di una sinistra autonoma e democratica, Milano, Feltrinelli, 1991; SERGIO DALMASSO, I socialisti indipendenti, cit. Cfr. anche per l’attenzione dedicata ad una fase poco nota della vita di Libertini: ENZO SANTARELLI, Lucio Libertini, 50 anni nella storia della sinistra, Roma, Liberazione libri, 1993.

21 PIERO CALAMANDREI, L’ostruzionismo di maggioranza, in “Il Ponte”, nn. 2-3-4,1953, ora in ENZO SANTARELLI, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Milano, Feltrinelli, 1996, p. 66.

22 LUCIO MAGRI, Le origini del Manifesto, appunti per l’introduzione al seminario di Rimini (settembre 1973). Materiale interno non riprodotto.

23 Cfr. ANTONIO GIOUTTI, Riforme e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1957 e LUIGI LONGO, Revisionismo nuovo e antico, Torino, Einaudi, 1957.

24 RANIERO PANZIERI, Da Venezia a Napoli, in “Mondo operaio”, n. 11-12, novembre-dicembre 1958.

25 A testimoniare il comune bisogno di ricerca, nel 1958, oltre a “Problemi del socialismo” e alla “Rivista storica del socialismo”, nasce “Testimonianze”, importante strumento della riflessione in campo cristiano.

26 Cfr. LUIGI CORTESI, Postilla con digressioni e STEFANO MERLI, Lavoro storico e nuova coscienza di classe, in “Rivista storica del socialismo”, n. 15-16, gennaio-agosto 1962. Cfr. anche ENZO SANTARELLI, La liquidazione dello stalinismo e la storiografia democratica, ivi, n. 13-14, maggio-dicembre 1961.

27 LILIANA LANZARDO, Introduzione a: A quarant’anni dalla rivoluzione d’ottobre. Una conferenza di Valdo Magnani, in “Per il sessantotto”, n. 10, 1996.

28 È significativa la rappresentazione di una famiglia meridionale nello splendido Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti.

29 Cfr. FRANlCO ALASIA, DANILO MONTALDI, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Milano, Feltrinelli, 1960.

30 GIORGIO BOCCA, Impresari e appaltatori giocano d'’azzardo per costruire quartieri nuovi. E quelli vecchi sono un marciume da distruggere, in “L'Europeo”, 27 settembre 1959.

31 ENZO SANTARELLI, Storia critica della repubblica, cit., pp. 95-96.

32 CAM1LLA CEDERNA, I fusti di Milano, in “L’Espresso”, 1 giugno 1958.

33 GIORGIO BOCCA, Un flipper val più di un comizio, in “L’Europeo”, 20 aprile 1958.

34 ALFONSO MADEO, La repubblica degli adolescenti del Circeo, in “il Giorno”, 6 agosto 1958.

35 MANLIO CALEGARI, Genova, il popolo dei vicoli portuali e ragazzi magri come il vento, in “Il Manifesto”, 5 luglio 1990.

36 LUCIANO CANFORA, presentazione a PHILIP COOKE, Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, Milano, Teti, 2000.

37 Pietro Nenni, Luci e ombre sul ventesimo congresso di Mosca, in Mondo operaio, marzo 1956

38 Nella discussione, Umberto Terracini ripropone pagine rimosse della storia del comunismo, quali l'assassinio di Bela Kun e l’epurazione del partito polacco.

39 Pietro Ingrao, Il 20°congresso del PCUS e l' 8° congresso del PCI, in Problemi di storia del Partito comunista italiano, Roma, Editori riuniti, 1971.

40 Aldo Natoli, Sul compromesso storico, in Rivista di storia contemporanea, aprile 1977.

41 Cfr. Palmiro Togliatti, La presenza del nemico, in L’Unità, 3 luglio 1956.

42 In Nello Ajello, Intellettuali e PCI. 1944 - ‘58, Bari, Laterza, 1979.

43 Fabrizio Onofri, Un inammissibile attacco alla politica del Partito comunista italiano, in Rinascita, luglio 1956.

44 Palmiro Togliatti, La realtà dei fatti e la nostra azione rintuzza l’irresponsabile disfattismo, in Rinascita, luglio 1956.

45 Cfr:, su questo tema: Antonio Giolitti, Riforme e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1957, Capitalismo di stato, impresa pubblica e riforme di struttura, in Rinascita, aprile 1957, Un riesame critico delle tesi svolte nell’opuscolo Riforme e rivoluzione, in Rinascita, luglio 1957, Luigi Longo, Revisionismo nuovo e antico, Torino, Einaudi, 1957, Palmiro Togliatti, Errori di metodo ed errori di sostanza in un opuscolo del compagno Giolitti, in Rinascita, maggio 1957, Sergio Dalmasso, Il caso Giolitti e la sinistra cuneese del dopoguerra, Alba, La Torre, 1987

46 Cfr. AA. VV., La sinistra e il controllo operaio, Milano, Feltrinelli, 1969 e (per una sintesi sul dibattito) Sergio Dalmasso, La ricerca di un’altra via: le sette tesi per il controllo operaio in Per il ’68, n. 7, 1995.

47 Cfr. Gad Lemer, Giugno 1960: la battaglia di Genova, in Monthly Review, ottobre 1980.

48 Eugenio Scalfari, L’autunno della repubblica, Milano, Etas Kompass, 1969.

49 Vittorio Foa, Esperienze dello sciopero generale, in Rinascita, supplemento al numero di luglio-agosto 1960.

50 In forte polemica con questa impostazione, le posizioni di Ugo La Malfa che nascono da presupposti simili, ma escludono ogni contrasto fra le classi sociali.

51 Cfr. Giuseppe Paolo Samonà, La formazione politica di un intellettuale rivoluzionario, note autobiografiche (1950-1968), Firenze, Quaderni Pietro Tresso, 1997.

52 Cfr. Giuseppe Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Milano, FeltrinelIi, 1973.

53 Palmiro Togliatti, Programmazione o politica dei redditi?, in Rinascita, 13 giugno 1964.

54 Cfr. Isaac Deutscher, Il comunismo fra Krusciov e Mao, Bari, Laterza, 1964.

55 Lucio Libertini, Raniero Panzieri, Sette tesi sulla questione del controllo operaio, in Mondo operaio, febbraio 1958.

56 Cfr. Attilio Mangano, L'altra linea, Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Catanzaro, Pullano, 1992.

57 Partito comunista cinese, Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi, Milano, Edizioni Oriente, 1963.

58 Mondo Nuovo, Lettera aperta ai compagni cinesi, aprile 1964.

59 Per una panoramica sulle vicende del movimento m-l in Italia, cfr. Giuseppe Mai, Storia dell’ organizzazione marxista-leninista in Italia (1963-1969), in Che fare, n. 5, maggio 1969, Walter Tobagi, Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, Milano, Sugar 1970. Per questo e gli altri filoni della nuova sinistra, cfr. Franco Ottaviano, La rivoluzione nel labirinto, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1993.

60 Lucio Colletti, Intervista politico filosofica, Bari, Laterza, 1974, pag. 14.

61 Franco Fergnani, Prefazione alla Città futura, edizione ridotta, Milano, Feltrinelli, 1976, pag. 9.

62 Cfr., come il testo più significativo, Roberto Paris, Il Gramsci di tutti, in Giovane critica n. 21, autunno 1969. Un’interpretazione di sinistra dell’autore dei Quaderni sarà tentata solo dalla componente trotskista (cfr. gli scritti di Livio Maitan, recentemente ristampati da Bandiera rossa, n. 69, maggio 1997 e da Silverio Corvisieri, Trotskij e il comunismo italiano, Roma, Samonà Savelli, 1969).

63 Carlo Salinari su l’Unità riportato sulla retro copertina di Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma, Samonà e Savelli, terza edizione, 1969.

64 Massimo Cacciari in Angelus novus, ivi.

65 Romano Llperini, Marxismo e intellelluali, Venezia, Marsilio, 1974, pag. 23.

66 Cfr. Cesare Bermani, Il Nuovo canzoniere italiano. Vent’ anni della nostra storia, in Il ‘68: l’evento e la storia, Brescia, annali della Fondazione Micheletti, 1989.

67 Livio Maitan, PCI 1945-1969. Stalinismo e opportunismo, Roma, Samonà e Savelli, 1969.

68 Giorgio Amendola, Ipotesi sulla riunificazione, in Rinascita, 28 novembre 1964. Il primo articolo è I conti che non tornano, in Rinascita, 17 ottobre 1964.

69 Cfr. Pietro Secchia, La questione essenziale è l’unità della classe operaia, in Rinascita, 12 dicembre 1964.

70 Lucio Libertini, Capitalismo moderno e movimento operaio, Roma, Samonà e Savelli, 1965.

71 Lucio Magri, Il PCI degli anni ‘60, in il Manifesto, ottobre-novembre 1970.

72 Giorgio Galli, Il difficile governo. Un’ analisi del sistema politico italiano, Bologna, Il Mulino, 1972, pag. 162.

73 Luciano Lama, Dieci anni di processo unitario, intervista a Rassegna sindacale, marzo-aprile 1971.

74 Cfr. Diego Giachetti, Luglio 1962: Torino, Piazza Statuto, in Per il sessantotto, n. 3, 1992.

75 Cfr. AA. VV., Massa e Meriba, itinerari di fede nella storia delle comunità di base, Torino,Claudiana, Tempi di fraternità, 1980.

76 Cfr. Isaac Deulscher, 15 risposte sulla Cina, in La Sinistra, novembre 1966.

77 Cfr. sulla rivista: Le ragioni dei “Tre”, febbraio 1967, Silverio Corvisieri, Gramsci contro Stalin, giugno 1967, Alfonso Leonelti, I “Tre” di fronte alla svolta, novembre-dicembre 1967.

78 Non caso, Riccardo Guastini intitola la ricostruzione dei quindici mesi della rivista Un progetto unitario fallito, in Classe, gli anni delle riviste (1955-1969), giugno 1980.

79 Cfr. MASSIMO TEODORI, Storia delle nuove sinistre in Europa, Bologna, Il Mulino, 1976, cap 2, Le opposizioni alla guerra d’Algeria, pp. 48-77.

80 Cfr. il film: Lontano dal Vietnam (1967) di RESNAIS, KLEIN, IVENS, VARDA, LELOUCH, GODARD, contributo collettivo dei cineasti francesi alla causa vietnamita. Il film anticipa esperienze di cinema militante che si manifesteranno soprattutto dopo il ’68 e nei primi anni Sessanta. L’episodio giustamente più noto è quello di Godard, in una confessione pubblica che problematizza la situazione dell’intellettuale davanti ad un conflitto lontano e ad un pubblico che non accetta le opere d’avanguardia; sulle sue parole scorrono drammatiche immagini della guerra e del suo La cinese (dello stesso anno).

81 Cfr. Sociologia della rivoluzione algerina, Torino, Einaudi, 1963.

82 Cfr. GUIDO GIRARDI, Marxismo e cristianesimo, Assisi, La cittadella, 1966 e il mito unificatore di padre Camillo Torres. Su questo cfr. GUIDO GIRARDI, Cuba dopo il crollo del comunismo, Roma, Borla, 1995, in cui eccessiva sembra, però, la ricerca di analogie fra il sacerdote-guerriero e Guevara e, per una sintesi, SERGIO DALMASSO, Cristianesimo e rivoluzione: Camillo Torres, in «Latinoamerica», n.70, maggio-agosto 1999.

83 Per l’impatto del maoismo sulla nuova sinistra italiana, cfr. ROBERTO NICCOLAI, Quando la Cina era vicina. La rivoluzione culturale e la sinistra extraparlamentare italiana negli anni ’60 e ’70, Pistoia, Centro di documentazione; Pisa, Biblioteca Franco segantini, 1998. Cfr. anche, dello stesso autore, Parlando di rivoluzioni. Ventuno protagonisti dei gruppi, dei movimenti e delle riviste degli anni ’60 e ’70 descrivono la loro idea di mutamento sociale, Pistoia, Centro di documentazione, 1998.

84 Cfr, ad esempio, ROSSANA ROSSANDA, Il marxismo di Mao, in «il manifesto», n. 7-8, luglio-agosto 1970, EDGAR SNOW, K. S. KAROL, La rivoluzione culturale, in «il manifesto», n. 1, giugno 1969, saggio in cui è significativo il sottotitolo: La rivoluzione culturale cinese è una grande occasione di confronto. Non la si può liquidare con condanne semplicistiche né erigerla acriticamente a modello. Occorre una analisi capace di coglierne il significato universale, e gli scritti di LISA FOSA e ALDO NATOLI.

85 ISAAC DEUTSCHER, 15 risposte sulla Cina, in «La Sinistra», n.2, novembre 1966

86 Cfr. LIVIO MAITAN, Partito, esercito e masse nella crisi cinese. Una interpretazione marxista della rivoluzione culturale, Roma, Samonà e Savelli, 1969.

87 Cfr., ad esempio, SILVERIO COLVISIERI, I senzamao. Dove va la sinistra rivoluzionaria?, Roma, Savelli, 1976.

88 Titoli de «il Manifesto», quotidiano comunista, 28 aprile 1971.

89 Cfr. ERNESTO BALDUCCI, Guerriglia e nonviolenza nella strategia rivoluzionaria del Terzo mondo, in «Testimonianze», n. 97, 1967

90 LEO HUBERMAN, PAUL SWEEZY, Riflessioni sul maggio francese, in «Monthly review», n.10, ottobre 1968.

91 Cfr., fra gli altri scritti, PIO BALDELLI, Il nuovo corso cecoslovacco e l’intervento sovietico, in «Nuovo impegno», n. 12-13, maggio-ottobre 1968, Il potere operaio. La Cecoslovacchia e la nostra lotta per il socialismo, in «Nuovo Impegno», n. 14-15, novembre-aprile 1969, Praga è sola, in «il Manifesto», n.4, settembre 1969.

92 HERBERT MARCUSE, Prefazione politica 1966 a Eros e civiltà, Torino, Einaudi, 1967, p. 45.

93 Cfr., fra gli altri, questi testi: RAINERO PANZIERI, LUCIO LIBERTINI, Sette tesi sulla questione del controllo operaio, in «Mondo operaio», febbraio 1958; MARIO TRONTI, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966; STEFANO MERLI, L’altra storia. Bosio, Montaldi e le origini della nuova sinistra; ATTILIO MANGANO, L’altra linea. Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Catanzaro, Pullano 1992; LUIGI PARENTE (a cura), Danilo Montaldi e la cultura di sinistra del dopoguerra, Napoli, la Città del sole, 1998.

94 Cfr. Il dibattito di Potere operaio sull’organizzazione, in «Giovane critica», n. 19, inverno 1968.

95 È significativo che la radiazione del «Manifesto» sia, a posteriori, considerata un grave errore sia da Pietro Ingrao, sia da Achille Occhetto, sia da altri dirigenti e che tutti riconoscano come propria colpa l’averla accettata e votata.

96 Cfr. ALDO CAZZULLO, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978: storia di Lotta Continua, Milano, Mondadori, 1998; LUIGI BOBBIO, Lotta Continua, storia di una organizzazione rivoluzionaria, Roma, Savelli, 1979.

97 LUCIANO DELLA MEA, Il secondo convegno nazionale di Lotta Continua, in «Giovane critica», n. 28, autunno 1971

98 Significativo per la diversa lettura il titolo del «Manifesto» del 18 maggio: Assassinato Calabresi. La logica politica e la tecnica dell’attentato fanno pensare ad un nuovo episodio del complotto reazionario.

99 Cfr. la bella testimonianza di LUIGI VINCI, Un incitamento morale e intellettuale, in «Bandiera rossa», n. 5, gennaio 2001.

100 Cfr., per questa atipicità, gli scritti di LUIGI VINCI, Ricomposizione del soggetto antagonista, democratizzazione della politica. Il contributo di Democrazia Proletaria alla rifondazione comunista su due questioni fondamentali; e di EMILIO MOLINARI, Per una storia di Democrazia Proletaria nel testo Camminare eretti. Comunismo e democrazia proletaria da DP e Rifondazione comunista, Milano, ed. Punto rosso, 1996.

101 Cfr., per una riflessione complessiva, MARIA ISABELLA COLLI, Il compromesso storico, Torino, Il punto, 1984.

102 Cfr. ALDO GARZIA, Da Natta a Natta, storia del Manifesto e del PdUP, Bari, Dedalo, 1985; ROCCO PELLEGRINI, GUGLIELMO PEPE, Unire è difficile, breve storia del PdUP per il comunismo, Roma, Savelli, 1977; SERGIO DALMASSO, Il caso Manifesto e il PCI degli anni ‘60, Torino, Cric, 1989.

103 Cfr. AA. Vv., Dibattito sul manifesto quotidiano, Roma, Alfani, 1975.

104 Cfr. AA. Vv., Da Togliatti alla nuova sinistra, Roma, Alfani, 1976. Se Stefano Merli sostiene che la nuova sinistra sia estranea alla tradizione del comunismo italiano, rispetto alla quale ha operato uno strappo, per Magri essa non è figlia del nulla, ma nasce dalla specifica tradizione del movimento operaio italiano. Si accende il dibattito sull'esistenza o meno di un «filo rosso».

105 ANDREA COLOMBO, Il mio ‘77, in ‘77 tre, supplemento al «Manifesto», 1997 (senza data).

106 Cfr., per le proposte del PCI, soprattutto in campo economico: GIORGIO NAPOLITANO, Confronto su un programma a medio termine, Roma, Editori Riuniti, 1975; AA.VV., Proposta di progetto a medio termine, Roma, Editori Riuniti, 1977.

107 Cfr. nell’estate 1978, il saggio di Lorenzo Pellicani, comparso a firma di Craxi, su «Mondoperaio», in cui al comunismo asiatico e autoritario di Lenin, si contrappone quello libertario di Proudhon e la polemica successiva, in particolare con il PCr. Quanto dell’ipotesi craxiana di «modernità» penetri nell’intellettualità e nell’apparato del PCI è oggetto di discussione e non può essere affrontato in questa relazione.

108 Cfr. SAVERIO ASPREA, Craxi addio, Livorno, Lega dei socialisti, 1984.

109 Per una analisi autocritica, a caldo, cfr., tra gli altri, ATTILIO MANGANO, Autocritica e politica di classe. Diario teorico degli anni settanta, Milano, Ottaviano, 1978 e SILVERIO CORVISIERI, Il mio viaggio nella sinistra, Roma, L’Espresso, 1979.

110 Un testo oggi purtroppo introvabile: AA.VV., Il Sessantotto, la stagione dei movimenti (1960-1979), Roma, Edizioni Associate, 1988, elenca quali movimenti che caratterizzano questa stagione quelli dei ceti medi, di contestazione religiosa, nei corpi repressivi, per i diritti civili, delle donne, di liberazione sessuale, di lotta per la casa, per l’autoriduzione, dei marginali, quelli nazionalitari, nelle professioni, della sinistra operaia, dei soldati, degli studenti.

111 Il welfare è l'insieme delle scelte e dei provvedimenti adottati per garantire i bisogni primari della popolazione: abitazione, istruzione, lavoro, sanità, previdenza ... Questi debbono diventare finalità precipue dello Stato. Politiche di welfare sono adottate in Svezia dal 1936 (governi socialdemocratici), negli USA con il new deal rooseveltiano, in Gran Bretagna dal 1942 (piano Beveridge), quindi in tempo di guerra per garantire maggiore consenso da parte dei ceti subordinati alla guerra antinazista, e soprattutto nel dopoguerra con i governi laburisti. Nasce qui la formula: dalla culla alla tomba che indica la capacità e volontà dello Stato di garantire le primarie necessità per tutto il corso della vita.

Il welfare si diffonde per tutta «l’età dell’oro », in particolare nei paesi avanzati, ed è alla base di politiche rivendicative e di spinte sindacali in particolare negli anni Sessanta- Settanta. È la crisi petrolifera del 1973 a segnare le prime difficoltà per l’ampliamento di questo, a far parlare di «erosione dei margini riformistici» e, di conseguenza, a produrre le prime modificazioni anche nel «senso comune».

112 Cfr. la più parte delle opere di KEN LOACH, Riff Raff (1991), Piovono pietre (1993), Ladybird Ladybird (1994), ma anche la commedia Full Monthy di Peter Cattaneo.

113 Non entra nei limiti di questo scritto la discussione sulla categoria di totalitarismo e sull’attribuzione o meno di questa all’URSS nel periodo staliniano e in quello successivo.

114 A proposito delle proposte di Kohl, il filosofo Iurgen Habermas conia l’espressione «nazionalismo del marco».

115 GIAMPAOLO PANSA, CESARE ROMITI, Questi anni alla FIAT, Milano, Rizzoli, 1988, p. 103.

116 ENZO SANTARELLI, Storia critica della Repubblica, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 259-260.

117 SERGIO TURONE, Il sindacato nell’Italia del benessere, Bari, Laterza, 1989, p. 87.

118 RAFFAELLO RENZACCI, Lottare alla FIAT, in Cento ... e uno anni di FIAT, a cura di Antonio Moscato, Bolsena, Massari Editore, 2000; testo utile per un quadro complessivo sulla storia della grande azienda torinese.

119 Per una analisi più compiuta delle scelte produttive della FIAT e della modificazione delle condizioni di lavoro, cfr. MARCO REVELI, Lavorare in FIAT. Da Valletta ad Agnelli; a Romiti, Milano, Garzanti, 1989; GABRIELE POLO, I tamburi di Mirafiori. Testimonianze operaie attorno all’autunno caldo alla FIAT, Torino, Cric editore, 1989. Da non dimenticare l’inchiesta-analisi di GIULIO GIRARDI, Coscienza operaia oggi, Bari, De Donato, 1980.

120 BETTINO CRAXl, Il vangelo socialista, “L'Espresso”, 24 agosto 1978.

121 Cfr. il film Il portaborse di Daniele Lucchetti, con Nanni Moretti, chiara espressione del «rampantismo socialista», della identificazione politica-potere, del tentativo di affermazione personale che non rifugge da qualunque metodo o strumento.

122 ENZO SANTARELLl, Storia critica della Repubblica, cit., pp. 268-269.

123 In una intervista rilasciata, meno di tre anni prima, il segretario comunista afferma:

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la RAI TV, alcuni grandi giornali ... Insomma tutto è lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico: tutte le operazioni che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica». E sulla “diversità”: «Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato ... Ho detto che i partiti hanno degenerato, quale più quale meno, dalla funzione costituzionale loro propria, recando così danni gravissimi allo Stato e a se stessi. Ebbene, il PCI non li ha seguiti in questa degenerazione ... Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone, di Sottogoverno. per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no ... E ad un ceno punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere. anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui e concorrere anche noi a far danno al paese» (ENRlCO BERLINGUER, Questi partiti degenerati sono l’origine dei nostri mali, intervista ad Eugenio Scalfari, in “Repubblica”, 28 luglio 1981).

124 L’unica consistente uscita dal PSI si ha nel 1981 da parte di un piccolo gruppo che forma la Lega dei socialisti, a seguito di un Appello ai militanti lanciato da Tristano Codignola e altri 16 componenti il Comitato centrale socialista. Cfr. SAVERIO ASPREA, Craxi addio, Livorno, Lega dei socialisti, 1981.

125 LUCIANO CAFAGNA in Nord e Sud. Non fare a pezzi l’unità d’Italia, Venezia, Marsilio, 1994, distingue tre fasi: quella della migrazione meridionale verso l’estero a causa della disoccupazione, quella della migrazione da sud a nord, con conseguenti investimenti nel meridione, la terza, appunto, data dalla percezione della differenza antropologica fra le due parti del paese.

126 Cfr. PINO ARLACCHI, La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Genova, Marietti, 1994.

127 Negli anni immediatamente precedenti erano stati assassinati Peppino Impastato di Democrazia Proletaria (1978) e il giudice Terranova (1979).

128 Cfr., per un quadro organico, PAOLO SYLOS LABINI, Le classi sociali negli anni ‘80, Roma-Bari, Laterza, 1986. Anche a sinistra iniziano ad avere cittadinanza le tesi di Ralf Dahrendorf per cui è superata la tradizionale accezione di classe e il conflitto sociale non nasce più dai rapporti di produzione.

129 Si pensi al fenomeno del laurismo, o alla persistente polemica contro la partitocrazia, dalle posizioni di Marco Pannella a quelle di Antonio Di Pietro, sempre tese a contrapporre i cittadini al blocco di potere esistente. Non può sfuggire il fatto che dagli anni Ottanta posizioni populiste sono meno presenti in settori di ceto medio, ma esplodono a livello popolare.